• Feb
    01
    2019

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Play It Again Sam

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Five dei White Lies rimarca un momento fondamentale nella carriera del trio composto da Harry McVeigh, Charles Cave e Jack Lawrence-Brown. Innanzitutto, come suggerisce svogliatamente il titolo, si tratta del quinto lavoro in studio, ma più precisamente è la sintesi di questi primi dieci anni di carriera, iniziati nel lontano 2009 con la pubblicazione, il 19 gennaio, di To Lose My Life, folgorante esordio che faceva il verso al sound di Joy Division e New Order, aggiornato al ventunesimo secolo come già avevano fatto Interpol e Editors. Da quel momento in poi, i White Lies non hanno proseguito il loro cammino al suon di rivoluzioni o di evoluzioni significative. A queste hanno infatti preferito la strada più cauta – e quindi meno memorabile – del centellinamento, di un allargamento dei propri orizzonti compositivi caratterizzato da piccole sperimentazioni qua e là. Era già così in Ritual, dove le chitarre alimentavano i toni da arena, sminuendo quasi del tutto il lavoro concepito all’esordio, e nel successivo Big TV, in cui la ricerca di un concept aveva ridonato sostanza e solidità a una band non in crisi di identità, ma indecisa sul modo in cui proseguire le fila di un discorso che sembrava già auto-conclusivo al debutto.

Per i fan di lunga data, quindi, Five potrà apparire un lavoro più sottotono. In realtà, in esso ritroviamo una (seppur minima) forza compositiva che ad esempio in Friends risultava soffocata da tutti quei pomposi synth, che pure qui non mancano, ma sono trattati con cura, quasi temuti, a favore di una propensione del tutto nuova verso le suite (Time to Give è il singolo più lungo della band finora, con i suoi oltre 7 minuti di durata) che rimandano più all’ultimo periodo degli Suede che alle band di ispirazione iancurtisiana. Emblematico in questo senso è Kick Me, probabilmente il brano più riuscito del lotto e quello che reca in sé la sintesi perfetta di ciò che Five rappresenta: una voglia di fare il punto della situazione riflettendo sui propri cavalli di battaglia (la voce iconica di McVeigh) e lati nascosti da approfondire (un uso intelligente dei synth e la costruzione di eleganti suite). Non è un caso nemmeno che un singolo fomenta-stadi come Tokyo sia piazzato proprio lì in mezzo alla scaletta, punto fermo e baluardo di una carriera, seguito immediatamente da Jo, brano più ibrido e per questo non proprio riuscito, mentre è da segnalare l’ottima chiusa con Fire and Wings, forse – noi lo speriamo davvero a differenza di una testata come Pitchfork che da anni si diverte con una mano a maltrattare gratuitamente questi tre, tutto sommato piacevoli, volti del panorama musicale britannico mentre con l’altra continua a sopportare roba immonda come gli ultimi Muse – un vero apripista per un futuro ancor più ricco di sfumature e riflessioni sul valore del post-punk e della dark wave oggi.

5 Febbraio 2019
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