Recensioni

Nel momento dell’uscita di When, singolo di lancio di These Days, avevamo avuto una sensazione unica: quella di aver finalmente trovato la colonna sonora perfetta dell’estate ormai alle porte, più dei gorgheggi di Pharrel in Get Lucky o dei brutti remixoni su brutti pezzi di Rihanna. When ce la siamo portata dietro nei viaggi in macchina con il mare da un finestrino e il litorale dall’altro. L’abbiamo cantata e ballata nelle feste con gli amici e nei pomeriggi di pioggia torrenziale in montagna. Una cosa che non capita tutti i giorni, con certa musica italiana. E alla fine è cresciuta così tanto nelle orecchie che siamo riusciti a rendere la pubblicazione di These Days (previsto per l’imminente autunno) un countdown curioso e ansioso. Quando SA ha incontrato gli M+A in occasione del loro esordio Things.Yes, loro hanno risposto così a una domanda sulla presunta ballabilità di alcuni brani del disco: “non siamo assolutamente tipi da party. Abbiamo voluto fare musica dance ma non ci siamo riusciti, perché in realtà non riusciamo a lasciarci alle spalle gli anni di grunge e post-rock”. Ebbene, These Days ha l’onorato compito di superare quell’ostacolo che solo nel 2011 sembrava insormontabile. Ha, cioè, il compito di sacrificare i padri delle camicie a scacchi sull’altare di ritmi tropicali e di abbassare le latitudini referenziali nei pressi di certa Florida R&B non troppo distante dalla black music o dal soul.
Date le aspettative, il rischio delusione era dietro l’angolo. Alessandro Degli Angioli e Michele Ducci, divisi fra Bologna e Londra, hanno suonato tutti gli strumenti del disco, tenendo gli occhi puntati sulle tendenze musicali più in voga e sorretti dall’autorevole Monotreme Records, label britannica di tutto rispetto. Anche se ai più maliziosi potrebbe sfuggire qualche commento arguto riguardo a un’operazione che, visti i tempi, si direbbe ruffiana, l’impatto di These Days non è da poco. Innanzitutto, in ottica nazionale, serve finalmente a scrollarci di dosso un certo clima di cupezza metropolitana, che finiva per star stretto a un panorama che avrebbe potuto dar molto di più, rischiarando le tinte fosche e recuperando la vena melodica. Il trucco, si sa, l’hanno scoperto i Daft Punk di Random Access Memories: l’italo disco (che i francesi sono andati a scovare nelle produzioni di Giorgio Moroder) è un terreno fertile che merita una riscoperta, una valorizzazione e un aggiornamento. Ora, senza nulla togliere a band importantissime in quest’ottica come i Casa del Mirto, questo approccio finalmente torna a casa. Secondariamente c’è quel ghetto-style che, attraverso una forzatura che alcuni potrebbero definire inappropriata, è in verità un surrogato scherzoso e convincente di quel binario che parte dai suoni funk della Motown, passa per l’hip hop e conclude il suo viaggio nell’R&B west coast, in un modo che – a nostra memoria – pochi erano riusciti a fare da queste parti.
Il disco, poi. Down The West Side, Freetown Solo, che già da sole sostengono l’impalcatura dell’opera, pullulano di armonia e orecchiabilità, con innesti hip hop e curvature di chitarre acustiche da tramonto a Palm Beach. E anche se al mic non c’è una Mary J Blige a singhiozzare, la voce di A, più consapevole (anche se palesemente più rauca), fa una certa figura. Ci sono Game, De-light e Pratical Friday che sono più vicine alle produzioni precedenti, macchiate di Royksopp, ma che qui compaiono in una veste più melodica. E in questo senso potrebbero dirci qualcosa Neon Indian, Washed Out o Toro Y Moi. C’è il gusto vagamente jam-jazz d’effetto radiofonico di L.E.M.O.N. o Midnight Radio, che riprende il discorso lasciato in sospeso da Touch dei Daft Punk. Menzione a parte merita il binario B Song – Slow, che omaggia egregiamente il retro funk graffiato sui piatti di Beck, anche questo un nome che non si fa spesso quando si parla di musica italiana.
Il classico pelo nell’uovo è rappresentato da canzoni fin troppo ripetitive. Il main theme (se così vogliamo chiamarlo) di When è utilizzato, con le dovute minime variazioni, in almeno quattro brani, relegando l’ampio respiro delle melodie ad una sorta di mantra rituale, che qualcuno potrebbe apprezzare proprio per questa sua ossessività. Poca cosa, comunque, per chi ha davanti a sé un grande futuro.
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