Recensioni

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Se c’è una cosa che i Killers non sono riusciti a fare dopo lo strepitoso esordio di Hot Fuss e la (meno meritevole) conferma di Sam’s Town, è stato trovare la quadra alle proprie, sconfinate, ambizioni radiofoniche e alla volontà dichiarata di modellarle secondo l’immediatezza degli esordi. Album di assoluto successo commerciale come Day & Age e Battle Born erano lì a testimoniare più la voglia di contare quattrini che il gusto di far musica, lavori quest’ultimi in cui la ricerca era prettamente mirata al raggiungimento della hit di turno (vedi le varie Human, Spaceman, Runaways) mentre si perdeva inesorabilmente una visione di insieme univoca e riconoscibile. Un po’ il destino di parecchie band sorte nei primi anni Duemila, sulla base di una rinascita di un certo sentimento post-modernista e di carattere indie, che album dopo album, successo dopo successo, si immettevano quasi spontaneamente sui binari più comodi di un pop sferzante sì, ma prevedibile e piacione. Quasi ci permetteremmo di dire che Wonderful Wonderful in questo discorso di riepilogo non fa quasi testo: un’operazione nostalgia senza capo né coda, con l’ago della bussola a roteare impazzito, e con nemmeno il singolo killer stavolta dalla loro parte (The Man semplicemente imbarazzante).

Serviva, insomma, una sferzata vera, un’inversione a U che legittimasse ancora l’esistenza della band di Brandon Flowers e soci e che proiettasse i Killers finalmente nella contemporaneità. E di cosa parla la contemporaneità musicale? Ma di retromania, ovvio! E chi nell’ambiente dell’indie consolidato è praticamente un’autorità negli ultimi cinque anni abbondanti? Jonathan Rado. Produttore di alcuni dei più grandi successi (sia di critica che di pubblico) indipendenti come gli ultimi di Father John Misty, Weyes Blood, Whitney, Beach Fossils e via discorrendo, Rado – oltre a essere 1/2 dei Foxygen – è praticamente colui che ha plasmato il suo dell’attuale indie a stelle e strisce e dalla sua ha chiamato alle armi anche Shawn Everett (The War on Drugs) e una sfilza di collaboratori che insieme costituiscono il nucleo fondante del suono di questo Imploding the Mirage.

A differenza del maldestro tentativo di rispolvero delle radici funky ’80s di Wonderful Wonderful, Imploding the Mirage affonda pienamente in un sentimento leggiadro e al contempo musicalmente sostenuto da influenze e stili riconoscibilissimi. Da Tom Petty ai Dire Straits, da Bruce Springsteen ai Fleetwood Mac (c’è anche un certo Lindsey Buckingham che spunta nel singolo di debutto Caution, biglietto da visita ideale per il progetto). Fin dall’apripista My Own Soul’s Warning (in si segnala anche la presenza di Alex Cameron, sorta di nuovo guru-wannabe dell’indie più teatrale) è lampante l’impronta di un altro grande nome del panorama indie filo-springsteeniano come Adam Granduciel, ovvero il leader del progetto The War on Drugs; sebbene la sua firma non sia mai esplicitata nei dieci brani in scaletta, il sound è inconfondibile e il rimando è all’ultimo, memorabile A Deeper Understanding, virato in tonalità più colorite, sgargianti, vorticose. Nelle prime quattro tracce vi è una continuità sonora che mai si era sentita in un lavoro della band di Las Vegas (se non solo nell’esordio), con l’apice di Dying Breed (e i suoi deliziosi rimandi a Neu! e Can); la prima virata arriva appunto con Lightning Fields, in cui vi è il feat. di K.d. lang e la prosa di Flowers può finalmente librarsi, guadagnando in respiro ma pagando forse un po’ in originalità.

Non a caso il ritmo viene nuovamente spezzato dal secondo singolo estratto: Fire In Bone, dove è fondamentale il contributo dell’elettronica new-orderiana di Stuart Price, inaugura la seconda fase dell’album, più eterogenea nella scelta dei pezzi ma mai lontana dal centro, da quel nucleo compositivo di cui si parlava più sopra. Running Towards a Place parte come un brano dei Dire Straits cui si aggiunge la positività contagiosa del canto à la Tom Petty, mentre in My God è encomiabile la voglia di Natalie Mering (aka Weyes Blood) di uscir fuori dalla propria comfort zone. When the Dreams Run Dry e la title track sono perfettamente giustapposte in chiusura, con Flowers e Rado a dettare il tempo e il tono di un congedo brioso e, in definitiva, ispirato. Il miraggio è imploso, i Killers di Hot Fuss non esistono più, quelli di Day & Age forse (speriamo) sono alle spalle, e adesso non resta che godersi questo indie-pop all’alba di un nuovo giorno carico di aspettative sul futuro.

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