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7.3

Una stanza bianca. Un bambino si alza dal letto, con sguardo vagamente perso fissa la cinepresa, si alza e inizia a toccare, con gesti stretti e sinuosi allo stesso tempo, il volto di una donna riflesso in uno schermo. Lo fa con amore e stupore, sconcerto e passione, fin quando i visi dietro il monitor non diventano due. Questa è la bellissima sequenza iniziale di Persona, capolavoro del 1966 firmato da Ingmar Bergman che racconta la complicata ed intensa vicenda di Elizabeth, attrice che di colpo sceglie di chiudersi nel mutismo, e l’infermiera Alma, che deve farla uscire da quella condizione di incomunicabilità verbale autoimposta. Le due trascorrono del tempo in una casa in riva al mare, sviluppando un rapporto complicato e affascinante tra il silenzio impenetrabile della prima e il desiderio di confidenze e confessioni della seconda, e arrivando, tra segreti pesanti come macigni, a una quasi trasfigurazione delle proprie identità.

La pellicola e la sopracitata scena d’apertura del film sono il fulcro della narrativa del quinto album di Rival Consoles, che intende esplorare in queste 12 tracce le invalicabili zone d’ombra dell’animo umano, la percezione che abbiamo di noi stessi e l’immagine che gli altri hanno di noi. Riprendendo il titolo del film, Ryan Lee West, che tra ritmi e stati di tensione si è sempre mosso con consapevolezza, si rimette nuovamente in marcia nel suo intenso e continuo tragitto nel solco della techno organica, addentrandosi nei territori degli iper citati Hopkins e Clark, filtrandoli – con tocco autoriale –  con coscienza IDM a basse frequenze, plasmando il plot del disco con atmosfere inquiete che si divincolano tra momenti cinematici, elettroacustica e quei respiri neoclassical che, dicevamo qualche tempo fa, sono stati di recente impressi su affresco nella nuova opera di Nils Frahm, che da leader carismatico del giro proposto da Erased Tapes ha imposto con sempre più autorevolezza regole, metodi e principi del caso.

Come ci confessò West nell’intervista concessa un paio d’anni fa, la sua elegante calligrafia è sempre più focalizzata sulla storia da raccontare, occupandosi con più leggerezza – per quanto possibile – dell’aspetto tecnico; insomma, un “songwriter per elettronica”, dice lui. Tuttavia, in un disco che di umano vuole trasmettere molto se non tutto, il producer, per competenza e attitudine personale, non può che sbilanciare ancor di più la scelta della propria apparecchiatura verso l’analogico, con l’interessante utilizzo di effetti e pedali ma soprattutto di quei synth marziali usati per le progressioni in odore di trance fatta a pezzi (e qui non possiamo che citare per l’ennesima volta Lorenzi Senni, che ha proprio intitolato Persona il suo debutto su Warp) e apparecchiata su finissime texture ambientali addensate in una onnipresente coltre di nebbia. Il tutto lavorato di classe e mestiere da un punto di vista così affascinante e soggettivo che le emozioni raccontate riescono a prendere svariate forme, tutt’altro che immediatamente percepibili e classificabili, invece da comprendere, ricercare e decifrare con pazienza e curiosità. Seppur nelle sue diverse nuance, l’album rappresenta in realtà un muro spoglio e bianco – proprio come nella prima scena del film – che può essere riempito da una sola persona: l’ascoltatore.

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