• Ott
    26
    2018

Album

Play It Again Sam

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Il passaggio dalle tenebre alla luce fa parte di un copione risaputo, quello dell’artista che si redime, che scaccia i suoi demoni, che abbraccia la vita. La vita, d’altronde, l’ha abbracciata davvero, Anja Franziska Plaschg, ribattezzata Soap&Skin, ma la vita autentica s’intende. La vita che include tanto la morte del padre prima quanto la nascita della figlioletta dopo. Niente sconti, nell’oscillazione di dolori e gioie. Niente sconti, nell’opera di questa ventottenne austriaca giunta al capolavoro appena diciottenne, con l’esordio neo-gotico del 2009, Lovetune For Vacuum. Nel 2012 aveva fatto in realtà seguito Narrow, non si sa se da considerarsi un album o un mini-abum: otto brani per neppure mezz’ora tonda di durata, molto intensa ma di palese, inevitabile passaggio.

Sappiamo però con certezza del talento, della forza espressiva di una performer capace di stordire, come ben ricorderanno quanti hanno avuto la fortuna di ammirare Anja dal vivo. Spesso posseduta dalla sua stessa creatività: chi scrive porta sempre con sé l’abbacinante sabba officiato nell’estate del 2012, al Parco Massari di Ferrara. Roba da sindrome di Stendhal, né più né meno.

“La mia musica è molto personale”, ha ammesso la diretta interessata, “quindi ho sempre saputo di non essere il tipo di persona che pubblica un disco ogni anno. Ho bisogno di accumulare esperienze e crescere”. Esperienze che approfondiremo presto con un’intervista ad hoc e che, intanto, si sono tradotte in colonne sonore per film e spettacoli teatrali, oltre che in esibizioni di rilievo (incluso l’omaggio a Blackstar di David Bowie con il collettivo Stargaze diretto da André de Ridder, al fianco di Anna Calvi e Laetitia Sadier).

Anche se adesso la sofferenza sembra lasciare il passo a una generale apertura verso il mondo, verso il prossimo, anche se insomma il mood è cambiato non tanto nelle proprie specificità caratteriali quanto negli intenti, gli elementi-cardine restano immutati: da una parte il songwriting e dall’altra la sperimentazione, da una parte il background accademico che si esplicita con l’impiego di pianoforte e archi e dall’altra la modernità dell’elettronica. A legare il tutto, qualcosa di ancestrale, quasi sacrale, a suo modo di imponente e misterioso, che aleggia dalla prima all’ultima nota, ancora.

È vero che le canzoni migliori sono animate dagli spettri? Qui gli spettri, anziché funerei, sono lattiginosi e volano sulle contraddizioni dell’empatia umana. From Gas To Solid / you are my friend indica che i cambiamenti di stato possono tramutarsi in preziosi alleati. This Day è un’elegia di rara grazia, una preghiera atea che si interroga sul senso della creazione, del divino, del destino, della medesima musica, dell’identità, in breve del nostro presente che procede in loop dai tempi dei tempi. Cosa c’è di più lacerante della voglia di comunicare, oggi che comunicare sul serio fa paura a tutti?

L’utopia va avanti con il mantra cullante di Italy, che sfocia nel breve strumentale melodrammatico (This Is) Water (ispirato a David Foster Wallace), uniti in un clamoroso videoclip tutto al femminile diretto da Ioan Gavriel a Malta in cui Anja, non nuova a ruoli per la macchina da presa, recita al fianco dell’attrice ed ex atleta Talisa Lilli Lemke. Il pathos va da sé, con Athom Surrounded. La delicatezza va da sé, con Creep e il primo radioso estratto Heal, dove ogni paura scompare in favore di uno stupore quasi infantile, non troppo distante dall’ariosità dei Sigur Rós, tra fiati jazzy e universali vocalizzi di bambini. La stessa vena avant-jazz che ritorna in Foot Chamber, mentre Safe With Me intesse una composizione vicina nell’attitudine ad Agnes Obel e struggenti, cinematografiche corde classiche. Proprio in Safe With Me, che disattende le attese del titolo con il refrain “No love can be safe with me”, si cela la natura della Nostra, tormentata nel DNA, per questo ancora più brillante nei suoi momenti di lunare solarità: “In the dark my friend” è un verso che sarebbe piaciuto alla PJ Harvey fantasmatica di White Chalk.

Il tormento, o per meglio dire la follia del genio, esplode d’altronde a pieno campo sul finire della scaletta. Il secondo strumentale, Falling, deraglia lungo scenari sci-fi, lungo un crescendo progressive di maestosa, horrorifica scuola Goblin, contrapponendosi alla successiva messa post-Nico di Palindrome, accompagnata da un coro e declamata interamente in latino antico. Brividi che si allentano solo con la pacificatrice chiusura affidata alla cover di What A Wonderful World, quasi uno standard affidato all’interpretazione di una che di standard non ha proprio un bel niente. Ci eri mancata, amica di chiaroscuri.

23 Ottobre 2018
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Soap&Skin

From Gas to Solid / You Are My Friend

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