• Mag
    27
    2014

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Jagjaguwar

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Faccia a faccia con il quarto disco lungo, Sharon Van Etten non ha più le sembianze della vagabonda scribacchina che fra i night club da Brooklyn al Tennessee declamava, con attitudine da navigata folksinger, le sue pene d’amore e le sue rivalse sulla vita. Non è più sola, anche se è perfettamente in grado di camminare con le proprie gambe. Se decisivo fu, all’alba della sua carriera, l’apporto di Kyp Malone dei TV On The Radio o, nei pressi del suo disco più apprezzato – Tramp –, l’aiutino di Aaron Dessner dei National a cui piacque un po’ plasmare il sound della Van Etten verso lidi di malinconiche melodie (eredità che Sharon si porta ancora dietro), per il nuovo Are We There, la songwriter del New Jersey sembra masticare bene la lingua, regalando, al solito, brani pregni di orecchiabilità e con un pizzico di mestiere in più.

Prodotto dal maestro Stewart Lerman, Are We There non ci risparmia ospiti di lusso che riconducono l’opera nei ranghi di un folk estremamente delicato, fragile come le melodie che la Van Etten intona con voce flebile al microfono. Un folk allo stesso tempo temperato e maturo, perché lievemente spostato di qualità rispetto alle produzioni tradizionali, pur lontano dal gradino che lo avvicinerebbe a Wye Oak o Antlers. La vena creativa e l’ispirazione della folksinger sono frutto, a quanto pare, di una vita realmente vissuta ai margini; una vita che la Nostra, dopo aver ispezionato gli angoli remoti della propria spiritualità negli album precedenti, ci mostra dall’inquadratura più spigliata, ma non meno emozionale. Se I Love You But I’m Lost – la classica ballad piano e voce di estrema finezza compositiva ma decisamente boring – è un po’ la summa dell’opera omnia della cantautrice, non sono rari i casi (Taking Chances, You Know Me Well, Every Time The Sun Come Up) in cui, con il solito incedere massiccio delle percussioni e della profondità della sua voce, la Van Etten molla un po’ la presa dando respiro al disco, pur risultando felicemente intensa. Questa sarebbe (diciamo “sarebbe” perché non rimane costante) la formula giusta per il disco.

Ma se c’è da trovare un difetto in questo quarto LP della ragazza del New Jersey, è proprio il rischio di prendersi troppo sul serio. Se già la sua carriera l’ha vista sostare sotto riflettori importanti (grandi festival, serie televisive, colonne sonore) con seri rischi di sopravalutazione, la sua indole da “beniamina di Pitchfork” rischia di compromettere l’enorme qualità del suo potenziale. D’altronde l’apporto ad Are We There di gente come Torres, Shearwater, Lower Dens non fa che sottolineare i suoi attributi adeguati. Lo dimostrano un cocktail di melodie (ascoltare Break Me per credere) che farebbe invidia ai migliori e una proprietà di scrittura che, fra National e Julianna Barwick, Antlers e Wye Oak, riesce a suonare del tutto originale. 

8 Maggio 2014
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