Recensioni

7.8

C’è questo adagio con cui chiunque si sia imbattuto nei Pavement e nella loro musica, prima o poi ha dovuto fare i conti, che fa pressapoco così: “se al (relativo) successo di Crooked Rain Crooked Rain, Malkmus e soci avessero fatto seguire un disco in grado di valorizzare la loro vena pop, con ogni probabilità avrebbero conquistato il mondo”. Di fatto quello che accadde dopo fu Wowee Zowee: un sputo in faccia alla prospettiva di capitalizzare il potenziale commerciale di singoli come Cut Your Hair e Gold Soundz.

Personalmente, ho sempre trovato questo assunto troppo semplicistico. Il successo non è mai frutto di una formula scritta nella pietra, men che meno in quegli anni in cui le major sembravano viaggiare a vista. Nel ’95 (anno di usicta di Wowee Zowee) le grandi etichette stavano iniziando a ripulire i propri roster dalle band che avevano frettolosamente messo sotto contratto durante l’esplosione dell’alternative rock (quando avevano concesso possibilità persino a gente come i Butthole Surfers). Viene comunque da chiedersi cosa sarebbe successo se il terzo album dei Pavement avesse avuto l’omogeneità e l’approccio più tipicamente rock di Brighten The Corners. Che cosa avrebbero pensato i reparti A&R delle grandi label se si fossero trovati di fronte a una sequenza di pezzi come Stereo e Shady Lane, ovvero la cosa più voluttuosamente slack pop e più squisitamente pavementiana partorita dalla penna di Stephen Malkmus?

Benché la tendenza di molti sia quella di considerare la maggiore accessibilità di Brighten The Corners come una reazione all’eccessiva diversità (e in qualche modo, alla dispersività) del suo predecessore, l’album del ’97 è piuttosto l’output di una band rodata al 100%, abituata a suonare costantemente dal vivo e finalmente a proprio agio anche in studio. «È il nostro primo band oriented album – dirà a posteriori Malkmus – i dischi precedenti erano controllati da me e, in minor misura, da Scott, ma a quel punto eravamo un marchio piuttosto conosciuto, come qualsiasi band al quarto album, del resto». Dunque a concorrere alla regolarità di Brighten The Corners, oltre all’affiatamento e alla padronanza creativa, c’era anche un pizzico di maniera. Cosa più che lecita per una band il cui stile era ormai uno dei punti di riferimento dell’alternative rock di fine ’90 di entrambe le sponde dell’Atlantico. Il ’97, infatti, è anche l’anno di pubblicazione del disco omonimo dei Blur, quello in cui i londinesi cercavano una via di fuga dal Britpop seguendo proprio le sbilenche traiettorie pavamentiane. Se la cosa non fosse risultata abbastanza chiara da canzoni come Country Sad Ballad Man, ci avrebbero comunque pensato Albarn e Coxon a ribadirle, citando la band californiana nel corso di ogni intervista.

Tutto questo, in qualche modo, caricò i Pavement di responsabilità, spingendoli a inserire un po’ più di professionalità nel loro modus operandi. Fu così che i cinque si recarono per dieci giorni a casa di Steve West (un maniero ottocentesco situato in Virginia) in modo da prendere familiarità con il nuovo materiale. Dopodiché telefonarono a Mitch Easter chiedendogli di tirare fuori la jangle rock band che era in loro. Una cosa che Easter sapeva fare meglio di chiunque altro, essendo stato il demiurgo del sound dei primi R.E.M. (band feticcio di Malkmus e soci), avendo prodotto dischi di culto come quelli dei Game Theory ed essendo stato con i suoi Let’s Active, uno dei più sinceri interpreti di quel suono neo tradizionalista. Di fatto, Easter si limitò a fornire il proprio studio e la propria aurea consulenza. Le sessioni vennero curate dal solito Bryce Goggins (uomo di fiducia del gruppo) per un risultato musicalmente più compiuto ed esteticamente rifinito di qualsiasi cosa precedentemente prodotta. Un lavoro che restava pavementiano al 100%, per il modo di inglobare nella sua ferrea scrittura un livello controllato di caos e casualità. «Avevano un modo fantastico di lavorare – ricorderà a tal proposito Easter – Le loro erano una sorta di jam. Suonavano tutti insieme avendo ognuno un’idea diversa tranne che sul ritornello, ed ogni volta che suonavano un pezzo veniva diverso».

Per tutti questi motivi, Brighten The Corners è a tutti gli effetti l’album della classicità per i Pavement. Quello in cui il gruppo riusciva a canalizzare la sua consueta eccentricità in strutture più schiettamente folk rock e in un songwriting maturo. Una cosa particolarmente evidente nei due brani firmati da Scott Kannberg / Spiral Stairs: il fan favorite Date With IKEA e il groove aereo di Passat Dream. Il primo è un power pop alla Big Star in chiave college rock; il secondo un funk stonesiano cantato con la consueta scelleratezza e abbondanza di whoo hoo. Entrambe congiurano in qualche modo a un senso di rinnovata responsabilità e costituiscono, nella loro linearità un po’ svagata, due dei massimi contributi di Kannberg alla causa del gruppo.

Altro discorso vale per Malkmus. All’epoca la cosa non era ancora evidente, ma dopo il tour di Wowee Zowee iniziò quel processo di allontanamento che appena due anni dopo l’avrebbe portato ad agitare un paio di manette sul palco della Brixton Academy in segno di insofferenza per le dinamiche del gruppo. Come “lirycist” Malkmus ha sempre avuto la capacità di procedere per stream of counsciousness che si coagulavano in modo quasi inconscio in testi generazionali come «I was dressed for success but success it never comes». Questa attitudine in Brigthen The Cornes produceva alcune delle riflessioni più efficaci e poetiche sul raggiungimento dell’agognata maturità, come quelle di Old To Begin e Type Slowly, segni di come si può venire a patti con la propria innata indolenza e continuare a coltivare i propri sogni. Quest’ultima poi, nella lunga elucubrazione chitarristica, lasciava intravedere un maggiore interesse del cantautore verso le strutture libere dell’acid rock. Le stesse che avrebbero segnato la prima fase della sua carriera solistica e che in molti avrebbero scambiato per “progressive”. «Il mio interesse per la musica stava cambiando – dirà in seguito Malkmus – mi stavo appassionando al folk elettrico dei Fairport Convention e non ricordo esattamente cos’altro. Solo cose più difficili degli anni ’70, i Groundhogs e i gruppi di rock acido». Il tutto poi si accompagnava alla voglia di gingillarsi (sebbene in maniera quasi goliardica) con strumenti come flauti e clavicembali.

Era un processo tutto sommato naturale per un gruppo di musicisti che aveva ormai girato la boa dei trent’anni e si scopriva parte di una tradizione pluridecennale di cantautorato obliquo. Va da sé che questa consapevolezza si accompagnasse ad un’aura di amarezza per la sensazione di stare portando avanti un progetto che aveva già oltrepassato il suo picco creativo e che oltretutto, nei lunghi periodi on the road, toglieva tempo alle vite private dei cinque. Sarà per questo che un fil rouge di malinconia pervade tutte le tracce dell’album. Un sentimento appena mascherato dalla dabbenaggine dinoccolata dell’iniziale Stereo (in cui Malkmus prova a fare il Beck e tira frecciate a Geddy Lee dei Rush) e dai giochi di parole della soffusa Starling Of The Sleapstream. Questo spleen contrito, che avrebbe consigliato alla band di tenere da parte l’oscura …And Then (finita poi su Terror Twilight con il titolo The Hexx), esplodeva letteralmente nell’assolo lancinante di Fin: una conclusione emotivamente fuori dalle righe per un gruppo che aveva fatto dell’understatement il tratto estetico più riconoscibile. Col senno di poi non sarebbe errato intravvedervi l’accorato addio dei Pavement ai propri fan.

Il successivo Terror Twilight, che Malkmus avrebbe realizzato con l’aiuto di Nigel Godrich, suona già come l’abbrivio di un’altalenante carriera solistica. Sarà lo showdown di una band che aveva esaurito la propria missione: quella di incarnare lo spirito del rock indipendente degli anni 90. Con i suoi striduli slanci artistici e il suo pudico desiderio di essere amato.

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