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Uno dei pochi momenti riusciti nel terzo episodio della quinta stagione di Black Mirror vede la star del pop Ashley O, cioè Miley Cyrus, infiammare le folle con On a Roll, un’energetica versione “motivazionale” di Head Like a Hole che mette in luce l’indiscutibile anima pop della traccia originaria e del suo autore Trent Reznor. D’altro canto sono proprio band della scena synth pop della Pennsylvania e poi dell’Ohio ad accogliere per prime il musicista, educato come pianista classico e attratto dai primi synth programmabili ed economicamente accessibili che avevano fatto la loro comparsa all’inizio degli anni ’80. All’epoca Trent ama tanto i Depeche Mode quanto Throbbing Gristle, Skinny Puppy e le sonorità del catalogo 4AD e Wax Trax!, apprezzando anche le invenzioni ritmiche e le tecniche di campionamento del rap. Questi spunti sono messi in pratica in un piccolo studio casalingo e nei Right Track Studios di Cleveland, dove Reznor fa di tutto, dalle pulizie all’assistenza tecnica. Ha scartato il nome Crown of Thorns per il più evocativo Nine Inch Nails, e firma così le sue prime canzoni: tra queste non c’è Head Like a Hole, ma se prendiamo “verve” in senso ampio, un verso della cover “ribaltata” della Cyrus si adatta al pensiero del musicista: “I’m stoked on ambition and verve / I’m gonna get what I deserve”. Già, perché l’ambizione di Reznor non è solo quella di pubblicare un 12” con una di quelle piccole e medie etichette europee che ammira, ma anche di ottenere da subito il totale controllo produttivo e artistico del suo materiale, proprio come aveva fatto Prince, pur cercando la collaborazione di produttori di alto livello come Flood e Adrian Sherwood. La Nettwerk, una delle label a cui punta da subito insieme al manager John Malm, non ha disposizione granché a livello di liquidi, ma dà al musicista l’occasione di aprire alcune date degli Skinny Puppy tra ottobre e novembre del 1988. Dopo questa prima esperienza live, piuttosto insoddisfacente, Reznor raffina le sue composizioni e registra un demo apocrifamente intitolato Purest Feeling. La versione più pop, suonata e leggera di quello che sarà poi il vero album di debutto dei Nine Inch Nails, convince un’etichetta che fino a quel momento pubblicava raccolte di jingle e sigle televisive, la TVT Records, che mette Reznor sotto contratto. Tuttavia, quando il presidente Steve Gottlieb ascolta le registrazioni realizzate nella primavera/estate del 1989 tra Londra, Boston, Cleveland e New York si infuria: le macchine hanno soppiantato le chitarre, gli angoli si sono fatti taglienti e tutto suona più cupo e violento, riducendo a briciole l’orecchiabilità originaria degli arrangiamenti. Il primo di una lunga serie di scontri tra Gottlieb e il musicista vede quest’ultimo avere la meglio e Pretty Hate Machine esce il 20 ottobre di quell’anno: rimane per più di cento settimane consecutive nella Billboard 200 e nel 1995 diventa il primo album indipendente a conquistare il disco di platino, superando nel tempo i tre milioni di copie vendute.

Per comprenderne successo, temi ed eredità è bene cominciarne l’analisi dal primo singolo uscito il 15 settembre 1989: Down In It, etichettato come Halo 1, è anche la prima canzone scritta in assoluto da Trent Reznor. Gemello eterozigote di Dig It degli Skinny Puppy, è un pezzo dotato di un incisivo groove e di una linea di synth vagamente stonata e distorta che, insieme ad altri elementi, sarà ripresa anche nel resto dell’album. Il singolo funge anche da modello tematico e testuale, con una contrapposizione io/tu che si somma al contrasto tra il benessere di un tempo e il dolore del presente, dovuto spesso alla fine di una relazione o al mutamento di uno stato d’animo. Ma soprattutto ha una strofa praticamente rappata: com’è possibile che un pezzo di punta di un album considerato pietra miliare dell’industrial contenga elementi hip-hop (addirittura ridotti in fase di produzione e mix da Adrian Sherwood e Keith LeBlanc) e testi che non hanno a che fare con temi politici e sociali, ma siano piuttosto appunti di un diario emotivo? L’unicità di Pretty Hate Machine sta proprio qua, perché Reznor adatta la potenza abrasiva dell’industrial allo schema strofa-ritornello del pop, sfruttando in chiave alt-rock le peculiarità ritmiche del rap, sperimentando con sample e strumenti sintetici utilizzati per scelta al posto di batterie, bassi e chitarre, in un’ottica DIY che è alla base proprio dell’industrial più politicizzato. Il secondo singolo, prodotto insieme a Flood, esce il 22 marzo 1990, ed è Head Like a Hole: brano di apertura del disco e suonato da allora quasi mille volte dal vivo, è uno dei pezzi più riusciti e conosciuti della band, benché sia stato scritto all’ultimo, un po’ come era accaduto per Paranoid dei Black Sabbath. Nonostante le chitarre suonino solo quattro note nel ritornello e il basso sia fornito da un Prophet-5, è una violenta invettiva rock contro il dio denaro, i suoi servi e la loro cecità, un pezzo dal carattere percussivo e martellante, interrotto solo da un breve intermezzo sospeso. Scritto d’impulso come Head Like a Hole e simile nella struttura, Sin viene pubblicato come terzo e ultimo singolo il 10 ottobre 1990: i suoi ritmi ossessivi, introdotti dalla manipolazione di uno scratch di Erik B & Rakim, spopoleranno nella scena dance alternativa a cavallo del decennio, ampliando ulteriormente la trasversalità dei Nine Inch Nails e dando un importante contributo allo sviluppo di quell’approccio crossover spesso caratteristico delle scene alternative anni ’90.

Sebbene i tre singoli rappresentino bene le anime di Pretty Hate Machine, c’è almeno un altro paio di pezzi che deve necessariamente passare sotto la nostra lente di ingrandimento. Uno è sicuramente il secondo brano in scaletta, Terrible Lie, ritmato interamente da campioni di batteria “rubati”. L’ascoltatore pensa di essere trafitto da riff di chitarra, ma in realtà Reznor e Flood sovrappongono strati di synth, per lo più Oberheim, per contrarre e rilassare la pasta sonora, anche in questo caso riducendo del tutto l’uso di corde e pickup. Il pezzo, uno dei preferiti di Reznor, non prende mai in considerazione il contenuto della bugia del titolo, ma è facile intuire che si tratti dell’inganno della religione: un tema topico del metal, che tornerà anche nelle composizioni future dei Nine Inch Nails. L’altro brano su cui è doveroso soffermarsi è l’unica ballata del lotto, Something I Can Never Have: avvolta dai suoni che John Fryer aveva preparato come tappeto per This Mortal Coil, anticipa tanto le sonorità pianistiche cardine di The Fragile quanto le pulsioni autodistruttive di The Downward Spiral. Il pezzo non prova solamente lo spessore autoriale di Reznor, svelandone un lato che produrrà spesso gioielli, ma anche quello interpretativo: in questa prima fase il musicista è conscio di non avere una voce potente, eclettica ed educata, quindi sfrutta sospiri, respiri, urla e gutturalizzazioni per ampliare la sua gamma espressiva, qui orientata a comunicare allo stesso tempo vulnerabilità, dolore e rabbia, le emozioni chiave del disco e di buona parte del repertorio della band.

Contribuisce in misura significativa alla riuscita del lavoro anche Sanctified, caratterizzata da un’ostinata linea di basso slappato, da campionamenti di Prince e Jane’s Addiction e dalla presenza (nell’edizione del 1989, ma non nella riedizione rimasterizzata del 2010) di un estratto da Fuga di mezzanotte di Alan Parker, uno dei pochi sample cinematografici rimasti rispetto all’abbondanza di clip e dialoghi di cui erano intarsiati i demo. Il pezzo accoglie la sola chitarra elettrica non distorta dell’intero disco, suonata da Richard Patrick: il futuro leader dei Filter e il fido batterista Chris Vrenna sono gli unici musicisti in quel momento ammessi alla corte di re Trent. Nonostante le sue mutazioni ritmiche e le distorsioni (costanti richiami alle morbosità industrial), Kinda I Want To è un funk ballabile, con tanto di campionamento dei Funkadelic: riprende una porzione di Down In It e il tema del desiderio di Something I Can Never Have, anticipando le tentazioni di Sin. That’s What I Get richiama da molto vicino i Depeche Mode dal punto di vista melodico e timbrico, a partire dal suono metallico sintetizzato su cui si apre: la traccia è peculiare per l’assenza quasi totale di beat nella prima parte e riprende nella linea vocale Down In It, le cui linee di synth compaiono anche nella traccia seguente, The Only Time. Qui Reznor svela il suo lato più sensuale e la sua ammirazione per Prince: si avvicina con le labbra al microfono, sfruttando al massimo la centralità e la chiarezza delle voci nel mix (altra tipicità del pop) per dichiararsi ubriaco e perso nella persona a cui si rivolge, ma finalmente vivo. Le figure melodiche distorte e rumorose del finale vengono spazzate via da Ringfinger, dove il nostro si lamenta di una relazione in cui tutto ciò che fa non è mai abbastanza, al punto da essere abbandonato e appeso a una croce, proprio come Gesù.

L’arrangiamento conta maggiormente sulle chitarre e si conclude con un intreccio di loop, scratch, suoni e rumori che segnano la fine dell’album così come era stato concepito nel 1989. L’edizione rimasterizzata del 2010, infatti, ha come bonus track Get Down Make Love, una cover dei Queen originariamente pubblicata come B-Side di Sin. Introdotta da quelli che sembrano essere campionamenti porno e dai dialoghi di una versione anni ’60 de Il gabinetto del dottor Caligari, la traccia è prodotta da Al Jourgensen dei Ministry, che aveva paragonato l’esperienza di ascoltare la sua musica all’“avere un chiodo da nove pollici piantato in un buco in testa”. Non è accertata la voce che vuole Reznor ispirato da questa dichiarazione per definire il nome della sua band e il titolo del brano, ma è certo che qualche anno dopo l’uscita di Pretty Hate Machine i Nine Inch Nails riempiranno di chitarre “alla Ministry” il mini album Broken. Facendo tesoro del loro inserimento dal vivo, necessario per evitare l’utilizzo di sequenze e registrazioni sul palco, completeranno proprio con strati di chitarre distorte e processate la tavolozza usata per creare i capolavori che chiudono in maniera eccellente il primo decennio di vita della band.

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