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7.2

Mark Lanegan ha 53 anni. La notizia è tale che ogni giorno che passa, ogni giorno che si fa caso al perpetrarsi dell’avventura di questo signore fatto di un misto di malessere, sigarette, rovesciamenti sonori, uscite dalla droga e tradizione statunitense, pare un miracolo. E qui un dato di fatto: Lanegan è senza dubbio l’artista proveniente dal grunge (con i mai abbastanza incensati Screaming Trees) che è invecchiato meglio. Meglio dei Mudhoney (sempre ruspanti, ma sempre fedeli alle proprie coordinate), meglio dei Pearl Jam, meglio di Cornell e dei suoi Soundgarden o degli Afghan Whigs. Non lo si ricorda mai abbastanza, per vergogna e anche per il luogo comune che vuole quel genere invecchiato peggio di altri: quest’uomo viene da quegli anni lì.

Al suo decimo disco da solo, in una carriera che lo ha visto entrare e uscire da band e collaborazioni e duetti e partecipazioni, Mark Lanegan regala un ulteriore segno di vitalità: che piaccia o meno la sua proposta, che si apprezzi o meno la strada intrapresa (lontana, per forma, da capolavori come Field Songs), il cantante di Ellensburg mostra ancora la propria sfuggente voglia di fare, di mettersi in discussione. Ok, non si tratta dell’inversione a U di Blues Funeral, ma regala comunque materia di qualità. E di coraggio, cosa che – va detto – non sempre basta a sfornare canzoni pregevoli. Canzoni pregevoli, invece, questo Gargoyle (ci si domanda come mai un tipo umbratile come Lanegan non avesse ancora usato questo titolo, che pare cucito apposta sulla sua attitudine) ne regala. Non tutte, ma sicuramente l’autore ha aggiustato il tiro rispetto al precedente Phantom Radio. Dove quello era avventuriero ma privo di mordente, questo guadagna in coesione (quasi al limite del monolitico, non fosse per i richiami al passato: le ballate suadenti e mogie) ed efficacia.

Una bellezza che si rivela molto più lentamente rispetto ai dischi precedenti di Lanegan (nonostante il maggiore sfoggio muscolare), dimora in questi solchi. Bellezza che regala una sorta di pioggerella fatta di luce. È possibile che questo sia il perturbante laneganiano? Il contrasto tra un mood sempre triste o sul ciglio del malessere, una voce che non è mai altro che se stessa e uno sfondo ormai cangiante (e cambiato) che però fa vivere questa materia di nuovi stimoli. Come se l’autore avesse deciso di far crescere i propri fiori del male in una serra (rappresentata dalle macchine e valvole di questi ultimi dischi, che partono da traccianti New Order), più che allo stato naturale, e questi abbiano cominciato a diventare qualcosa di minaccioso a modo loro, senza essere selvaggi. Fiori, ma meno maligni. E in questo, Mark è fuori dalle secche della parodia, della tristezza a tutti i costi, del passato. Un venire a patti, felice nei risultati ma autentico, non forzato. E, ovviamente, per nulla pacificato, non fosse per lo strato di tastiere, voci, ritmi elettronici che spesso sembra saturare.

Non poteva che essere così, da un lato per l’indole di uno che non ti pare si lanci nei suoni electro senza prima esservi entrato dentro, dall’altro per i risultati. Come in Old Swan, che chiude l’album con il battito sintetico che piano piano prende quota in maniera magistrale ed emozionale (in certi versi, quasi U2 per una sorta di vampata vagamente epica). O in First Day Of Winter, coretto fantasmatico, messa più che gospel, Beach House rauchi grazie alla voce del Nostro, l’emozione che gronda come a filtrare da listelli di una catapecchia in cui dentro suona una band new wave (o new romantic) fallita. Drunk On Destruction, che caracolla su un ritmo di elettronica anni Novanta quasi Prodigy, infilzata dai temi usuali di Lanegan, chitarre in lontananza in un feedback angelico (dei Jesus & Mary Chain altezza 90s incastonati sullo sfondo). Emperor, marcetta con l’acidulo chitarristico, le tastiere e lo zompettare pop dal sapore Sixties. Sister, che comincia con refoli e luminescenze smorte, come un sogno in mezzo ai boschi. Nel momento in cui Lanegan declama il ritornello e parte quel «Sisteeer…», e le note cambiano, il trucco è salvo: quella rotazione blues c’è ancora e l’ascoltatore cede all’emozione. Le voci si moltiplicano sul finale, sul punto di cadere, mentre si dissolvono. Nel mezzo, uno sgocciolare emozionale tra il funereo e il romantico.

È possibile battere sempre sullo stesso tasto in maniera però diversa? Lanegan dice che si può. Senza paura, senza paraocchi, senza lungaggini concettuali, tentando di cambiare e, allo stesso tempo, di mantenersi uguali. Andando al cuore pulsante della cosa, che poi è sempre la stessa. Sempre lo stesso tasto: cambia il dito.

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