Recensioni

Anche quest’anno con l’avvicinarsi della bella stagione (si fa per dire) ha cominciato a farsi largo il classico toto-festival, ovvero la scrupolosa ricerca di un raduno musicale che fosse in grado in primis di garantire una buona offerta musicale, e poi di rispondere a una sempre più limitata disponibilità economica (c’è crisi, sì). Ecco quindi che se il Primavera Festival finisce puntualmente con l’essere depennato dalla lista per il suo “cadere troppo presto” (lo stesso discorso vale per i festival scandinavi, vedi Roskilde) e i più “roboanti” festival britannici appaiono in decadenza e inaccessibili per prezzi e per esasperati sold-out (Reading & Leeds i primi, Glastonbury il secondo), occorre ripiegare per forza di cose su alternative meno “inflazionate” che riescano a garantire un buon rapporto qualità-prezzo.
Per questo 2014 la scelta del sottoscritto è quindi ricaduta sul parigino Rock En Seine che da ormai 11 anni, ogni penultimo weekend di agosto, finisce per “invadere” il bellissimo parco Domaine National De Saint-Cloud. Immersi in colori tipicamente autunnali i quattro palchi, due dedicati ai grandi eventi, due riservati a quelli più di nicchia, ogni anno ospitano decine e decine di gruppi selezionati dall’ottima e attenta organizzazione con lo scopo di soddisfare le esigenze e i gusti musicali di ogni tipo di pubblico (si va dagli adolescenti che si godono gli ultimi giorni di vacanza dalla scuola alle giovani famigliole, passando per gli “intramontabili” hipster e sottoculture varie). Un mix tra pop e indie di nicchia si alterna quindi all’elettronica, alle “vecchie glorie” (quest’anno rappresentate dai Blondie) e alla sempre maggiore attenzione per le novità della Casa.
#Day1
L’edizione 2014 del Rock en Seine comincia con una defezione, quella dei danesi Volbeat, che lasciano così l’onore dei convenevoli sul palco principale del festival (la Grand Scene) ai gonzi Cage the Elephant e all’energia del loro svitato leader, Matthew Schultz. Grazie a un’esibizione anfetaminica la band riesce a smuovere il quasi impassibile e freddo pubblico parigino.
La prima giornata di festival scorre con l’alternarsi di monumentali nuvoloni che si contendono il cielo transalpino con un timido sole (sarà così per tutti i tre giorni) che dalla sua ha il merito di far luce sulla sorprendente esibizione del bluesman Gary Clark Jr.. Con il suo mix di sonorità blues, rock’n’roll e r&b, il Nostro rilegge in chiave elettrizzante anni e anni di storia musicale a stelle e strisce, mentre sui più piccoli Industrie e Pression Live vanno alternandosi Crystal Fighters (un carnevale di suoni che rende la loro esibizione la migliore della giornata, e se vogliamo dell’intera rassegna), lo scanzonato Mac Demarco (memorabile la cover in salsa demenziale della coldplayana Yellow “lanciata” dal chitarrista accompagnatore, mentre Demarco è alle prese con un veloce cambio corda), Hozier (per il sottoscritto, una piacevolissima scoperta) e i britannici TRAAMS (live riassumibile con un’unica parola: monotonia).
Il finale viene invece affidato al gelatinoso Alex Turner e a ciò che rimane dei suoi imbellettati Arctic Monkeys. Un live quasi ineccepibile, musicalmente parlando (salvo palesi errori durante l’encore finale), ma che finisce con il mettere a nudo le parti più vulnerabili del gruppo di Sheffield. Se infatti il suono dei sudditini di Sua Maestà appare carico e avvolgente, ciò che con fatica si riesce a “metabolizzare” è lo stravolgimento del personaggio Alex Turner. Malizioso, suadente, Turner è lontano anni luce dal ragazzino prodigio degli esordi, lontano dalla spontaneità e dall’autenticità dei suoi primi lavori. Il processo di maturazione della band finisce quindi per apparire non naturale ma forzato e studiato a tavolino (forse per sfondare nel mercato americano?). Le ultime tournée ne sono la palese dimostrazione.
Day#2
Annunciati a pochissime settimane dall’inizio del festival, sono gli svedesi Junip a dare il via alla seconda giornata del Rock en Seine ’14. Prima di loro però ci si concede un giretto alla mostra allestita a cielo aperto che vede l’esposizione di illustrazioni dei gruppi che hanno preso parte a questa undicesima edizione del festival, affidate a giovani artisti francesi e non. Tornando alla musica suonata sul palco della Cascade, la band svedese guidata da José Gonzalez cattura il pubblico transalpino grazie ai suoni vellutati e a mantra che hanno la forza di trasportare su altre dimensioni. La sbandata psych-folk, quindi, prosegue con le sferragliate psych-punk dei californiani Thee oh Sees, che in un’ora scarna di live sono capaci di mandare a farsi friggere i padiglioni auricolari di tutti i presenti, e con il travolgente suono degli acidi The Ghost of a Saber Tooth Tiger, band capitanata da un sorprendete Sean Lennon.
Dopo un breve spuntino a base di cucina senegalese, la serata decolla con i beat provenienti dalla New York di Joey Bada$$, stella nascente dell’hip hop della East-Coast. Durante il set, Bada$$ ripercorre il meglio del suo repertorio (dal debutto 1999, passando per Summer Knights e i mixtape sotto il marchio Pro Era) e finisce con il rendere omaggio al suo amico/collega Capital Steez, toltosi la vita la notte di Natale di due anni fa (tanto che in Like Water si tocca il momento più emozionante dei tre giorni di festival).
Salutato Bada$$ arriva il momento di spostarsi sotto il palco allestito per l’australiano Harley Edward Streten, meglio conosciuto come Flume, il “prodigio” dell’elettronica che abbaglia la folla oceanica a suon di possenti elettrobeat che strizzano l’occhio ora al funk, ora a un trip hop fluttuante. Giusto il tempo di riprendersi dal tripudio di effetti visivi e sonori, che il palinsesto ci mette di fronte ad un’ardua scelta: alle 23:00 vanno ad accavallarsi ben tre gruppi, ovvero Prodigy, Horrors e St.Vincent. Il cuore dice St.Vincent, le gambe e i piedi, bruciati da chilometri e chilometri macinati durante la giornata, Horrors (ovvero il palco più prossimo all’uscita e quindi alla metropolitana che avrà il compito di trasportarci all’ovile). Il gruppo dell’Essex inaspettatamente va oltre le più rosee aspettative e ci delizia con un convincente live (c’è spazio per tutti i quattro lavori in studio), grezzo e spigoloso sì, ma allo stesso tempo assolutamente accurato e che ci spedisce a letto appagati.
Day#3
Il terzo giorno di festival è sempre quello più difficile. Con i due giorni di fatica accumulati su spalle e gambe si va verso i saluti, quando però di carne sul fuoco ce n’è ancora tanta. Se non altro, quanto basta per farsi forza e per lasciarsi travolgere dai chitarroni e dai riff incendiari dei Blood Red Shoes prima (esibizione assolutamente convincente) e dal post-punk dalle trame hardcore dei Cloud Nothings di Dylan Baldi poi, che finiscono con il radere al suolo qualsiasi cosa, animata e non, presente all’interno del Domaine National De Saint-Cloud. Con le orecchie ancora sanguinanti, ci si sposta quindi sotto il palco che ospita Petite Fantome, nome d’arte del giovane artista francese Pierre Loustaunau, che con il suo pop sognante ci offre una tregua dai decibel roboanti dei due gruppi di cui sopra; così come fa il quartetto tutto al femminile Warpaint, che muovendosi tra territori dark-folk e new wave ci scalda e ci introduce al live più atteso di questa terza ed ultima giornata, almeno per il sottoscritto, ovvero quello del leader storico dei Sonic Youth, Thurston Moore. Per l’occasione Moore lascia in camerino le chitarre acustiche, che di fatto hanno contraddistinto i suoi lavori da solista, per imbracciare la sei corde elettrica e per tracciare le trame di quello che probabilmente sarà il suo prossimo album in uscita a ottobre. Un’ora di live per soli cinque pezzi suonati. Chitarre frastornanti che fanno rimpiangere di non aver potuto vivere in “diretta” i deflagranti suoni dei suoi Sonic Youth (di lì a poco, restando in tema “nostalgia”, a dare il cambio al vecchio Moore penseranno Stephen Malkmus e i suoi The Jicks, live a cui abbiamo dovuto rinunciare a malincuore per motivi logistici).
Prima del botto finale, la serata è contrassegnata dal trionfo del (trash)pop della plastica Lana del Rey e della sintetica La Roux (capace, nonostante tutto, di prenderci per il bavero e farci ballare sulle note del suo scheletrico synth-pop). Due live “innocui” che se non altro ci permettono di tirare il fiato in vista del concerto più atteso di questo Rock En Seine’14. Stiamo parlando di quello dei Queens of the Stone Age, band a cui vengono affidati i saluti finali di questa undicesima edizione del festival più importante di Francia. In un’ora e un quarto di live i QOTSA danno la dimostrazione di rappresentare, al giorno d’oggi, buona parte dello spirito rock’n’roll made in USA. Tra vecchi successi e ultime novità tratte dal buon …Like Clockwork, Josh Homme & co. danno vita a uno spettacolo muscoloso e possente che ci risucchia nell’arido deserto, per poi sputarci sulle acque mosse della Senna che ci salutano dandoci appuntamento tra 365 giorni. Sarà difficile declinare l’invito.
(Foto: Claudia Rasmussen)
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