• mar
    10
    2017

Album

Ninja Tune

Add to Flipboard Magazine.

Al ragazzo di Norfolk non piace fare passi falsi, ma mettersi in gioco, sfidarsi, alzare la posta, magari scontando periodi di silenzio autoimposti dedicati a trovare nuove fascinazioni, nuove idee. Dalla bucolica folktronica in salsa shoegaze che fu Drowning in A Sea Of Love alla braindance di Hard Islands, fino all’artigianato dei circuiti di Steam Days, Nathan Fake è uno a cui è sempre piaciuto fare di testa propria, ripercorrendo la strada di Aphex Twin. Non tanto osservando il prodotto finito, bensì ricreandone le condizioni ideative, ritornando cioè ad una viscerale e solipsistica dimensione casalinga/paesana/artigianale dove la manomissione delle macchine è parte integrante, fors’anche cruciale, del processo creativo. Per Providence la vittima sembra esser stata il Korg Prophecy, strumento che è stato maltrattato, smontato e poi collegato ad altre macchine e interfacce (vai a capire…); da qui il nuovo corso, coerente con gli amori di sempre, eppure svoltato sul magniloquente e il marmoreo, rivestito dei suoni cangianti di un Arca, verticalizzato da urgenze sci-fi, eppure con quel residuo fisso di umane emozioni lasciato a depositare sul fondo.

Dal blocco creativo dichiarato nella press, il producer è uscito carico e immaginifico, spirituale e meditativo, personale e maturato, tanto che l’ambizione di questo nuovo disco la vedi anche in un cambio etichetta: non più la Border Community di James Holden bensì la più corazzata Ninja Tune. Ci piace tornare a immaginarcelo di notte il buon Nathan, in giro per le campagne dell’Inghilterra orientale, rapito dal fascino misterioso dei suoi colori, dalla proverbiale scala di grigi bucata da qualche sprazzo di azzurro e di sole. Tonalità fredde come quelle mostrate nella pixelata copertina, che trovano una loro via contemporanea al classic sound di Aphex Twin, Orbital e Boards of Canada grazie ai riflessi sulla neve di un Pantha Du Prince, al tocco organico di un Jon Hopkins vitaminizzato Clark, fino a toccare punte concettuali non distanti da OPN, cattedratiche visioni dalle parti di Tim Hecker (HoursDaysMonthsSeasons) o da presagio informatico di marca Zomby (REMAIN).

Il disco gioca di rimpalli dark age e riflessi di overture analogica, aprendosi per la prima volta alle collaborazioni con dimensioni e latitudini che paiono altre ma corrispondono agli interessi iniziali di Fake per il rumore basale della macchine, le oscurità del noise e gli involucri dell’art pop. Così si giustificano i featuring di Dominick Ferrow ovvero Prurient / Vatican Shadow e Raphaelle delle Braids. Il primo compare, tra rocciose sub-vocal e fruste post-industrial, in una DEGREELESSNESS che mette il turbo all’esperienza Popol Vuh in un avvitamento di stroboscopiche granularità; la seconda presta la voce nel “chorus” di RVK come se impersonasse una Karin Dreijer sotto una lastra di ghiaccio, mentre il Nostro, di suo, pastura beat, rullanti e serpentine nu grime. È il segno di un Fake che ha accolto e assorbito alcune istanze del sound urban che gli girava attorno, rielaborandole in un misto di cuore, leve e tastiera. Dalla relazione simbiotica con un Korg sanguinante scoppia un caleidoscopio di colori e sensazioni tra giochi a contrasto o ad incrocio: in unen torna il freddo siderale della kosmische musik rivisto OPN; in SmallCityLights è l’EBM triggerata con la levetta del Prophecy a farla da padrona (e – ancora – troviamo una chitarra bluesy come potrebbe concepirla Lopatin); Radio Spiritworld, è vero, indulge un po’, ma apre ad una CONNECTIVITY che rivela un discorso di anatomica cyborg sotto un bombardamento sensoriale.

Providence conferma e sorprende: mantiene un filo conduttore con i precedenti lavori di Fake ma ne rinnova con forza e maturità la cifra stilistica.

14 marzo 2017
Leggi tutto
Precedente
Valerie June – The Order of Time Valerie June – The Order of Time
Successivo
Alasdair Roberts – Pangs Alasdair Roberts – Pangs

album

artista

Altre notizie suggerite