Recensioni

Trent Reznor ha sempre preso l’arte in maniera molto seria e viscerale, al punto di vivere la sua The Downward Spiral proprio subito dopo l’uscita dell’album che aveva fatto esplodere a livello globale la notorietà dei Nine Inch Nails. Era superfluo, quindi, sperare che il musicista potesse uscire indenne dal Self Destruct Tour, due anni spesi on the road, per lo più con un compagno di merende del calibro di Marilyn Manson. Insomma, proprio nello stesso anno in cui il Time lo consacra come la 18a personalità più influente del 1997, Trent Reznor fa uscire il singolo The Perfect Drug, appare gonfio e inquietante (quindi perfettamente in ruolo) nel sinistro video di I’m Afraid of the Americans di David Bowie e inizia una terapia di riabilitazione per allontanarsi dall’abuso di alcol e cocaina che durerà solo un mese. Il dedicarsi completamente al lavoro in studio con il già citato Manson, alla produzione delle colonne sonore di Strade perdute e Natural Born Killers, nonché alla redazione della raccolta di video Closure non è stato sufficiente.
Il workaholic Reznor ammette di avere ben altri problemi di dipendenza, ma ha voglia di tornare a scrivere la sua musica: per la prima volta, però, intorno a un titolo ben definito, The Fragile, ci sono solo spartiti vuoti. Si sente perso e solo, e quindi chiede aiuto al guru Rick Rubin, che gli dà due consigli: quello giusto è passargli il White Album dei Beatles, che influenzerà in quanto a varietà il nuovo disco, mentre quello sbagliato è suggerirgli di scriverlo in isolamento, dandogli le chiavi di una casa a picco sulle scogliere nel Big Sur. L’esperienza sarà oltremodo negativa per la fragile psiche del musicista, ma l’oceano riaffiorerà spesso nelle immagini evocate dall’album. C’è un altro importante fattore legato al soggiorno sulla costa californiana: la casa che gli procura Rubin è dotata di pianoforte e Reznor, educato musicalmente secondo canoni classici, decide di comporre proprio su quello strumento. Sebbene il risultato non lo soddisfi e quindi decida successivamente di centrare tutto intorno agli strumenti a corda pizzicata o sfregata, il suono del pianoforte sarà protagonista di molti episodi riusciti del disco. Per essere veramente precisi, però, dobbiamo specificare che il Nostro aveva composto al piano anche Hurt: il brano è un utile anello di congiunzione timbrica, stilistica, produttiva e tematica tra The Downward Spiral e le 23 tracce del terzo album dei Nine Inch Nails. Benché, come vedremo, i due capolavori siano per molti versi assai distanti tra loro, le dissonanze, il ripetersi delle note “stonate” di chitarra acustica, le bolle di rumore nelle quali inizia e finisce il pezzo, per non parlare dell’uso di alcune specifiche parole, fanno di Hurt un concentrato di elementi che poi saranno disseminati e riletti lungo tutto The Fragile. Due anni di lavoro hanno infine come risultato un album spezzato, ferito e imperfetto sin dalla copertina di David Carson, dove il logo della band è tagliato a metà e i colori caldi e freddi delle immagini, tratte da negativi rovinati, sono azzeccati corrispettivi cromatici di quello che ci si appresta ad ascoltare.
The Fragile viene registrato presso i Nothing Studios di New Orleans: nel suo quartier generale Reznor convoca una pletora di professionisti (tra gli altri, Charlie Clouser, Jerome Dillon, Keith Hillebrandt e Dave Ogilvie) con cui, però, forma una squadra tecnico-artistica, non una band. I diversi ambienti e studi sono connessi in rete e tutto viene registrato su hard disk, ricorrendo al nastro solo quando si esauriscono le 72 tracce messe a disposizione dalle macchine di allora. Basta questo particolare per comprendere il livello di dettaglio e di complessità che caratterizza l’album, nonché il meticoloso lavoro compiuto al mixer insieme ad Alan Moulder, su cui Bob Ezrin apporrà un imprescindibile e magistrale sigillo finale. È proprio il produttore di The Wall, un altro importante doppio LP di riferimento per Reznor, a definire la sequenza dei brani, divisi in due CD denominati Left e Right. La prima cosa che sentiamo, a proposito di Hurt, è una progressione cromatica per chitarra acustica su cui si innestano pesanti batterie e synth: Somewhat Damaged è un climax maestoso che cresce a dismisura e crolla sul drone che dà il via a The Day the World Went Away, uscito come singolo il 20 luglio 1999. Una chitarra distorta invade con prepotenza lo spettro sonoro, dove trovano posto anche un lontano tema pizzicato che sarà richiamato nei brani seguenti. La palese ripresa di figure ritmiche, melodiche o armoniche, tipica delle forme classiche, è una delle caratteristiche di spicco del disco, insieme alla coesistenza di opposti timbrici e all’uso originale delle percussioni, qui sorprendentemente assenti: nonostante queste assolute peculiarità, The Day The World Went Away è il primo singolo dei Nine Inch Nails a raggiungere la Top 40.
Con la successiva The Frail, Reznor svela un altro aspetto importante del disco, cioè il suo carattere strumentale: due minuti scarsi per pianoforte e pad sintetizzato anticipano le avanguardistiche sperimentazioni ambient ed elettroniche dei quattro volumi di Ghosts e, quindi, le colonne sonore co-firmate con Atticus Ross a partire dal 2010. Il passaggio tra futuro e passato è continuo, tant’è che in molti hanno tracciato un parallelo tra i suoni dell’esordio Pretty Hate Machine e il beat di The Wretched: il riff di pianoforte è alla base di una struttura quadrata governata dalle chitarre, processate e manipolate come in tutto il disco, ma dove appare anche un violoncello, arricchendo una tavolozza timbrica elegante e incisiva. Il ritornello «Now you know / This is what it feels like» sembra quasi una risposta beffarda al «To see if I still feel» di Hurt, mentre se arriva un Dio dall’alto dei cieli è «Just to push you down / Just to hold you down / Stuck in this hole / With the shit and the piss». Gli strati di voci, synth e chitarre si sovrappongono con vigore fino a un anticlimax che lascia spazio solo al tema pizzicato, su cui iniziano ad avvolgersi le spirali digitali di We’re in This Together Now, il brano più lungo del lotto. Una sorta di “Heroes” di fine millennio (con tanto di verso «You’re the queen and I’m the king»), il pezzo esce come singolo sei giorni dopo la pubblicazione di The Fragile, il 27 settembre 1999, e raggiunge buone posizioni nella Modern Rock Chart e nella Mainstream Rock Chart. Segnato da una batteria che rimbomba in pattern ossessivi e immutati, riutilizzati in Into the Void, è una traccia dove coabitano ritornelli metal, assoli noise, i coretti funk della seconda strofa e i placidi accordi per pianoforte del finale. Un drone in e-bow collega questa hit con la title track, uno degli apici drammatici del doppio CD. Anche in questo caso è tutto un raffinatissimo e complesso gioco di sovrapposizioni, opposizioni e richiami: i ritmi, volutamente in evidenza, sono sporcati appoggiando un tamburello a un tom, mentre le dolci melodie della prima parte diventano disturbanti e si contaminano prima con stonature di chitarre e synth, e poi con quelle del pianoforte. Ma è l’interpretazione di Reznor a fare la differenza, capace com’è di passare dal sussurro traboccante di disperazione all’urlo «I won’t let you fall apart» che chiude il brano. È il momento di un’altra traccia strumentale, Just Like You Imagined, ancora una volta strutturata secondo un crescendo con tanto di sirene, dove sembra che tutto stia per scoppiare da un momento all’altro e in cui brillano due collaboratori d’eccezione di The Fragile, entrambi passati alla corte del Duca Bianco, cioè il chitarrista Adrian Belew e il pianista Mick Garson. Tra i crediti di missaggio della successiva Even Deeper, invece, compare nientepopodimeno che Dr Dre, indizio di una dichiarata passione di Reznor nei confronti del mondo hip-hop. L’inizio del brano, però, ha poco a che fare con le metriche rap: è piuttosto lento e cupo, ideale per ospitare un testo quanto mai confessionale.
«And for once in my life I feel complete / And I still want to ruin it / (…) Do you know how far this has gone? / Just how damaged have I become?»: in queste coppie di versi, oltre a “ricredersi” sul “danno secondario” descritto nella traccia di apertura del disco, Reznor dimostra quanto il suo lato Mr Self Destruct sia ancora vivo e i guai lungi dall’essere risolti: il mantra finale ruota proprio intorno all’impossibilità di tornare indietro e la prima traccia del CD Right si intitola non a caso The Way Out Is Through. La scaletta quindi attraversa i ritmi di marcia di Pilgrimage, in cui sembrano risuonare gli ordini militari che scuotevano il protagonista del già citato lavoro pubblicato dai Pink Floyd esattamente venti anni prima. Anche in una traccia strumentale granitica e apparentemente semplice come questa, tuttavia, ci sono accorgimenti degni di nota, come l’uso di percussioni non convenzionali (pare nate dalla registrazione processata di oggetti scossi in una scatola di cartone) e di sonorità difficili da isolare eppure indispensabile tratto di un pezzo incalzante e angosciante. Spiccatamente metal, concisa e densa di groove, No, You Don’t stratifica chitarre e synth su un pattern quasi dance, lasciando come unico spazio di divagazione un bridge con suoni fuzz: le ultime battute sono una deflagrazione di urla e riff distorti, e si quietano all’improvviso, cedendo il passo a un’altra vetta del disco e di tutto il catalogo dei Nine Inch Nails, La Mer. Il primo strumentale che Reznor scrive per The Fragile, frutto delle sue riflessioni suicide nel Big Sur, è quasi completamente realizzato con pianoforte, violoncello e contrabbasso, presentando l’eccezionale caratteristica di avere un’altra voce in organico, quella di Denise Milfort. Tutto è perfettamente bilanciato tra dolcezza e tensione, e sporcato dai consueti rumori e stonature: il magistrale drumming di Bill Rieflin, le soffuse parole in creolo che ripetono la frase-chiave «Nothing can stop me now», la linea di basso che tornerà in Into the Void e la sovrapposizione di tempi ternari e quaternari già presente in Somewhat Damaged. Il pathos aumenta ancora con il finale del disco di sinistra, The Great Below, dove c’è ancora una volta lo zampino di Belew: è la sua chitarra acustica processata a punteggiare la canzone insieme a synth atmosferici e a note sfregate e pizzicate. Il crescendo a partire dai 2’50” è un altro evidente richiamo a Hurt, ma “Left”, a differenza di The Downward Spiral, si conclude con una nota di speranza mormorata: «I can still feel you / Even so far away».
“Right” comincia con le soffici pulsazioni di The Way Out Is Through, che ben presto si trasformano in violente astrazioni industrial figlie di Pilgrimage e Just Like You Imagined: anche qui intervengono le improvvisazioni di Garson al pianoforte, ma in sottofondo lavora un synth che, nota dopo nota, costruisce il tema al centro della successiva Into the Void, terzo singolo estratto, uscito il 10 gennaio 2000 e arrivato alla posizione numero 11 della Modern Rock Chart. Basata sul tema di La Mer, la traccia esemplifica la caratteristica coesistenza nell’album di un’anima sperimentale e di un lato più pop, rappresentata dal passaggio tra l’intro e l’entrata della sezione ritmica. Reznor disegna una melodia cantabile, coronata dal sincopato e ultra-appiccicoso verso «Tried to save myself but myself keep slipping away», e decide di concludere il pezzo a cappella. L’inizio della successiva Where Is Everybody? è un’inversione a U i cui versi iniziali riportano al 1989 di Down In It. Proprio come nel singolo d’esordio a firma Nine Inch Nails, Reznor sembra quasi rappare, trovando il punto di incontro tra parlato e melodia: il pezzo, tanto accessibile quanto massiccio, squadrato ma colmo di particolari “storti” e “sbagliati”, ci regala un nuovo assolo di Belew (stavolta invertito), finendo poi nella pozza di rumori e ronzii da cui nasce l’introspettiva e strumentale The Mark Has Been Made. Basata su archi, chitarre e profonde note sintetiche, la composizione pare ancora una volta anticipare i futuri lavori per il grande schermo: ha l’ardire di lasciare la parola per qualche battuta a una sola chitarra (stonata) con wah wah, prima di tornare alle cadenze massicce e dense, riprendere i ritmi di We’re in This Together Now e giungere a un bizzarro finale per pianoforte, dove la voce di Reznor sussurra minacciosa «I’m getting closer all the time».
I richiami new wave di Please sono sepolti da disturbanti parti per synth e chitarre distorte e preparano il terreno per Starfuckers, Inc., che inizia con un pattern del tutto simile, benché accelerato, a quello che dà il via a The Way Out Is Through. Gli sviluppi, però, sono completamente diversi, perché la traccia è probabilmente il pezzo più convenzionale, immediato e diretto dell’intero lavoro. Le ritmiche jungle saranno poi simili a quelle riprese da Bowie in Earthling, così come nel suo 1. Outside risuonano echi di The Downward Spiral. Qua e là il pezzo ricorda la già citata I’m Afraid of Americans, ma il crescendo sul «Don’t you» fa il paio, in quanto a virulenza e potenza simbolica, con il «Fuck you, I won’t do what you tell me» in Killing in the Name of dei Rage Against the Machine. La coppia di tracce che segue forma un’altra contrapposizione: Complication è un agitato pezzo strumentale attraversato da rasoiate di synth, rumori e urla, mentre I’m Looking Forward to Joining You, Finally è un pensiero rivolto a Clara, la nonna materna di Reznor, la cui scomparsa era stato ulteriore motivo di prostrazione nella seconda metà degli anni ’90. Percussioni secche e sperimentali scandiscono melodie dolci, arricchite da pianoforti e stuzzicate da irrequieti archi in tremolo: groove e intimità, calma e tensione sono unite in spazi eccellentemente strutturati, resi ancora più tridimensionali dalla particolare conformazione degli strati vocali.
Tutto tornerà a essere sguaiato e brutale in The Big Comedown, terzultima traccia sfregiata da un riff incessante di chitarra, ancora una volta stonata, che non se ne va neanche quando si aprono gli spiragli melodici in falsetto del ritornello. Tutto il brano è attraversato da un andamento zoppicante, assai diverso dalle ritmiche serratissime di Underneath It All, su cui Reznor, assalito da ogni lato da sintetizzatori e distorsioni, stende parole e melodie simili a quelle di The Great Below. Le continue ripetizioni dei versi «All I do / I can still feel you» sono progressivamente spezzate e ridotte in frantumi, fino ai sussurri «You remain / I am stained», le ultime parole del disco. La traccia conclusiva Ripe (with Decay), infatti, è ancora una volta una composizione strumentale, cupa e claustrofobica: Reznor e i suoi collaboratori creano una corrente scurissima che si ingrossa e si riduce secondo i principi di sovrapposizione verticale degli strati sonori utilizzati finora. Senza ricorrere eccessivamente ai distorsori, in sei minuti il pezzo disegna diverse sezioni, popolate da batterie, cori e chitarre. Nel caos crescente sfilano frangenti melodici, ritmici e armonici che sembrano memorie dei brani precedenti, facendoci in qualche modo tornare al punto da dove eravamo partiti, centoquattro minuti prima.
The Fragile esce il 21 settembre 1999, oltre un anno dopo il suo annuncio. Nella prima settimana vende 228mila copie e raggiunge il primo posto della classifica Billboard, ma esce subito dalle chart. Interscope decide quindi di limitare il suo impegno promozionale e Reznor è costretto a finanziare completamente il tour di tasca propria. Lungo 9 mesi e articolato su 75 concerti in quattro continenti, il Fragility Tour è stato definito da Rolling Stone il migliore del 2000, un riconoscimento che arriva anche grazie agli incredibili visual creati dall’artista Bill Viola. Trent Reznor confesserà in seguito di essersi scolato ogni sera una bottiglia di vodka sul palco e di avere erroneamente sniffato eroina al posto di cocaina, finendo in overdose. Ci vorranno tre anni di pausa e un serio percorso di riabilitazione prima che i Nine Inch Nails tornino a fare sentire il proprio nome, pubblicando il nuovo album in studio With Teeth.
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