Recensioni

The Killers sono stati i figli più furbi, astuti e fortunati della stagione indie anni Zero, captando nei tempi giusti il compromesso vincente tra il rampante revivalismo 80s che stava tornando prepotentemente in cattedra dopo oltre un decennio chitarra-centrico e il gusto per la melodia senza tempo. I 7,5 milioni di copie vendute ad oggi da Hot Fuss sono la certificazione numerica del momento di grazia che accompagnò l’exploit iniziale della band guidata da Brandon Flowers durante un 2004 scandito a suon di singoli killer, da quella Mr.Brightside che lo scorso anno è stata la canzone pre-2010 più ascoltata sulle piattaforme di streaming (e seconda sola a Lose Yourself di Eminem tra le tracce pre-2005 più ascoltate di sempre su Spotify) a Somebody Told Me, passando per All These Things That I’ve Done e Smile Like You Mean It.
Condividendo con decine di altre band (“The” munite) contemporanee la parabola discendente sia in termini commerciali che artistici (con la differenza che i Killers partivano da più in alto), la band di Las Vegas da Sam’s Town in poi ha vissuto giusto di qualche sporadico lampo (concentrati, tra l’altro, proprio in quest’ultimo, vedi When You Were Young) in mezzo a una pletora di scelte discutibili, cadute di stile, singoli mediocri e, in generale, a una sempre minore ispirazione che, quando presente, ha trovato uno sfogo più negli episodi solisti di Flowers (Flamingo e The Desired Effect, non imprescindibili ma neanche malvagi) che negli album a nome The Killers, Day & Age e – in particolare – Battle Born.
Se nel fallimentare Battle Born la band del Nevada aveva ingaggiato una serie incredibile di producer (Stuart Price, Steve Lillywhite, Brendan O’Brien, Daniel Lanois e Damian Taylor), per il quinto album Wonderful Wonderful la faccenda si è leggermente ridimensionata: rimane Stuart Price (il leader dei Zoot Woman, per chi se li ricorda), affiancato “solamente” da Jacknife Lee e dal club-hero Erol Alkan. Il risultato, però, a conti fatti non cambia. Il virus post-disco (e in generale una ostinata rivalutazione del brutto) che negli ultimi anni ha contagiato più di una band (vedi l’ultimo, dimenticabile, Arcade Fire) non ha risparmiato neppure i Killers, e lo dimostra The Man, brano che incorpora elementi dei Talking Heads e del Bowie più funky (non è forse un caso che recentemente i Nostri abbiano eseguito una cover di Fame), assemblati però con quel posticcio miasma tipicamente AOR-via-Queen, grossolanamente piacione e facilmente irritante. Per intenderci, purtroppo siamo più vicini ai Maroon 5 che alle cose targate LCD Sounsystem. Altrove non va tanto meglio: l’olezzo Glee-pop appesantisce un brano come The Rut (la parte corale «But don’t give up on me» fa rabbrividire), l’epicità di plastica di Have All the Songs Been Written genera sbadigli quanto la chitarra di Mark Knopfler in esso contenuta e il telefonatissimo ingresso della cassa dritta in Life To Come è prevedibile come il caldo a luglio. Anche l’electro-blues di The Calling non convince nel suo suonare come una versione sbiadita di una traccia dei Depeche Mode. Salviamo invece Run For Cover, ben scandita da un ritmo uptempo e da un basso pulsante (nella strofa si sente la mano di Alex Cameron) e Tyson vs Douglas, trascinante con i suoi tastieroni heartland. È in questi contesti che i Killers danno il meglio: punto d’incontro tra la lezione eighties inglese e tutta la grandeur tipicamente americana. Premiamo inoltre una maggiore eterogeneità rispetto al piatto Battle Born, anche se la sensazione è che sia principalmente attribuibile ad una spasmodica ricerca di via dignitosa per invecchiare decentemente.
La veste leggermente rinnovata e la prolungata assenza dalle scene non bastano per rendere Wonderful Wonderful un album meritevole di attenzioni e, cosa più grave, non allontana di un millimetro la sensazione di essere di fronte ad una band ormai incapace non solo di tornare ai fasti – non clamorosi ma comunque godibili – dei primi due album, ma anche di creare nuovamente quel genuino e malinconico retrogusto kitsch che ben si sposava con l’immagine della natia Las Vegas. Perché Las Vegas sarà anche pacchiana, finta e ingannevole, ma è anche piena di fascino e carisma, elementi che mancano completamente nei Killers di oggi.
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