Recensioni

7.5

In un’intervista con Tiny Mix Tapes risalente all’uscita del suo “coming of age” album Will Happiness Find Me? (2012), la musicista estone Maria Minerva fantasticava: «Vorrei diventare quel tipo di donna cool e carismatica, tipo Chrissie Hynde, ed essere ricordata in quel modo – anche solo in una scena musicale minore di tipo 5.000 persone». Se ai tempi Minerva, da sempre artista attenta alle politiche figurative dell’underground, sembrava sottostimare il suo lampante status di micro-celebrità alternativa, in occasione del suo ritorno a distanza di sei anni dall’ultimo album solista Histrionic (2014), pare legittimo riconsiderare la sua influenza.

Che l’interesse per l’hypnagogic pop dei vari Ariel Pink, John Maus, Nite Jewel & co. cui veniva associata nei primi anni Dieci sia diventato un punto di riferimento troppo vetusto e circoscritto per un panorama elettronico trans-genere assetato di futuro come quello contemporaneo? Che la sua fidata etichetta 100% Silk (divisione dance di Not Not Fun), nel tirarsi a lucido e autocelebrarsi (si veda il documentario Silk del 2013, in cui compare la stessa Minerva) abbia finito per storicizzare, anziché rinnovare la sua lussureggiante estetica disco-nceptual? Che il piglio da teorica che contraddistingueva tanto i suoi brani quanto i suoi video (ricordate le foto di Gilles Deleuze e Avital Ronell nel suo video di Strange Things Happening in My Room?) finisca per perdersi tra le ubique press release conceptroniche del presente?

Possibile. Eppure, nonostante gli ascoltatori mensili su Spotify dell’artista, noto per caso, ammontino a poco più di 5.100 (che Minerva ai tempi di quell’intervista con Tiny Mix Tapes, oltre che la miglior critica musicale di se stessa, fosse anche veggente?), ascoltando e riascoltando il suo nuovo, irresistibile album per 100% Silk Soft Power, co-prodotto da Adam Gunther, ritrovo una Maria Minerva al suo meglio, pronta a rispolverare la propria figura e guadagnarsi una nuova, meritata fetta di pubblico. Fin dal suo titolo, un’allusione al potere di co-optare il prossimo in maniera indiretta, finanche subdola, ma nondimeno efficace, i 36 superficialmente gioiosi minuti dell’album recuperano le sarcastiche ambiguità tipiche dei lavori passati dell’artista. Pur preoccupandosi, in apparenza, di divertire e ammaliare, evocando tanto le sensuali maniere della disco diva quanto quelle della songwriter trasognata, quello di Minerva rimane un approccio inquisitivo e (auto)ironico di stampo post-punk, un afflato riconducibile, per esempio, alle apparentemente indifferenti interpretazioni vocali di Cosey Fanni Tutti o alle provocazioni di Jenny Hval (non a caso grande ammiratrice di Minerva), entrambe artiste impegnate a impersonare e decostruire le tipologie femminili di scene e generi musicali.

Un marziale drum beat accompagna un annuncio amoroso della massima importanza («Hey, I thought you should know: You had me at hello!») nella Fingers Inc.-iana Had Me At Hello, per poi sprofondare in un marasma di tastiere e vocals processati che finisce per rendere la dichiarazione d’amore incondizionato del ritornello quantomai dubbia. Nell’eccellente fantasia synth-pop Wake Up In NYC la protagonista, una sorta di corrispettivo urbano della Molly Bloom reimmaginata da Kate Bush in The Sensual World («I am the queen of the streets / The goddess of the cold concrete»), viene trascinata per le strade di New York City sulle note di un discordante, imprendibile sample di flauti, l’insistita leggerezza e ariosità del brano rese sospette dalla prospettiva di una possible ricaduta depressiva («I am so full of fear / Always gotta feel the end is near»).

Altrettanto cupe e obliquamente ironiche le riflessioni della spettrale ballata esistenzialista Ask Myself For A Reason («Is this the feeling I waited so many years to feel?») e i repentini saliscendi dell’incendiario brano disco Down Low, un inno a Detroit realizzato con il duo Symptoms of Love impreziosito da poliritmi in viaggio a 127 BPM, chitarre funk e strampalati tentativi di mantenere il controllo in pista. Si tratta dell’unico brano dal sound propriamente nuovo per Minerva, che ne ha parlato come del pezzo dance che tentava di comporre dal 2009: considerata l’attesa lunga sei anni, ed è questa l’unica rimostranza, a Soft Power mancano un paio di sperimentazioni in più in questa vena, un po’ di quel senso di sorpresa che ben si addice al tema della reinvenzione tipico di ogni pop star che si rispetti. Tuttavia, tra moderate allusioni ai suoi lavori più caotici-sampledelici (Wake Up In NYC, Summer Romance) e imprescindibili banger house in cui Minerva raffina non solo la qualità del suono, ma anche l’incisività dei suoi squillanti, deliziosamente ambigui ritornelli,  Soft Power finisce per insinuarsi immediatamente sotto pelle.

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