• ago
    24
    2018

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Relapse

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I Nothing si riaffacciano su una scena sempre meno viva e dinamica (quella dello shoegaze revival, per intenderci) con un terzo album che ha il sapore di una – nuova – conferma, nonostante tutti i limiti intrinsechi nella proposta stessa della band di Philadelphia. Un po’ per il background dei singoli e un po’ per un ambiente – quello americano – profondamente diverso da quello in cui si sviluppò lo shoegaze originario in UK tre decenni fa, i Nothing hanno da sempre portato avanti un percorso stilistico impregnato di feedback e riverberi, graffiato, però, da elementi di stampo alt-rock made in USA tinti di nero da tematiche generalmente legate allo spleen esistenzialista/paranoico del leader Dominic Palermo. La formula del gruppo è semplice e piuttosto statica, tant’è che i riferimenti (Smashing Pumpkins, Deftones, Swervedriver…) spesi per le due puntate precedenti (Guilty of Everything e Tired of Tomorrowrimangono buoni anche per Dance on the Blacktop (in slang definisce una rissa che avviene durante l’ora d’aria in prigione), così come il mood perennemente intarsiato dal nichilismo e dalla disillusa (auto)ironia di Palermo a cui, tra le altre cose, recentemente è stata diagnosticata una CTE (Chronic Traumatic Encephalopathy). L’arrivo di Aaron Heard a sostituire (definitivamente?) l’ingombrante Nick Bassett al basso e la produzione di John Agnello non cambiano troppo le carte in tavola.

Siamo quindi di fronte a una semplice collezione di nuove (nove) tracce mediamente ispirate da portare in tour senza troppi timori: i momenti melodicamente azzeccati non mancano, così come le preziose intuizioni del chitarrista Brandon Setta. I Hate the Flowers unisce chitarre abbassate e linee vocali morbide in modo funzionale e convincente (il passaggio «stop all the clocks in my brain. Clog all the veins in the drains» è quasi anthemico). Il primo singolo Zero Days rimarca la facilità nello scrivere ruvide pop songs con il pilota automatico (e un Palermo che sembra effettivamente cantare con le labbra cucite come nel video). Anche il main riff e il chorus – per quanto tendenti al banale – di Blue Line Baby funzionano alla grande. La vivace e scanzonata You Wind Me Up profuma di aria fresca, come a fare da contraltare alle litanie dreamy più reiterate – Plastic Migrane ad esempio – che rischiano di tediare, mentre a metà della tracklist sorprendono – in negativo – un paio di pseudo-tributi (chiamiamoli così) a Creep dei Radiohead (Us/We/Are) e a Ever Fallen In Love dei Buzzcocks (Hail on Palace Pier), non esattamente due delle canzoni meno conosciute al mondo. Rarefatto e toccante, invece, il lento incedere di The Carpenter’s Son, in cui Palermo si immerge tra i ricordi legati al difficile rapporto con il padre, morto recentemente.

Giunti a questo punto sembra evidente che i Nothing sono e, nel migliore dei casi, continueranno ad essere principalmente uno sfogo catartico di Palermo nei confronti di una vita turbolenta e sfortunata. Uno sfogo che puntualmente, ad ogni album, regala una manciata di ottime canzoni da dare in pasto agli appassionati del genere.

28 Agosto 2018
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