Recensioni

La prima edizione dello Swarm è stata viziata da una quantità di problemi tale che gli organizzatori – giovani artisti, musicisti e operatori riuniti sotto l’associazione Closer – non potranno non essersi “facepalmati” (ai puristi della lingua la traduzione) a dovere, ripromettendosi di prendere decisamente meglio le misure in futuro. Ma non è stata neppure la Caporetto assoluta dipinta da alcuni sui social.

Arriviamo al Castello di Donnafugata, sontuosa residenza nobiliare tre-quattrocentesca – con tanto di immenso parco e labirinto di muretti a secco – a pochi chilometri da Ragusa (siamo nel cuore del patrimonio Unesco siculo), alle 18.30, quando l’aperitivo sulla terrazza con annesso dj set dovrebbe già essere partito. Le opere – foto, sculture (semplice e memorabile quella dedicata a Kim Jong-un) e installazioni (la bellissima ragnatela rossa che intelaia l’ingresso) – poste nei suggestivi cortili interni offrono un ottimo diversivo e la luce mielata del tramonto regala sfumature agrodolci a scorci arabo-normanni, tra bifore e torrette, da cartolina. E se il buffet showcase delle eccellenze della zona si rivela un po’ troppo fingerfood rispetto alle attese (nel cuore gli impanatigghi, delicatissimi panzerotti dolci con straccetti di filetto e cioccolato amaro modicano), la musica non attacca. Il ritardo accumulato taglierà fuori uno dei set previsti (Paul Pacci), ma quelli cui assistiamo, Konstrict e 1984, sono un perfetto antipasto minimal e deep alla serata programmata sul main stage, posto a ridosso della facciata della struttura (ottimi i visual ritagliati ad hoc, curati da Pixel Shapes).

Swarm_festival_2014_SA

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* Scorci dei cortili e del parco del Castello di Donnafugata *

Sequestriamo Kangding Ray e Kode9 – che finge di riconoscerci dal Club to Club 2012; e a Torino lo ritroveremo con buona probabilità anche quest’anno, ancora non annunciato – per una lunga, informale chiacchierata. Prima volta in Sicilia per entrambi i produttori, sono affascinati, divertiti, frastornati, scattano gli aneddoti. Dal primo, un vero techno-geek che da qualche tempo ormai ha abbandonato Ableton per proporre un live totalmente hardware (a scapito di una certa flessibilità, ma guadagnandone in impatto), appuriamo che entro ottobre uscirà un remix project, lui tra i partecipanti, di uno degli album di elettronica più importanti dell’anno, ma la cosa è ancora top secret e quindi amen sul nome (indizio: i due hanno già collaborato, più volte, in passato). Dal secondo – no, non abbiamo cominciato con un “ma questo outing di Burial?” (nonostante il gancio ci fosse stato, dato che ne indossava la maglietta all’arrivo dall’aeroporto) – veniamo a sapere che ha imparato rudimenti di napoletano dalla moglie di Spaceape, studiosa di cultural studies, appunto napoletana, trapiantata alla Goldsmiths di Londra.

Intanto gli Elektro Guzzi danno al piazzale – in totale circa 1000 persone – la techno suonata che sanno fare. Il power trio austriaco – chitarra, basso, batteria – fresco del successo, anche di critica (4.5/5 per RA), del primo album Observatory, è a conti fatti l’unico nome nella line-up swarmiana che concluderà la performance senza intoppi, permettendo all’irrequietezza di un uditorio già infastidito dai ritardi di incanalarsi in positive vibes. Tra il loro live e quello dei Ninos du Brasil passa un’eternità senza musica fatta di problemi di cavi, di casse, di spie. Il ritardo alla fine sarà di più di un’ora e, quando i Nostri salgono finalmente sul palco per cominciare lo show, pad e microfoni restano muti, con il duo che subito riscende incazzato, scalciando a destra e a manca. Vascellari e Fortuni risalgono dopo un po’, quando l’impianto è davvero pronto, e attaccano finalmente a poter suonare, probabilmente galvanizzati dalla bile, perché saranno un 25-30 minuti di dionisiaco baccanale ritmico, tesissimo. I Ninos non ci hanno mai rapiti (visti a CtC13), ma qui sputano sudore e sangue e trascinano gli astanti. Il pubblico ha vinto la diffidenza per il ritardo e smania sottopalco seguendo il carnevale No/tribal dei due, ma a un certo punto accade l’impensabile: il fonico entra nelle casse e dice qualcosa, tipo di aggiustare un livello, spostare qualcosa, non si capisce bene. Segue un botta e risposta di insulti in diretta live con i Ninos, che troncano il pezzo che stanno suonando e terminano l’esibizione, accendendo a domino l’incazzatura del pubblico. Ci si guarda a occhi sbarrati e mascella allungata, capendo l’inadeguatezza del service al contesto.

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* Nico Vascellari dei Ninos Du Brasil e Kode9 chiacchierano dopo i concerti *

Il compito di Kangding Ray, il simpaticissimo francese trapiantato a Berlino (vicino di studio di Sam Shackleton, ci dice) David Letellier, già vessato in prova da casini tecnici (che gli hanno impedito di sperimentare una serie di nuovi sample che aveva con sé e non vedeva l’ora di mettere alla prova, ispirato dalla location, ci dice), è arduo: come un Telamone deve reggere tutta la baracca e anzi deve fare di più, deve riaccendere la pista. Eroe, fa buon viso a cattivo gioco, lascia da parte le sfumature e gli strati più interni della sua densa techno e, per quanto con un suono un po’ troppo ovattato, un po’ troppo ottuso, monocromatico, appronta un live pulsante, cattivo e di cassa che riesce nell’impresa. Il pubblico, ancora un po’ stordito e disorientato, mai veramente a casa sua, aspetta l’epifania di Kode9, attesissimo dal sottobosco dubstep siciliano. Il suo dj set, ancora sporcato a due riprese da un battibecco col fonico (“il gain, il gain!”), dimostra la tempra dell’uomo, la sua capacità di adattamento, la sua professionalità, la sua passione per la musica. Goodman si insinua felino tra le pieghe dei generi del continuum londinese, in uno zibaldone costruito al millimetro i cui i passaggi sono gestiti col piglio del grande digger, a un tempo uomo di laboratorio e di pancia, scegliendo come pezzo di apertura il più esotico e sensuale dei nomi del roster Hyperdub, Fatima Al Qadiri con Shanghai Freeway. In un beat-o-rama ad alto gradiente di trap, grime e innesti tra le due cose, acciuffiamo i contagiosi stop&go electro-juke di Turnt On di Moleskin, la psicotica Attak di Rustie con Danny Brown, due bombe come Ambush del fido Flowdan e Eurgh! di Lady Lykez, in un perfetto bilanciamento di scienza UK bass e urgenza street. Marco Unzip chiude – salta infatti per il ritardo accumulato il set del mitico Robert Eno, che si preannunciava orientato a crudezze new-wave e post-punk (“saranno botte di Suicide”) – con una selezione generosa che legge ottimamente la pista, in un unico serpentone UK techno asciutto e stilizzato, che fa quadratura con i set di apertura sulla terrazza e fa ballare distendendo gli animi. Il sipario cala su Mercy di Joy Orbison e Boddika. Squisito.

In soldoni: i ragazzi di Closer hanno visto che la risposta del pubblico al cartellone è stata ottima, e che quindi si può fare, mentre ottime non sono state le scelte sul lato squisitamente tecnico e le mosse sul lato strettamente organizzativo. I musicisti, tra scazzi e toppe, hanno suonato stoicamente e, al netto delle pause, dei ritardi e dei casini: è stata buona elettronica. Adesso c’è da spazzare via la polvere, raccogliere i cocci, rifare i ponteggi e dimostrare, con la prossima edizione, che lo Swarm è una realtà non solo propositiva e piena di slanci ma anche, semplicemente, professionale. (Thanks to: Ludovico Vassallo)

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