Recensioni

7

Quando lo intervistai un anno fa, Rustie era impegnato nella promozione di Green Language, un secondo album che doveva rispondere alle pressioni di quanti chiedevano al giovane producer scozzese tutto laptop e cameretta un nuovo Glass Swords, lavoro che, ora lo possiamo dire, ha segnato marcatamente il cambio di decennio. Contrariamente a quell’esordio, nel disco successivo la spremuta emozionale che aveva sciolto la critica era stata sedata ed alternata con una manciata di feat. vocali, tra cui quello di Danny Brown. Quella di Green Language, in sostanza, sapeva di mossa imposta, soprattutto ricostruendola in rapporto alla parabola artistica del coetaneo glaswegiano di lui, Hudson Mohawke, che era finito, assieme ad Arca, tra i principali consulenti dello stra-pompato album di Kanye West. Nel fluido botta e risposta di quel giorno, ancora abbagliato dalla potenza e dall’eco di Glass Swords e rilassato da una conversazione fluida e amichevole, finii maldestramente per dare per scontato che nell’infinita lista di credit di Yeezus ci fosse anche lui. «C’eri anche tu no?», gli feci preso da un misto di lapsus e mitomania. Rustie rispose senza cambiare né tono né alterare la sua cordialità. Del resto tutta la chiacchierata aveva svelato una personalità più orientata nella direzione dell’autismo, che non dell’ambizione, con tanto di considerazioni che nella sua mente rispondevano al più spontaneo pragmatismo: «perché stare a Londra se sono sempre davanti ad un computer quando non vado in tour? Tanto vale tornare dai miei», oppure «mai conosciuto veramente Brown, Joker, e tanta gente delle label, abbiamo fatto tutto scambiandoci file». «Te lo saresti meritato più di tutti», aggiunsi in corsa riferendomi sempre a Yeezus, e parlavo sul serio: se oggi abbiamo PC Music e soprattutto SOPHIE (ascoltatevi Hover Traps), oppure se nelle produzioni mainstream americane ascoltiamo un uso massiccio di certa effettistica trap con e senza propulsione EDM (ascoltatevi City Star) e, non ultimo, se abbiamo un Oneohtrix Point Never che gioca d’ironia sulle composizioni vaporwave neo-liberiste di Far Side Virtual, è a Whyte e al suo Glass Swords che lo dobbiamo. Quel disco, nel 2012, ha non solo fatto il punto su tutta una serie di correnti musicali, ma ha anche segnato un passo fondamentale tracciando una linea ora ben marcata tra tutto ciò che ci si ostinava ad osservare come parte-delle-evoluzioni-del-dubstep e qualcosa che invece apriva un capitolo nuovo, vicino al binomio funk/hip hop e a tutto un condensato di riferimenti 70s e 80s che fino a prima aveva avuto come ombrello la retromania che ora si apprestava a evoluzioni ed inquadramenti differenti.

Oggi si tende a vedere PC Music come una geniale volgarizzazione del giro newyorchese di James Ferraro e DIS Magazine, ma se c’è un collante tra i due mondi, quello è Rustie, e se c’è un cugino di lui che ne ha forzato abilmente la missiva, quello si chiama SOPHIE. Entrambi i producer hanno pubblicato a distanza di pochi giorni l’uno dall’altro due album, dunque non c’è momento migliore per comprendere cosa ci sia ancora di buono da ascoltare e valorizzare in queste proposte a quasi cinque anni da Glass Swords e passato l’effetto novità rappresentato dall’etichetta di A.G. Cook (e un po’ saturi degli show di QT).

Ancora una volta, vedere la carriera di Rustie in parallelo con quella di HudMo è illuminante. Mentre Mohawke ha sfornato un album all’insegna di un’idea di gospel grime prodotto in grande e con una serie di ospiti di peso, tra cui Antony, Whyte sceglie la via opposta presentando a sorpresa un disco senza feat. esterni, se non i suoi, nei quali si campiona mentre suona in studio alcuni strumenti, tra cui la chitarra. Il disco è un concentrato di emozionalità tipica del ragazzo scozzese e questa volta senza più alcun filtro. Ricordiamo che in Glass Swords avevano messo lo zampino la label e vari consulenti, invece qui Rustie fa tutto da solo e spinge a tavoletta quasi come se dovesse scrivere l’album nel suo ultimo giorno di vita. Giusto il mese scorso era uscita su Soundcloud 160 Hospital Riddim, uno streaming gratuito condiviso mentre il producer si trovava in ospedale per un trattamento d’emergenza legato al diabete. La traccia non ha trovato posto nel disco, ma crediamo che sia questo lo spirito con il quale è stato composto l’album. Ci troviamo dentro il cuore di Rustie espresso in altisonanti synth, il suo modo infantile di accedere allo stupore più universale, quel modo ordinato di avvicendare pause e rush emozionali. Tutti elementi in purezza che, diciamolo subito, possono venire a noia a fine scaletta se schiaffati in faccia all’ascoltatore senza fare nessuno sconto, come in effetti sono. Questo è lui, prendere o lasciare, e per farcelo capire ancora più chiaramente, le serpentine trap sono state accelerate fino a renderle quasi irriconoscibili. In scaletta tutti i pezzi viaggiano sui 3 minuti, con qualche buon momento e qualcosa di gustosamente ordinario, considerando capacità e produzione pregressa (7/10).

Nel mondo di SOPHIE, di converso, tutto è radical chic e “aspirato” con la siringa. A venir risucchiate sono emozioni e corporeità, a rimanere, feticismo e teen fantasie fanciullesche (ma ammiccanti), tanto che il personaggio, avvistato al Sonar in dj set, sembra anche un po’ il classico stronzo della scuola, l’esatto opposto della musica a cuore aperto di Rustie. Questo PRODUCT si traduce in lui che batte cassa vendendo il prodotto e non la musica. Un po’ come tutta la truppa PC Music, per la quale è meglio dire poco e vendere al prezzo più alto. Il lavoro, già dal titolo, gioca di confezione, e tra le varie edizioni speciali spicca un prodotto da sex shop ridisegnato dal Nostro, oltre a occhiali, zeppe e altre traslucide pacchianate. A livello di scaletta, nel disco troviamo i due ottimi singoli che lo hanno lanciato su Numbers, ovvero Bipp / Elle e Lemonade / Hard, assieme ad alcuni inediti rientranti nella famiglia Pc Music: L.O.V.E., un collage avant che sembra venir fuori dal catalogo della meglio GFOTY, e Just Like We Never Said Goodbye, una tumblr ballad à la Hannah Diamond. Sul lato dei beat duri e puri, quelli figli di Rustie e Hud Mo per capirci, abbiamo una sorta di dj tool chiamato Msmsmsm (valido), ma è nell’incrocio tra micro house e vocalist in elio, come accade in Vyzee, che SOPHIE dà il meglio di sé: il pezzo è bouncy, provocatorio, seducente e pop come lo sono stati Bipp e Lemonade. La scaletta dura 26 minuti e presenta solo 4 inediti, ma è un ottimo compendio dell’estro del producer (7.0/10).

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette