• feb
    22
    2019

Album

Rocket Recordings

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Quando parte la prima traccia di Wraith, intitolata I’d Rather, Jack, prodotta a sorpresa dal DJ Erol Alkan e scelta peraltro come secondo singolo dal forte impatto, i martellanti e glaciali beat sintetici richiamano inevitabilmente quelli di Idioteque dei Radiohead, ma andando avanti ottoni free jazz e schitarrate noise, a sfiorare il metal, pennellano un quadro claustrofobico e al tempo stesso terribilmente eccitante. Il rimando a Kid A non deve sorprendere perché qui abbiamo a che fare con i fantasmi, quelli delle influenze che vanno a confluire nell’album, quelli dei tempi bui che stiamo vivendo nel millennio corrente e quelli che sono stati captati dai Teeth Of The Sea nel corso delle nuove registrazioni, iniziate nell’autunno del 2017 e sviluppatesi in tre diversi studi. Neanche i diretti interessati, si legge nelle note stampa, sono certi di cosa siano queste «interferenze e cosa le abbia provocate – una fessura nel piano astrale, disturbi psichici causati dal collasso della società, o solo un’allucinazione collettiva». Ma «queste voci e queste visioni» hanno lasciato il segno su musiche che vorrebbero andare a imboccare «un passaggio sicuro verso un’altra parte», un’altra dimensione.

Prendete Hiraeth, il secondo, esteso e cinematico brano del “viaggio”, ispirato da una parola gallese che sta per una pervicace “nostalgia di casa” in crescendo (resta da capire se la casa in questione sia sulla Terra o su una qualche differente sfera di provenienza/esplorazione): il trio di Londra non teme di associare una malinconia post-morriconiana, che riesce quasi a farci pensare al trip hop caldo dei nostri La Crus degli albori, alla ferocia dei riff sfioranti l’industrial. Nel complesso si tratta appunto di un “viaggio”, che riesce a farsi sintesi di differenti tendenze sonore, con un’attitudine evoluta alla psichedelia che può essere prossima nelle intenzioni ai Föllakzoid o agli ultimi Julie’s Haircut, pur optando per trame quasi del tutto strumentali. A quattro anni di distanza dal precedente e più rumoroso Highly Deadly Black Tarantula, con questo quinto album i tre sodali compiono un notevole passo avanti: Wraith suona da paura, è molto più curato nelle sue stratificazioni di arrangiamento e molto più ricco, massimalista nel sound e ambizioso nelle intenzioni, nel coraggio di unire spesso elementi all’apparenza agli antipodi, ma per certi versi risulta da subito potenzialmente interessante per un pubblico più vasto rispetto al passato.

Cupi e acidissimi, sporchi e ritualistici come da tradizione in casa Rocket Recordings, casa in cui stanno peraltro benissimo al fianco di nomi come GnodGnoomes o Bonnacons Of Doom, i “Denti del mare” ampliano adesso lo spettro cromatico, a dispetto del verde imperante nell’artwork (è sangue alieno per creature-madre ancora da identificare?, è rigurgito horror per esorcismi ancora da canonizzare?). Ne sono conferma, dell’ampliamento dello spettro cromatico, tanto l’epicità di una Burn Of The Shieling in linea con i connazionali These New Puritans di Hidden quanto le orchestrazioni e i vocalizzi femminili ultraterreni di Fortean Steed, che fluttuano nel cosmo di Judee Sill, sorella di estatici tormenti. La tesi extraterrestre è comunque ribadita dalla programmatica VISITOR, otto minuti abbondanti che potrebbero sonorizzare un film sci-fi degli anni 80 oppure il minimalismo psicologico sancito dall’incontro utopico fra Steve Reich e Wilhelm Reich, avvalendosi della presenza della percussionista Valentina Magaletti, in prestito da Tomaga e Vanishing Twin. La tesi da ghost story, invece, prende campo con la spettralità intimista di Her Wraith e della sua appendice birichina Wraiths In The Wall. Sta a voi scegliere a quale inquietudine o scoperta soccombere.

Nelle ipnotiche sperimentazioni elettroniche di Our Love Can Destroy This Whole Fucking World, che sembra campionare il rumore angosciante di un respiratore, vita e morte si fanno tutt’uno, mentre Gladiators Ready chiude il sipario con una muscolatura da Nine Inch Nails in grado di saltare da sinfonie stellari alla Dune a ritmi per dancefloor da Chemical Brothers post-apocalisse. Wraith è un’opera d’arte coerente nonostante i suoi numerosi ingredienti. Ed è un disco clamorosamente bello: se portasse la firma di una band più famosa, ne leggeremmo già meraviglie in ogni dove. Ma le meraviglie, intanto, sono a portata di ascolto.

21 Febbraio 2019
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