Recensioni

6.8

Chi vi scrive venne favorevolmente colpito della svolta “terzomondista” – chiamiamola così per comodità – dei Tre Allegri Ragazzi Morti. Cumbia o non Cumbia, la band di Pordenone, in dischi come Primitivi del futuro o Nel giardino dei fantasmi, sintetizzò efficacemente un’idea di pop-rock sottomessa a un fattore ritmico a prima vista lontano dal punk che caratterizzava le origini del gruppo – e vicino a reggae, dub e quant’altro – ma determinante nel rinvigorire e far maturare una formula con (allora) quasi vent’anni di vita sul groppone. Meno ci è piaciuto quell’Inumani dato alle stampe tre anni fa, un album che somma a episodi affascinanti come In questa grande città (La prima Cumbia) – con un Jovanotti ospite nemmeno disprezzabile – ed E invece niente parentesi poco sorprendenti come Persi nel telefono o C’era una volta ed era bella. Un disco ambivalente, forse anche di transizione, per quel suo essere un bignami di quanto fatto dai TARM fino a quel momento, capace di strizzare l’occhio a una platea un po’ più ampia del solito.

Il nuovo Sindacato dei sogni – nel titolo, un omaggio ai Dream Syndicate – è prima di tutto un album con un progetto importante alle spalle, concretizzatosi nella co-produzione di Matt Bordin (Mojomatics, Squadra Omega) e negli ospiti chiamati a suonare, musicisti del calibro di Nicola Manzan (Bologna Violenta), del sassofonista Francesco Bearzatti, di Davide Rossi (Goldfrapp) e di Adriano Viterbini (Bud Spencer Blues Explosion, I Hate My Village). Un disco che, nelle parole della band, dovrebbe richiamare artisti come «Television, Dream Syndicate, Grateful Dead […] e ancora Neu!, Can, Kraftwerk» ma che nella sostanza, di ognuno dei gruppi citati prende al massimo qualche accento, bazzicando nei paraggi di un rock ortodosso meno legato alle derive etniche degli ultimi anni e certamente più in linea con la prima fase della storia del gruppo.

E così, se i synth e l’arpeggiatore di Una ceramica italiana persa in California (uno dei brani migliori e più sorprendenti in scaletta, qualcosa tra la Düsseldorf più kraut, Jean-Michel Jarre e i Quicksilver Messenger Service) lasciano positivamente straniti, le chitarre elettriche e il tiro di batteria punk di C’era un ragazzo che come me non assomigliava a nessuno sembrano citare la band di Steve Wynn, certi “effetti” istituzionalizzati sulla sei corde richiamano i Sixties americani (gli arpeggi Byrds di Calamita, il riff Electric Prunes dell’iniziale Caramella), l’interessante psichedelia di Accovacciata Gigante indaga una scrittura musicale “laterale” partendo dal pop. Eppure è un cambiar tutto perché nulla cambi, se ci passate l’espressione gattopardesca, nel senso che il “vintage” applicato con cura è solo una – intrigante, per carità – patina che riveste il classico pop-rock a marca TARM che ormai conosciamo (l’unica variante presa in prestito dal recente passato è un bel basso rotondo e corposo figlio del dub e del trip-hop), ben espresso, per esempio, da una Bengala in cui spuntano persino gli archi.

Disco dunque un po’ meno epocale dei due lavori citati in apertura, in cui erano le fondamenta a cambiare e non solo il colore delle pareti. Eppure un episodio tutto sommato gradevole e capace di crescere con gli ascolti, oltre che portatore sano di almeno due o tre “classici” da inserire in scaletta per i prossimi concerti di Toffolo e compagni.

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