Recensioni

Se siete tra coloro che leggono recensioni musicali (e se siete qui, in teoria dovreste), allora vi sarete già imbattuti in quella diffusa forma di giudizio critico che fa più o meno così: “L’artista tal dei tali ha tirato fuori un disco meno coraggioso dei precedenti, ma che si dimostra più efficace perché coeso, organico, coerente”. Questo tipo di formule vanno spesso bene (diamine, vanno bene mooolto spesso), ma forse rischiano di farci perdere qualche cosa. Questa idea ci viene alla mente ascoltando l’ultimo disco di (Sandy) Alex G, House Of Sugar, ed è un punto che lo mette in forte relazione con il disco precedente, Rocket. Lì il problema rilevato da alcuni era proprio che, nonostante la bellezza delle canzoni, c’erano dei passaggi troppo diversi tra un pezzo e quello che gli stava accanto, come se la penna del Nostro fosse in realtà una molla che lo faceva saltare da un punto all’altro. Può essere, anzi: sicuramente è. Ma è davvero importante? È davvero – soprattutto – un problema? Questo disco si divincola da quella roba lì?
Risposta all’ultima domanda: no. Anche qui Alexander Giannascoli ci mette quei duemila stimoli, creando da un lato il sospetto che voglia far vedere quanto è bravo a tutti i costi a maneggiare più roba possibile, dall’altro ti immagini una totale mancanza di progettualità o forse di coscienza di ciò che si sta facendo. Ma queste sono ipotesi che risiedono nel campo dell’intenzionalità dell’artista, la cui inconoscibilità ci porta a dire: chi se ne frega, sentiamo questi pezzi e vediamo come vanno. Perché poi si entra nei due punti che davvero contano: ambizione e scrittura.
Per tornare a una delle domande del primo paragrafo: sì, la questione della coerenza all’interno del disco è importante, ma forse viene subissata dalla suddetta ambizione. Nella sua varietà di soluzioni, (Sandy) Alex G continua a toccare vari punti, dall’elettronica da due soldi fino a qualcosa di simile a Neon Indian (Near), roba che sembra la Band aliena e cascate di Daniel Johnston (Walk Away) ripulito del lo-fi, Brian Wilson e il folk, gli Arcade Fire (Southern Sky è praticamente una The Suburbs privata di epica e aumentata di romanticismo) ed Elliott Smith (Hope), in mezzo a cose elettroniche tra il toccante e lo sberleffo terribilmente interessanti (Project 2). La cosa davvero bella, in questa scrittura così volatile, varia, egocentrica, è che il disco sembra non darsi immediatamente all’ascoltatore. In mezzo a tutto quel “Guardate quanto sono bravo a usare roba diversa” (volendo essere maligni), l’album invece riesce nella strana impresa di essere pop facendo percepire però una capacità di aumentare la propria bellezza all’aumentare degli ascolti, dando respiro e valore ai dettagli che lo compongono. Come se l’insieme urlasse il proprio ego, che però è sostenuto da una bontà autentica. Insomma: categoria dischi pop coi controcazzi, scrittura che sa il fatto suo.
È giusto pensare poi che (Sandy) Alex G sia dispersivo, ma occorrerebbe vedere la cosa da un altro punto di vista: forse a lui non interessa trovare una propria linearità e organicità, ma solo (solo?) raccontare e rappresentare le creature incoerenti che siamo, continuamente iper-stimolate. Quel che dicevamo sopra: ambizione. O almeno, questa è la nostra idea. Ma non chiedeteci di essere coerenti su questo punto, se capite cosa intendiamo.
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