Recensioni

Folgorante. Folgorante fu Nothing Feels Natural dei Priests, nel 2017. “Pitchfork”, nella penna di Laura Snapes, scrisse in diretta che non si sentiva un debutto punk talmente forte dai tempi di Silence Yourself delle Savages. Quella roba era una miscela super energica, ruvida ma provvista di ganci melodici a trascinante presa, perlopiù istintiva ma spiazzante nell’uso jazzy di sassofono e pianoforte, proprio a collegarsi al mood intellettual-noir delle Savages, con testi irrisori della situazione sociopolitica americana, della costruzione fasulla delle identità contemporanee. Prima, nel 2015, c’era stato un eloquente EP, Bodies And Control And Money And Power, ma quell’esordio sulla lunga distanza si poneva come perfetto biglietto da visita, con riff surf, bassi post-punk, derive avanguardiste. Anziché “naturale”, il disco sembrava straordinario.
Questo secondo album, The Seduction Of Kansas, arriva sempre per la stessa etichetta dell’autarchica band dell’autarchica Washingston DC, ovvero Sister Polygon. Qualche cambiamento, però, c’è stato: il quartetto è diventato terzetto. La frontwoman Katie Alice Greer (voce), Daniele Daniele (batteria) e GL Jaguar (chitarra) sono sempre della partita, ma a lasciare è stato Taylor Mulitz, nel mentre dedicatosi al suo trio personale, i Flasher, alla prima prova direttamente su Domino con Constant Image: per i curiosi, un cocktail 80s ansiogeno ed euforico di new wave, art pop ed electro-indie rock, quasi sempre piacevole, eppure in conclusione innocuo. Tra B-52’s, The Julie Ruin, Pixies altezza Bossanova e Clash di Combat Rock.
I Priests, invece, si sono sempre mossi con piglio riottoso in stile Bikini Kill, peripezie vocali vagamente affini alle maestre Sleater-Kinney, alternanza di pieni e vuoti memore delle Throwing Muses e dei medesimi Pixies, irrequietezza noise dei primi Sonic Youth, potenziale controcorrente al pari dei coevi Downtown Boys. Cosa resta? Poco, a dire il vero, degli scossoni elettrizzanti che ricordavamo. The Seduction of Kansas è stato prodotto da John Congleton, sì, l’uomo che ha messo le mani sulle canzoni di St. Vincent, Angel Olsen e Sharon Van Etten, in una più accessibile direzione r’n’r/pop. Partecipano, poi, Janel Leppin – già al lavoro con Marissa Nadler – e Alexandra Tyson, che dal vivo contribuirà al basso, a rimarcare l’inedita apertura verso contributi esterni.
Eppure, nonostante tra le influenze vengano citati stavolta i Massive Attack di Mezzanine, i Portishead di Third e i Nine Inch Nails di Downward Spiral (nientemeno…), l’art-punk dei Priests perde qualcosa, quel senso di imprevedibilità e follia esplosiva che ce li aveva fatti amare sul serio, non aggiungendo peraltro niente in termini di reale sperimentazione. Il focus tematico è sulla seduzione, sul piacere, che si trasforma in ulteriore arma di propaganda, in tecnica di manipolazione e persuasione. La title track, con un video diretto dalla multitasking Greer, sempre pungente alle parole ricche di surreali immagini, aggiunge godibile piglio dance-funk senza graffiare più di tanto. Il secondo singolo Jesus’ Son si rifà alla vena ribelle delle origini con fare un po’ didascalico, idem la successiva e anche più rumorosa Control Freak. Le svisate elettriche di YouTube Sartre, dell’orecchiabile Good Time Charlie e della veloce Carol, le rime “witch-bitch” di I’m Clean, i riferimenti al Texas, i giochi di parole di Ice Cream – da leggersi come “I scream” e già sentiti, Blue Willa/Baby Blue docet nel rifarsi allo standard jazz degli anni 20 – o gli innesti moderni non particolarmente moderni di 68 Screen intrattengono, quando dai Priests ci saremmo aspettati la rivoluzione. La parziale delusione, in questa ripartenza, sta in sintesi tutta qui.
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