Recensioni

6.5

C’è una regola non scritta (ma forse è solo una costruzione mentale del redigente questo articolo) per cui l’inizio della carriera di un gruppo si fa risalire alla pubblicazione dell’LP di debutto. Perché? Non sarebbe più giusto prendere a riferimento l’anno effettivo di fondazione o magari il primo EP? La verità è che rintracciare il momento esatto della nascita di una band spesso non è facile. Va inteso come il primo incontro dei suoi componenti o come la prima volta che si sono ritrovati in studio di registrazione? La prima apparizione pubblica o la data del primo concerto a pagamento? E soprattutto, la decisione iniziale di formare un collettivo musicale, non di rado inteso inizialmente dagli stessi membri come puro divertissement, non è quasi mai accompagnata da un atto notarile che ne stabilisca con esattezza data e luogo. Così come non si può dare troppo peso al primo EP: troppo aleatorio quel pugnetto di canzoni, magari autoprodotte e pure registrate male. No. Allora prendiamo per buono, almeno nel contesto di queste righe, che per lasciare davvero il segno un gruppo debba per forza aver pubblicato almeno un album, e che quindi il termine carriera sia da intendersi come carriera discografica.

Nel caso degli U2 ebbe inizio il 20 ottobre 1980. Pertanto, assumendo quanto appena enunciato, la band irlandese sta per compiere quarant’anni esatti. E sì che il suo nucleo iniziò a formarsi ben prima. Il 25 settembre 1976, un sabato pomeriggio, una combriccola scalcinata di sette ragazzi residenti a Dublino si ritrovò nella cucina della famiglia del batterista Larry Mullen, autore dell’appello per il reclutamento affisso nella bacheca della sua scuola, al fine di mettere a punto le prime strategie. A quel briefing d’esordio ne seguirono altri; il combo si chiamò dapprima Feedback, poi The Hype e infine U2; e il settetto venne dapprima scremato a quintetto per poi stabilizzarsi, nella primavera del 1978, nella formazione a quattro giunta fino a noi. Da quel momento, nessuno si è più aggiunto agli U2 e nessuno se n’è più andato dagli U2.

Bono, The Edge, Adam Clayton e il suddetto Larry formarono pertanto la lineup anche della prima prova lunga, quel Boy che a posteriori non pochi musicisti rock dichiareranno di aver preso a modello nonostante – va detto – non fosse una pietra miliare. O quantomeno non valida al punto da inserirla nella galleria delle perle dell’ondata post/punk.

Solo per riferirci al 1980, quell’anno uscirono – facciamo giusto qualche nome a scopo puramente indicativo – Closer, il secondo disco dei Joy Division (dopo l’esordio capolavoro Unknown Pleasures dell’anno precedente), Seventeen Seconds dei Cure, Crocodiles degli Echo & The Bunnymen (a proposito: vogliamo parlare di quanto lo stile di Bono si ispirerà a quello di Ian McCulloch?), l’omonima opera prima dei Killing Joke e In The Flat Field dei Bauhaus; i Fall, dal canto loro, avevano già due dischi alle spalle e stavano per arrivare col terzo, Grotesque (17 novembre); idem per Siouxsie & The Banshees, che ad agosto avevano dato alle stampe Kaleidoscope; per non parlare poi di tutte le derivazioni del punk, dagli influssi dance assorbiti già da tempo nei lavori di A Certain Ratio e Gang Of Four a quelli industrial/sperimentali presenti in Throbbing Gristle e Cabaret Voltaire. E senza voler fare sconvenienti e quasi offensivi paragoni con giganti del calibro di Ultravox e Roxy Music, per la verità formatisi in epoca glam, o magari con gli XTC, che… vabbè dai, lasciamo perdere. Tutto questo per dire che Boy, per quanto discreto, tali vette tecniche, espressive e stilistiche se le sognava di notte.

Come spesso accade, il primo album di una band è anche il suo primo… Best of. Boy fu sostanzialmente una raccolta del meglio della produzione degli U2 fino ad allora, contenendo parecchi brani già facenti parte del repertorio e che i primissimi aficionados conoscevano da tempo; fu il tentativo di dare ordine a quattro anni di lavoro, fissando su nastro svariati pezzi composti anche molto tempo prima di iniziare le registrazioni, affiancati ad alcuni altri scritti in studio appositamente per completare la tracklist. Per i quattro, la band era iniziata a diventare una cosa seria – come abbiamo detto – dai primi mesi del 1978, quando il seguito di fan in città iniziò a farsi nutrito e le testate più importanti del paese iniziarono a dedicare trafiletti sempre più consistenti alle loro esibizioni. Dopo un primo periodo passato a suonare brani altrui, quell’anno gli U2 presero a scriverne di propri da presentare ai concerti o registrare sui demo con cui tentavano di fare breccia nelle case discografiche. Sul disco compariranno parecchie di quelle canzoni: da Twilight (già lato B del singolo Another Day, pubblicato a febbraio 1980 su CBS) a A Day Without Me (singolo uscito ad agosto 1980 e ispirato al suicidio del leader dei Joy Division, Ian Curtis), a Shadows And Tall Trees, Another Time Another Place, The Electric co., Out Of Control e Stories For Boys (le ultime due già apparse sull’EP Three, del 1979, uscito anch’esso su CBS).

Va detto che l’album, pubblicato su Island Records, l’etichetta che fece conoscere al mondo Sua Maestà Bob Marley, nacque sotto una cattiva stella. Il produttore designato inizialmente era infatti Martin Hannett, già dietro la consolle per il succitato Unknown Pleasures dei Joy Division. Il suicidio di Ian Curtis però stravolse i piani, dal momento che Hannett, grande amico – oltre che collaboratore – del vocalist britannico e della sua band, si ritirò dal progetto e gli U2 furono costretti a cercarsi un altro producer. Con Hannett, tra l’altro, l’approccio dei quattro non era stato dei migliori. Il suo metodo analitico, distaccato e compassato mal si sposava col piglio esuberante, acerbo e confusionario della band. Inoltre Hannett, per formazione professionale, era portato a prediligere i suoni sintetici piuttosto che valorizzare il sound del gruppo. Per farsi un’idea della resa del suo lavoro con gli U2 si può ascoltare il singolo 11 O’Clock Tick Tock, pubblicato – sempre da Island – appena un paio di giorni prima della tragica morte di Curtis. La scelta del sostituto cadde su Steve Lillywhite (già al lavoro su Drums & Wires degli stessi XTC) e si rivelò provvidenziale. Il nuovo produttore aveva un approccio totalmente diverso rispetto al suo predecessore, un atteggiamento molto più vivo, propositivo, coinvolgente, e fu lui a tenere la barra dritta e instradare una band ancora evidentemente  immatura e che faticava da matti a trasferire in studio le qualità che mostrava sul palco. Merito suo se la narrazione sonora di Boy risulterà coerente e dalla qualità comunque abbastanza elevata per un gruppo alla prima prova. Anzi, diciamo pure merito suo se le magagne di un ensemble la cui impreparazione tecnica era evidente, in special modo riguardo alla sezione ritmica, non inficeranno la resa complessiva dell’opera; non a caso produrrà anche i successivi due album degli U2, oltre a partecipare in modo sostanziale ad altri loro lavori nel corso degli anni.

Anche sul piano tematico, il disco aveva una sua ragion d’essere. I testi erano appannaggio di Bono e il leitmotiv era il delicato passaggio dalla giovinezza all’età adulta condensato, oltre che in quella che possiamo considerare la locuzione manifesto dell’opera, vale a dire In the shadow / Boy meets man, da Twilight, nella copertina raffigurante il mezzobusto stilizzato e in bianco e nero di un bambino a torso nudo (si trattava di Peter Rowen, il fratello minore di Derek – alias Guggi – dei Virgin Prunes, storica band anch’essa dublinese e amica degli U2), scelta grafica che negli USA costerà ai quatto l’accusa di alludere alla pedofilia (del resto, un passaggio come il summenzionato Nell’ombra il ragazzo incontra l’uomo, ai più maliziosi potrebbe suggerire qualcosa di più di una metafora esistenziale) costringendo la Warner – distributrice sul suolo americano – a pubblicarlo con un’altra copertina. La parola boy compariva svariate volte nei testi, dove si potevano scorgere riferimenti autobiografici che raggiungevano l’apice della drammaticità in momenti come I Will Follow, la prima vera hit degli U2 e tuttora cavallo di battaglia del quartetto dal vivo, e The Ocean, entrambe ispirate alla morte della madre del frontman avvenuta alcuni anni prima.

Boy era un disco energico, vitale, prorompente e impregnato di urgenza espressiva ma che solo in parte seppe restituire la forza promanata dalla band in concerto, dimensione prediletta dai Nostri perlomeno fino a The Unforgettable Fire, quando a dirigerli in studio arriverà Brian Eno. Oggi è considerato – forse un po’ forzatamente e col senno di poi – uno dei migliori debutti di sempre, cosa che per la verità cozza con la benché minima conoscenza musicale. Probabilmente fu però il più compiuto della prima trilogia a firma U2, quella completata da October e War, e sublimata dal live Under A Blood Red Sky, quello sì momento campale della storia del rock. E di certo fu il banco di prova che gli schiuse la prima di tante porte.

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