• Mar
    08
    2019

Ristampa

Parlophone

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Gli anni Ottanta sono iniziati molte volte e in molti modi. Per quel che mi riguarda, uno degli imprinting musicali che mi strappò dall’infanzia consegnandomi più o meno adolescente al “decennio edonista”, fu il clip di Babooshka. Non si sentiva ancora parlare di MTV né tanto meno della sua versione nostrana (a mio avviso pure migliore) Videomusic, per cui i video musicali rappresentavano l’ingrediente di trasmissioni perlopiù settimanali, alle quali toccava il compito di fornire ingredienti fattuali e visuali al bombardamento radiofonico quotidiano: superclassifiche, esibizioni “dal vivo” e – appunto – i videoclip, laddove fossero stati realizzati. Nel caso di Babooshka, il clip c’era eccome: Kate Bush ne era la protagonista assoluta, punto focale di una messinscena bizzarra, intensa, persino istrionica.

Il successo di quel singolo fu enorme e permise ai ragazzini come me di recuperare ciò che avevano perduto, ovvero i di lei primi due album (entrambi del ‘78), che cementarono una fascinazione destinata a irrobustirsi negli anni successivi. Tanto vale ribadire: la Bush fu una star assoluta degli Eighties, sorta di nemesi arty di Madonna, la cui teatralità con annesso travestitismo cuciva immaginario prog e Broadway, la danza e il mimo, mentre il canto eclettico e stilisticamente estremo faceva precipitare in ambito pop-rock registri alieni, carpiti dal folk medievale così come dal mondo dell’opera e da non meglio definite sorgenti “world” (oriente, sudamerica, oceania…), il tutto però privo d’autoindulgenza anzi sempre asservito alle esigenze dell’interpretazione, non prive di romanticismo e sensualità.

Ogni canzone era insomma una sorta di piece teatrale, all’ascolto della quale sembrava quasi di scorgere il volto di lei – quegli occhi incendiari, l’espressione rapita e mobile, sempre in bilico tra purezza e isteria – illuminato dall’occhio di bue, circondato da un buio suggestivo abitato da fantasie e fantasmi d’ogni tipo. Un decennio abbondante prima dell’esplosione di Björk e di quella – meno clamorosa – di Tori Amos e PJ Harvey, era proprio la Bush a incarnare il “femminino profondo” nel pop-rock, sterzando dalle pose e dalle calligrafie ben più prevedibili à la Carole King o Pat Benatar. C’è chi ne parlò come di “una versione femminile di Peter Gabriel”, destino che poi sarebbe toccato anche alla Harvey (“una Nick Cave al femminile”), ma al di là dei punti di contatto diretti con l’ex-Genesis (vedi il clamoroso successo del duetto Don’t Give Up) e della simile attitudine alla teatralità, la Bush ha saputo essere inconfondibilmente se stessa, in special modo lungo gli Ottanta, cui regalò quattro album (Never For Ever, The Dreaming, Hounds Of Love e The Sensual World) tanto peculiari quanto apprezzati da critica e pubblico.

Non stupisce troppo che tra le icone assolute di quel decennio, rappresenti un nome di primo ma non di primissimo piano nella memoria collettiva. Un po’ troppo ricercata per ambire allo status di fenomeno pop collettivo, troppo pop per essere catalogata tra i nomi “di culto”, non gode a mio avviso di adeguata attenzione nel presente, che pure – stante la ormai sistematica ibridazione di forme e stili, nonché lo sdoganamento della teatralità rock nella proposta pop, come St. Vincent insegna – dovrebbe avere in Kate Bush un nome di riferimento. Probabile che il suo punto di forza coincida con la sua debolezza: troppo peculiare l’interpretazione e versatile lo stile, da cui discende la particolarissima forma di canzoni che non presentano “parti utili” per confezionare un pop-rock potabile secondo gli standard attuali? Può darsi.

Fatto è che oggi tutto il suo catalogo è oggetto di ristampa, opportunamente rimasterizzata, campagna che prevede tra le altre cose la pubblicazione di questo The Other Sides, quadruplo LP/CD contenente lati B, partecipazioni a progetti collaterali e remix. Il ritratto di Kate Bush non ne esce stravolto, certo che no, ma qualche sfaccettatura acquista più sostanza, nel bene e – va detto – un po’ anche nel male. Ne esce rafforzata, ad esempio, la convinzione che se solo avesse voluto sarebbe stata una interprete folk-rock di altissimo livello, degna epigona di una Stevie Nicks e persino di una Sandy Denny, basti sentire l’incedere assieme denso e rarefatto delle peraltro bellissime Humming e Passing Through Air. Invece, no: lei doveva nutrire il proprio estro che prevedeva ampio ricorso a situazioni oblique, atmosfere capricciose e provenienze bislacche, vedi su tutte Ran Tan Waltz, commediola che ribalta il classico tema del tradimento col piglio agro d’un Tom Waits mitteleuropeo, non a caso pubblicata sul retro di Babooshka.

E se in un gioiello misconosciuto come Under The Ivy avverti la presenza struggente di Laura Nyro, nel pastiche You Want Alchemy la febbre sincretistica (tra il sample di Claire de lune di Debussy e ragli gospel-soul) si avvicina al punto di rottura e sta in piedi solo per una febbre espressiva che si conferma essere il vero cuore poetico della musica di Kate, quello che la spingeva a inseguire i falsetti sconcertanti, i melismi stregoneschi, i cori da invasori balcanici e le blasfemie percussive. Poco da aggiungere sui pezzi comunque già abbastanza noti, come la diabolica Experiment IV o l’ipnoticamente natalizia December Will Be Magic Again, così come il reparto dei remix (di pezzi notissimi come Running Up That Hill, Cloudbusting, Hounds Of Love e – inevitabilmente – Wuthering Heights tra gli altri) adempiono alla loro funzione – appunto – di remix senza conferire chissà quale valore aggiunto né danneggiando la consolidata magia.

Le dolenti note arrivano, a mio avviso, dal volume dedicato alle cover, battezzato In Other Words, aperto e chiuso – oserei dire emblematicamente – da altrettanti brani a firma Elton John, entrambi del 1991: una Rocket Man in chiave reggae frigida come un ranocchio di plastilina, e una Candle In The Wind non ancora ri-editata per Lady Diana (ma dedicata, come era in origine, alla memoria di Marilyn Monroe) comunque qui già avvolta in un bozzolo sentimentalmente stucchevolissimo, col colpo di grazia di quei synth iper-vaporosi. Non va molto meglio con la gershwiniana The Man I Love e la gayeiana Sexual Healing, entrambe dissanguate e de-sensualizzate, e neppure con i traditional come Mná na hÉireann: sembra che la Bush, pure se grande interprete, non potesse prescindere dalla propria scrittura, dalla propria bislacca calligrafia per evitare la trappola di un conformismo senza troppo mistero. Giusto un po’ di miraggio abbacinante arriva da Brazil, pensata per il celebre film di Terry Gilliam però mai utilizzata in questa forma (molto felliniana). Tutto il resto, ahimé, è professionalità.

Resta nel complesso un’operazione interessante e godibile, a cui spero non si rivolgeranno solo i fan di stretta osservanza. Le uscite sempre più rare a firma Kate Bush (quattro album dal 1993 a oggi), ma tutte di buona qualità, hanno preservato la statura di un’artista formidabile, il cui repertorio meriterebbe costanti ripassi, mossi da intenzioni esegetiche, certo, ma anche dal puro e semplice piacere – o, se preferite, dall’avventura – dell’ascolto.     

12 Marzo 2019
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