Recensioni

Partiti dal Canada come molti loro compatrioti, gli Ought sono l’ennesima band nata all’ombra della foglia d’acero a conquistare il resto del mondo. Fuoco feniceo nato dalle ceneri del post-punk, sulle quali è ricaduta una tradizione arty che va dai Television ai Talking Heads passando per i Fall e i Pavement, il quartetto di ventenni ha sciorinato negli appena sei anni di attività ben due album e svariati Ep. Se già dal loro primo anelito di vita, un Ep appunto del 2012, le coordinate erano ben chiare, è grazie a More Than Any Other Day e Sun Coming Down che la forza del gruppo si affina stendendosi su veri e propri happening musicali sapientemente catturati in presa diretta. In mezzo una parentesi solista del carismatico cantante e autore dei testi Tim Darcy, un irrequieto viveur decadente che salmodia e dirige cavalcate rock (New Calm Pt.2) dissipando i suoi dubbi esistenziali in amare prese di coscienza dei vuoti comunicativi nei quali ricadiamo quotidianamente (Beautiful Blue Sky).
Quel mondo conquistato a colpi di live intensi e accattivanti e interviste sempre interessanti e che offrono stimoli letterari e spunti di riflessione, viene stipato nella sala prove degli Ought. Room Inside The World è l’essenza del gruppo, il risultato di un processo di quadratura che ha accorciato i brani con una sapiente verniciata pop, senza tralasciare l’atteggiamento intellettuale a là Velvet Underground. Il nemico da combattere è l’apatia, l’auspicio è un risveglio attraverso il quale tornare alla dignità di esseri umani critici e pensanti. Tutto anticipato e condensato dal video del singolo These 3 Things, in cui manichini, plastica, pelle ed emozioni in cellulosa vengono tritati da una monotonia che risulta allo stesso tempo tediosa e avvincente.
La mano di Nicolas Vernhes (già al lavoro con Animal Collective, Deerhunter e Dirty Projectors) ha certamente contribuito a rendere questo album una perfetta controparte sonora all’artwork ideato da Erin Lawlor: eleganti pennellate a toni foschi che possono essere morbide (Disgraced In America), irregolari (Dissasfectation), nitide (Desire) e poi, ancora, intimiste (Brief Shield) o sognanti, come la conclusiva Alice. Se nel precedente album notavamo il decadentismo sciorinato nelle «contaminazioni post-punk, echi di Sonic Youth e Wire, ma soprattutto un’attitudine in studio che ricorda lunghe sessioni in presa diretta dalla forte matrice live», adesso non possiamo far altro che applaudire all’occasione colta al balzo dagli Ought: intendere lo studio come un vero e proprio strumento, arricchendo e smussando di volta in volta l’essenza sonora della band. Room Inside The World mette da parte i furori chiaroscurali degli esordi e ci consegna un gruppo ambizioso e, soprattutto, sicuro di sé. Ancora una volta, bravi ragazzi.
Amazon
