Recensioni

7.3

La base di ciò che s’è detto a proposito di Room(s) vale grossomodo anche qui: quel crocevia di uk-garagismi, chopped soulful vocal e altre creatività ritmiche anima ancora le trame dell’atteso nuovo lavoro di Travis Stewart. La differenza sta semmai nella visione di sintesi, in una formula più a fuoco e “pop”, come una personale risposta a Moderat II.

Dopo la zampata sulla media distanza a firma Sepalcure con Praveen Sharma, Make You, l’altra freschezza con Jets (in combutta con Jimmy Edgar), l’eppì su LuckyMe SXLND e quello su The Index Nastyfuckk, Machinedrum propone le sue dinamiche in un 2013 che a livello di fermenti e possiblità, può esser paragonato al 2010, ovvero ai mesi propedeutici all’esplosione dell’ondata post-dubstep o soul-step. Del resto, Travis ha una storia sua, un background di IDM, folktroniche e astrazioni HH che non vengono mai dimenticate, un filo rosso che dalla future garage (vedi anche quel Falty Dl – sempre accasato Ninja Tune – che remixò la sua U Don’t Survive) porta diretti alle convergenze UK attualmente sulla piazza. Per lui, sempre ricettivo e attento al presente, mescolare questi ingredienti è stato un gioco da ragazzi, tanto che l’obbiettivo di Vapor City – e il cambio d’etichetta già lo evidenzia – è, ancor prima che nello studio dei ritmi, in un interesse per gli umori e gli spazi, e da lì il parallelo con l’album dei Moderat (e in Rise N Fall il riferimento a Apparat è anche diretto, peraltro) e tanto più a fuoco, se il lavoro è un concept sui sogni ricorrenti.

Nella nuova scaletta non troviamo più gli smalti vintage rave della Future, né la piano house; interessante notare come il caracollare ritmico della footwork sia stato confinato (SeeSea, Eyesdontlie) e come, in generale, tutti quegli aspetti laboratoriali che avevano fatto di Room(s) il fiore all’occhiello di molta critica specializzata abbiano lasciato il posto a un nuovo livello di raffinazione, magari tornando a guardare certo LA HH e ancor di più a certi fermenti ’94. Il producer di stanza a New York punta a dinamiche che ricordano da vicino le produzioni jungliste, quelle che allora condussero alle gabbie dorate della drum’n’bass e che, da queste parti, riavvolgono il nastro su glo-fi e la coda elettronica della witch house. Del resto, non è un caso che la possibilità junglista accarezzata nella precedente prova diventi qui una strategica iniezione, inforcando così un altro trend di ritorno.

Machinedrum fa il suo e lo fa ancora di più pensandosi come un Burial americano in controluce (Dont 1 2 Lose U, Vizion), un Holy Other a Venice Beach o uno Scuba in fregola Om Unit. Poi è chiaro, la sua impronta non è né profonda come quella lasciata da Untrue, né in formato graffitti come quella di un SBTRKT. Come dire: dove non arriva il Travis autore, c’è la scafatissima produzione di uno Stewart che trova la via maestra, oltre che nella citata Eyesdontlie, negli scambi tra 2 step e jungle di Gunshotta o in quelli con la dark HH di Eyesdontlie, nel retrogusto Boards Of Canada circa 2000 di Center Your Love o nell’omaggio synth-nostalgico 80s à la Washed Out di U Still Lie.

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