Green Language. L’intervista a Rustie

Rustie, ovvero Russell Whyte, per trasversalità e abilità nel miscelare ritmi e melodia, è senz’altro uno dei producer più rappresentativi di questi anni. La sua musica è stata al centro dei crocevia più interessanti della musica elettronica e per l’esordio, Glass Swords, possiamo già tranquillamente spendere le parole di “uno degli album più importanti di quest’ anni ’10 in perenne transizione”.

Eppure all’interno di questi ampi e interessanti scacchieri e in riferimento alla più classica delle domande, ovvero “dove sta andando la musica elettronica?”, Whyte, che raggiungiamo via Skype alla press day parigina di Green Language, suo secondo album atteso per fine agosto, è forse la persona meno indicata a rispondere.

Ragazzo piuttosto timido e riservato cresciuto a Glasgow in una famiglia di musicisiti e appassionati di musica, Rustie è quel tipo di nerd che ha trascorso almeno gli ultimi dieci anni della sua vita davanti a uno schermo LCD. La sua prima produzione ufficiale, ci ricorda, è del 2007 ma, non ancora pubbliche o tolte da myspace, “esistono tracce della metà degli anni ’00” in cui, ci dice, “già armeggiavo con simulatori e compressioni timbriche alla 808“, e questo molto prima delle produzioni di Lex LugerWaka Flocka Flame e compagnia.

Rustie ha inoltre un trascorso di interviste davvero telegrafiche con la stampa. E’ cordiale, dicono quelli di Fact e Dummy, ma non spiccica più di una o due frasi per ogni risposta alle domande che gli vengono fatte. Parliamo ovviamente di qualche anno fa ormai e, di fatto, il ragazzo nella nostra chiacchierata mostra di aver fatto decisi passi avanti. Non sarà diventato un chiacchierone come FaltyDL o Zomby, tantomeno un’intellettuale come Ben FrostSynkro degli Akkord ma, di sicuro, oltre alla proverbiale disponibilità, al nostro dialogo aggiunge quel minimo d’affabilità che rende la chiacchierata ben di più di un gentile interrogatorio.

Russell è un glaswegiano e producer britannico doc, ovvero, uno che davanti a limitazioni di budget e tecnologia, zitto zitto ha cercato, trovato e poi sviluppato un suo modo di mettere assieme i suoni e le influenze musicali. Già dagli esordi, mentre lo spirito affine Joker si inventa il purple sound, lui – che raggiunge grossomodo allo stesso tempo una sufficiente autonomia stilistica – parla di aquacrunk o crunk, insomma, della sua roba. Citiamo il bristoliano non a caso perché i modi di Rus e di Liam sono complementari a un elettronica basata su synth colorati e melodici circondati da ritmi sincopati dai forti legami con l’hip hop (chiamateli, se volete, wonky).

Dunque, parlare degli aspetti esterni alla musica, di dove va questa o quella corrente, è esattamente ciò che non ha senso fare con Rustie, oltre al fatto che nessuno meglio di lui può raccontarci nei fatti come inseguire passioni di lungo corso coltivate in famiglia e miscelate con gli stimoli provenienti dagli amici – spesso incontrati non fisicamente, ma via MySpace e Skype – e una buona dose di talento, possa portare molto lontano, contribuendo realmente ad accellerare o addirittura a cambiare certi corsi sonici.

E’ successo, nel 2012 per esempio, quando un essential mix del Nostro catalizza un montante di fermenti che sta per far dilagare la trap del citato Luger (e produzioni a lui legate come Flockaveli di Waka Flocka Flame) in un cavallone di produzioni dancefloor internazionali. In quella scaletta finiscono brani ancora inediti di TNGHT (ovvero gli amici di Rus Hudson Mohawke e il canadese Lunice) e altri virus altramente contagiosi come la Harlem Shake di Baauer e la City Car dello stesso Whyte, che formano un set ideale per una deflagrante modalità d’intendere le serpentine, gli scalci della 808 e profondi bassi.

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Tutta questa musica è parte di quello che faccio da parecchio tempo… …già nel primo EP che ho pubblicato, Jagz The Smack c’era Response, una traccia che mescolava quell’effetto su un ritmo dubstep e grime. Poi l’ho utilizzato nella collaborazione con Joker nel pezzo Tempered e svariate altre volte“, ci racconta “Al tempo tutto quel fermento stava giusto per esplodere, un po’ per l’accumulazione di tutti i differenti stili coinvolti, un po’ perché era nell’aria. Riguardo al mix, Radio 1 è un grande amplificatore, una grossa piattaforma che molti dj ascoltano assiduamente, e quel mix riassumeva per la prima volta molte di quelle produzioni, tutte assime in una volta sola“.

Riguardo all’EDM trap – ma possiamo allargare il discorso anche all’altro grande caso discografico, ovvero il wonky, e prima di esso alla dubstep – Russell si è trovato al posto giusto nel momento giusto, non per calcolo, ma per una serie di concause e situazioni dove gusto e sensibilità personali hanno sempre giocato un ruolo fondamentale. Con gli amici del giro della Numbers, serata che ha messo assieme molte persone con gusti e idee simili in città, e un po’ con i tipi di LuckyMe, stanziati più che altro ad Edimburgo, e quindi sentiti via internet, Rustie non parla di grandi discussioni ma di un “hey listen to this or listen to that” e, allo stesso modo, i suoi live, da sempre, si compongono al 90% di produzioni proprie e per il restante 10% di un misto di rap americano mainstream come underground, qualche produzione delle citate label locali scozzesi (ad esempio S-Type) e qualcun’altra di Darq E Freaker, grime producer britannico che, mi ricorda Rustie, “è parte del collettivo Nu Brand Flexxx e ha prodotto la famosa traccia Blueberry con il feat. di Danny Brown“.

Del resto, quale miglior esempio di Glass Swords, l’acclamato esordio sulla lunga distanza, per misurare la distanza di Rustie dalle mode e dal mondo. Il disco, nel 2012, si guadagna il podio di molte classifiche dell’anno per un misto di influenze prog e fusion passate ai videogiochi, un portato d’ascolti ed esperienze che si riavvolge fino all’infanzia, agli ascolti in famiglia e alla passione per Allan Holdsworth dei Soft Machine, suo chitarrista preferito. Un lavoro pensato con una modalità se vogliamo rock e che appunto per questo riceve paragoni con altre icone trans-dance come Daft Punk, pur ancorandosi saldamente a un’urgenza dallo stampo assolutamente riconoscibile, tra cangianti melodie e contaminazioni di ritmi US come UK.

Green Language, il suo secondo ed atteso lavoro in uscita sempre via Warp il 25 agosto 2014, prosegue lungo queste traiettorie mettendo ancor più l’accento sulla libertà d’espressione. “E’ un lavoro molto più personale questo” mi confessa “anche perché ho avuto il controllo totale di fare ciò che volevo quando per Glass Swords, al contrario, ci sono stati lunghi botta e risposta con la label. [I tipi della Warp] mi dicevano ciò che a loro non piaceva e ciò che volevano sentirci o dovevo sottolineare“, sbotta serioso, ma senza troppe polemiche Whyte, uno che oltre a voler fare a modo proprio ama non rivoluzionare troppo il proprio impianto di lavoro, a partire dagli strumenti che sono ancora una volta uno e uno solo, il laptop.

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Nonostante un lavoro che presenta vari ospiti al canto, anche in questa occasione – sembra incredibile – tutto è avvenuto via skype. Con Danny Brown, ad esempio, per il quale Rustie ha prodotto alcune tracce del suo ultimo Old, ed è ospite nel singolo più potente del disco, Attak, l’incontro dal vivo si riassume finora in una volta sola, ad un concerto. La norma, ci racconta, a parte per il giro locale di LuckyMe e Numbers, è lavorare scambiandosi file via internet. Anche con Joker, alcuni anni fa, a parte un’unica session dal vivo e assieme, è andata così.

Continuando a fare di testa propria, Rustie finirà – chissà – per essere inserito in un’ondata di produzioni più ambientali e minimali, come ad esempio quelle uscite più o meno in contemporanea a Green Language come Joined Ends di Dorian Concept e In The Wild e FaltyDl. E sempre parlando di paralleli, ad esempio con il sound dei My Bloody Valentine di cui la press fa menzione (band di cui Whyte è un gran fan), il Nostro parla di un “more atmospheric sort of sound, more washed out reverb“, ovvero di un suono che, soprattutto nelle parti strumentali, è maggiormente atmosferico, dai riverberi sbiaditi ma organici. In più l’accento sulla produzione è stato posto su un sound hyper-reale, ben rappresentato dalla copertina“, mi suggerisce, ovvero con meno insistenza su “suoni sintetici e noise” abusati in passato in favore di un “escapismo verso qualcosa di più naturale… …come quando per rilassarti un attimo spegni il telefono e vai a farti un giro in un parco“. “Mi sento così quando penso al fare musica in questo momento“, mi fa sereno. In questa direzione, vanno senz’altro i field recording utilizzati per alcuni suoni del disco e, peraltro, mi specifica, “utilizzati per la prima volta“, come a volermi rimarcare che qualche cambiamento di metodo è contemplato.

E’ probabile che questa piccola transizione sia dovuta al ri-trasferimento da Londra alla natia Glasgow. E le ragioni del ritorno a casa sono semplici: il costo astronomico degli affitti nella capitale, unito a uno stile di vita casalingo al pc o in tour, si possono agevolmente convertire in una residenza magari più grande e più vicina alla famiglia e agli amici. E come dargli torto. La nostra chiacchierata prosegue in libertà tra un banale ma sempre efficace “Producer e tracce preferite al momento?”. A cui lui risponde con un trittico di 808 Mafia, Young Chop e ancora Lex Luger, il gusto nel fare i remix (“Mi piacciono molto anche perché non devi pensarci su troppo, puoi sperimentare cose nuove, e puoi pure sbagliare, fare cose che normalmente non faresti“) e un’interessante parentesi sulla footwook, dato che Whyte ha di recente editato (e bene) la Back Seat Ho di Machinedrum.

Seguo la footwork da un po’, diciamo da 3 o 4 anni e mi è dispiaciuto molto apprendere della morte di Rashad“, mi confessa, “penso che Rashad e Dj Spinn siano incredibilmente bravi e mi abbiano influenzato molto. Certo non è un’influenza diretta ma credo pure che ciò che hanno fatto sia stato molto importante“. “Ti piacerebbe fare qualcosa a 160bpm?”, gli faccio, “Om Unit, mescolando jungle e footwork, ha tracciato interessanti vie per la musica elettronica non credi? “Ho fatto tracce così“, mi risponde con il solito accento scozzese “ma non le ho mai pubblicate. Non voglio pestare i piedi a nessuno se comprendi quel che dico. E poi non voglio sembrare quello che copia le cose di qualcun’altro“.

La nostra chiacchierata si conclude con l’inevitabile botta e risposta su futuri live nel nostro Paese (oltre al Club To Club, sono previste altre date italiane? “Forse, forse a settembre” mi fa) e una piccola, gentile, provocazione: Non è che per caso eri in uno dei co-co-co producing credit di Yeezus di Kanye West, un album al quale hanno partecipato connazionali come Hudson Mohwake e un Evian Christ? “Purtroppo non è ancora successo“, fa Rustie in tono standard, “mi sarebbe piaciuto, ma non è accaduto“. “Non è accaduto, ancora…”, rimbotto sardonico. Entrambi scoppiamo a ridere. Quindi un “good luck with your album” e la nostra mezzoretta di conversazione finisce nel migliore dei modi.

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