• Ott
    15
    2013

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Che un disco di Paul McCartney targato 2013 riesca ad attirare su di sè genuina curiosità prima ancora che obbligatoria, doverosa e scontata riverenza, è già una gran cosa. Sin dal momento in cui era stato reso noto che per dare un seguito al suo ultimo album di inediti, Memory Almost Full (2007), avrebbe lavorato con quattro produttori diversi, il ronzio intorno al Beatle si era fatto sempre piu’ insistente, con le aspettative che montavano a ogni annuncio, a ogni tweet, a ogni rivelazione. Ma come? Da quando Macca è così cool? Non è forse lo stesso anziano signore che non troppo tempo fa se ne era uscito con un dischetto di standard vecchi di ottanta-novant’anni, giusto per il piacere – pretenzioso e lezioso quanto basta – di farlo?

La verità è che, come abbiamo avuto modo di dire allora per Kisses On The Bottom, in virtù del suo lignaggio e della sua ormai cinquantennale militanza Sir Paul ha fatto più o meno tutto. In mezzo a questo tutto ci sono anche cosucce a loro modo sperimentali, piuttosto weird se vogliamo, tanto che negli ultimi tempi, specie in certi ambienti, sembra diventato incredibilmente di moda sdoganare cose come McCartney II o i lavori a nome Fireman; sì, Paul è (stato?) anche un nerd, a suo modo, e se non fosse chi è oggi magari certe cose le pubblicherebbe su Soundcloud. Non che questo McCartney di New sia orientato prevalentemente e smaccatamente a quel tipo di pubblico hipster 2.0 (per quel genere di cose, meglio rivolgersi alla sua recente comparsata nel disco di Bloody Beetroots), ma non deve neanche stupire troppo che queste nuove canzoni stiano avendo così tanti riscontri, positivi e soprattutto trasversali, mettendo d’accordo tanto Pitchfork quanto il Guardian.

D’altronde è l’anno di The Next Day, e il Nostro si è anche detto genuinamente ispirato dalla mossa del sempiterno collega/rivale David, non mancando di esternare le sue simpatie per National o altre cose che oggi rappresentano lo stato dell’arte del pop d’autore. Cosa straordinaria: in questo c’è senz’altro dell’umiltà, della voglia di rimettersi in gioco, pur con la consapevolezza piaciona del volpone che è sempre stato. New è un’opera(zione) che suonerebbe paracula come poche, sin dal titolo. E invece risulta credibile, per il modo in cui Paul si lascia guidare dalla mano dei collaboratori di turno. Lo aveva già fatto, di recente, con Nigel Godrich (Chaos And Creation In The Backyard) e con quello di David Khane (Memory Almost Full).

Qui funziona ancora meglio, con i blasonati Paul Epworth e Mark Ronson da un lato e i figli d’arte Ethan Johns (di Glyn, quello di Get Back) e Giles Martin, in un dialogo inedito tra possibilità e tradizione. Con un piede nella nostalgia e uno nel divertissement, pur ondivagando come gli è solito, Macca ci regala un disco che vive di equilibri miracolosi e inaspettati, confermando ancora una volta il teorema secondo cui, con dei buoni compagni di viaggio (più prosaicamente, con qualcuno che argini il suo ego e stimoli la sua curiosità), riesca a dare il meglio di sè. Come molti altri dischi targati McCartney, New è un disco imperfetto, ma così pieno di vita. E a uno della stessa generazione di Lou Reed, John Cale, Keith Richards, Mick Jagger, Ray Davies, Neil Young e David Bowie, è la cosa più bella che si possa chiedere.

30 Ottobre 2013
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Paul McCartney

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