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In un ipotetico Zanichelli del pop-rock, alla voce “paraculata” rientrerebbero tutti gli artifici intentati da band e artisti per accaparrarsi un pubblico più vasto, sbancare in radio e accrescere il proprio hype, eventualmente ricorrendo a ritornelli catchy o infarcendo i testi di parole chiave e frasi a presa immediata. Ricordate gli U2 di Achtung Baby? Loro che magnificavano l’immagine biblica del deserto, che citavano la poesia di Jara, la Bloody Sunday e Martin Luther King, in quel momento si mettevano a sciorinare metafore sessuali e a cantare «sha-la-la» e «baby, baby, baby». La stessa cosa, nelle più varie declinazioni, si è ripetuta in decine, centinaia, forse migliaia di casi sia prima che dopo di loro. E figurarsi se non lo fa chi, come gli Weezer, “puro” – nel senso etimologico del termine – non è mai stato e forse non gli è mai interessato esserlo.

Non si spiega altrimenti il recente, e già ampiamente dibattuto, scambio di favori con i Toto che li ha rilanciati nelle chart statunitensi lo scorso anno. E non si spiega altrimenti l’impostazione di questo nuovo Black Album, pubblicato poco più di un mese dopo quel Teal Album interamente costituito da cover, e che per cromatismo e inclinazione non è distante dalle intenzioni radiofoniche dell’omonimo disco dei Metallica datato 1991 (guarda caso, lo stesso anno del summenzionato Achtung Baby). Tra l’altro, la band ha in preparazione addirittura due nuovi dischi: il primo sarà intitolato Van Weezer e conterrà – stando alle dichiarazioni del leader Rivers Cuomo – «molti assoli di chitarra», mentre l’altro (Okay Human) sarà basato su pianoforte e arrangiamenti orchestrali. Il quinto lavoro “colorato” della formazione californiana, e séguito di Pacific Daydream pubblicato nel 2017, è forse quello più spudoratamente paraculo – commerciale si diceva una volta – e lo rivendica con fierezza dall’alto di una classe, comunque, indiscutibile. A produrlo, Dave Sitek dei Tv On The Radio, che asseconda l’impeto karaokeristico del combo di Los Angeles valorizzandone a dovere una serie di brani dal sapore perlopiù 80s.

Certo, sono lontani i tempi della gaia e spensierata weirdness di Buddy Holly, il cui video sul set di Happy Days avremo visto e rivisto fino allo sfinimento, ma anche e soprattutto di Pinkerton, disco inizialmente rinnegato dalla stessa band ma che poi, all’alba del nuovo millennio, è stato oggetto di uno dei più clamorosi casi di rivalutazione a posteriori da parte di una critica e di un pubblico che grazie a Internet avevano oramai a disposizione un mondo di possibili riscoperte; lontani quegli anni Novanta in cui la band statunitense era considerata un simpatico fenomeno alt-rock dai video in heavy rotation su MTV, il look uncool, le chitarre sporche, i ritmi sghembi, i testi nonsense, spesso urlati, alla stregua di novelli Pavament o Pixies. Cosa resta di quegli Weezer, oggi? Ben poco. C’è però l’ennesimo tentativo di rivendicare i propri geni pop, con un disco che a suo modo è fedele alla ragione fondativa del gruppo.

Non a caso in apertura troviamo il funky ispanico di Can’t Knock the Hustle, il cui chorus a cattura rapida affonda i basamenti su un tormentone che recita «hasta luego/adios». E il reggae dinoccolato della strofa che poi cede a un ritornello simil crossover à la Imagine Dragons della successiva Zombie Bastards non è che richieda un chissà quanto maggiore impegno cerebrale per essere assorbito. Forse che «too many thoughts in my head», oltre che titolo di uno dei brani di punta del lotto, voglia anche essere una sorta di giustificazione al ricercato disimpegno? Attenzione, però: un disimpegno figlio dei tempi. Se la volontà era fare un disco di facile fruibilità, breve durata e buono per un pubblico iperconnesso e sempre più spotifyzzato, l’intento è andato a buon fine. Ma, come in tutto, bisogna saperci fare, e agli Weezer il mestiere certo non manca. Tanto che riescono a infilare in un discorso volutamente affrancato da linguaggi “alti” inflessioni beatlesiane (High As A Kite e Piece Of Cake) e cadenze beachboysiane (Byzantine, colorata anche da accenti calypso).

Poi certo, c’è tutto il carico 80s di cui dicevamo. Ma non solo. Ci sono anche gli anni Zero, se è vero – com’è vero – che da un lato Livin In L.A. richiama l’afflato danzereccio dei migliori Bloc Party e I’m Just Being Honest rievoca le brume post-punk dei primissimi Editors. Ma sono palliativi, poiché la cifra dominante di un disco terribilmente, maledettamente, irresistibilmente edonista e vanitoso è di sicuro la superficialità. Cosa che a volte può non essere un difetto.

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