• Giu
    09
    2017

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4AD

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Con i confini tra i generi che si sono fatti sempre più liquidi, grazie ai continui sconfinamenti tra diverse forme musicali e di espressione artistica a cui abbiamo assistito in questi ultimi anni, era inevitabile che si andasse a parare da queste parti. La strada, se vogliamo, è un po’ la stessa tracciata dall’ultimo disco di Bon Iver o dalle magniloquenze degli Arcade Fire, con analogico e digitale che si innestano sul corpo in mutazione del folk-pop-rock, per un continuum espressivo che non è più solo qualcosa, ma è – e vuole essere – molte cose contemporaneamente. Per certi versi una forma di massimalismo artistico, di musica totale che, non a caso, qui si confronta con l’universo intero.

L’occasione per questo Planetarium si presenta quando il Muziekgebouw di Eindhoven commissiona le musiche per uno spettacolo al compositore Nico Muhly, musicista che passa senza troppi problemi da collaborazioni con Björk alle orchestre sinfoniche, e lui decide di coinvolgere Stevens e Dessner dei National, oltre a James McAlister (che ha suonato con mezzo mondo, ma anche e soprattutto in The Age of Adz di Stevens, disco che ha più di un legame con questo progetto). L’occasione è ghiotta, perché i quattro sono accomunati dall’appartenenza a quel giro brooklynese che ha dato una grossa spinta al mondo indie negli ultimi anni, si conoscono e non vedono l’ora di poter collaborare assieme su un progetto di così ampio respiro. Parti suddivise, con Sufjan incaricato della sezione melodica, Dessner e Muhly delle orchestrazioni e degli arrangiamenti, e McAlister concentrato sul lato percussivo, sia che si tratti di beat elettronici che di strumenti tradizionali. Ne esce uno di quei dischi larger than life, non solo per il tema al centro del discorso (il nostro mondo interiore che si riflette nel movimento dei pianeti del Sistema Solare che si riflettono su noi, in un loop zen senza fine che mette in mostra tutta la tensione spirituale che c’è comunque alla base del progetto), ma anche per durata (oltre 75 minuti) e ambizione: siamo di fronte a un aggiornamento anni Dieci del prog, con sontuose parti elettroniche, orchestrazioni raffinate, ampio uso di tutti i colori che la tavolozza mette a disposizione di un quartetto di musicisti dalle enormi capacità, con tuffi ora nella techno, ora nell’ambient, ora nel folk, ora nella library music, ma senza che mai nessuno di questi linguaggi prevalga, pur essendo al servizio della visione comune dei quattro.

Ci si diverte moltissimo a seguire i 15 minuti di Earth, sorta di summa del Planetarium-pensiero, che scappa in direzione dreamy, ora è un ambient vicino al minimalismo, ora è un pop drogato di droni, ora è un semplice tappeto armonico su cui adagiare lo spoken-word. Ma si gode anche in pezzi intelligenti come Moon, che su un tremolio liquido di beats adagia un alone orientaleggiante, o nel lirismo drappeggiato di chitarre psych di Mars. È tutto molto ben suonato, molto ben eseguito, tanto che sembra impossibile trovare un punto debole. Ma non si tratta di un disco perfetto, tutt’altro. La prima criticità è lo stesso Sufjan, che ha talento e capacità per produrre dischi memorabili (come ha abbondantemente fatto nella sua lunga carriera), ma non le doti tecniche per cantare con costrutto su questo tipo di soundscape: il suo contributo vocale appare costretto al bisbiglio e alla manipolazione (talvolta un filo oltre) del vocoder. L’impressione che se ne ricava è che se le parti vocali fossero state affidate a un cantate tecnicamente più preparato, anche l’aspetto lirico avrebbe goduto della stessa potenza espressiva del resto. Al limite, si poteva pensare a un disco solo strumentale, un grande affresco musicale che lasciasse all’animo dell’ascoltatore il compito di mettere le parole (laddove ne sentisse la necessità) alla musica. Oppure a un coro, che forse avrebbe portato il discorso in una direzione Pink Floyd altezza The Wall Pink Floyd che rimangono un riferimento labile, quasi concettuale, ma presente. Ma questo avrebbe significato slegarsi completamente dalla musica pop, nel senso di popular, da cui almeno tre dei componenti del supergruppo provengono. E questo è forse il limite più grosso dell’operazione: un disco che sembra più coraggioso di quel che è, perché in realtà non vuole recidere il cordone ombelicale con l’abituale pubblico dei singoli musicisti coinvolti (soprattutto Stevens e Dessner). Allora, viene da pensare che non si tratti fino in fondo di musica totale, ma di un tentativo di parlare altre lingue agli ascoltatori di sempre. Lodevole, ma può risultare paternalistico.

13 Giugno 2017
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