Recensioni

7.4

Giunto al terzo lavoro su lunga distanza, Luis Vasquez, in arte The Soft Moon, realizza il disco della svolta, uscendo con un album che può tranquillamente essere annoverato tra le più interessanti pubblicazioni dark del 2015. Anticipato dall’ottimo video Far, diretto ed editato da Y2K, il nuovo lavoro del musicista americano, Deeper, scava nel profondo nelle paranoie metropolitane contemporanee. La press release presenta il lavoro come “la rappresentazione di un uomo nuovo visto nel processo di lotta tra tendenze suicide, vulnerabilità e guarigione”, giocando da subito la carta di un certo esistenzialismo post-Joy Division che però si sfoga, a livello musicale, con cavalcate che strizzano l’occhio tanto ai New Order quanto ai Depeche Mode (i brani Far e Feel soprattutto).

Vasquez riesce comunque a dire la sua su una materia abbondantemente inflazionata, costruendo un lavoro efficace che mette assieme diverse influenze, dai Nine Inch Nails fino al John Foxx di Metamatic. Con Deeper, la “macchina morbida” di Vasquez supera lo shoegaze dark (“gothgaze”) degli esordi (che pur riemerge a tratti, come avviene in Desertion) e si apre in questo modo a nuove possibilità a livello melodico e canoro. Le pulsioni post-industriali presenti in Zeros, secondo disco a firma The Soft Moon uscito nel 2012, qui trovano un loro pieno sviluppo con l’elettronica paranoica e schizoide di Wrong, forse uno degli episodi più riusciti del disco, assieme alla traccia Deeper (in cui il Nostro, per non farsi mancare niente, inserisce anche un’oscura e selvaggia ritmica tribale).

L’artista di Oakland sembra aver fatto tesoro delle collaborazioni passate con Trent Reznor (per cui ha remixato il brano Ice Age degli How to Destroy Angels) e John Foxx, con cui ha realizzato l’interessante 7’’ Evidence. Vasquez ha poi rimarcato in diverse interviste il debito verso la musica dell’ex-Ultravox e la sua passione per una certa strumentazione d’antan, in particolare per la tastiera analogica Arp Odyssey.

Se l’intro di Black appare un po’ troppo spudoratamente debitrice nei confronti dei Nine Inch Nails (cosi come il brano Without), il resto del disco beneficia di certe geometrie elettroniche compositive alla Metamatic, condite con una sensibilità romantica synth-wave decisamente mitteleuropea. A livello di contenuti, è interessante notare come nella finale di Bieng un nastro continui ad andare avanti e indietro. Nella registrazione che ascoltiamo, Vasquez ripete: “I can’t see my face. I don’t know who I am. What is this place? I don’t know where I am”. Parole che rimandano all’immaginario del video Far e al processo di perdita del volto/perdita dell’identità e della memoria, che per certi versi diventa anche una riflessione sullo stato di molta musica contemporanea, impegnata a cercare strade per fuggire da un presente e da un’istantaneità tecnologica sempre più opprimente.

Si tratta di un lavoro non superficiale, che mostra e dosa bene le molteplici influenze, riuscendo a conquistarsi una sua identità e un suo volto con melodie e una produzione particolarmente curate. Probabilmente Deeper riuscirà a farsi apprezzare da un pubblico eterogeneo, e non è detto che ciò sia necessariamente un male.

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