Nick Cave e Roger Waters/Brian Eno. Riflessioni su connivenza e censura

Connivenza contro censura. Eccola, ridotta ai minimi termini e con molta approssimazione, la diatriba (va bene se la definisco così?) tra Nick Cave e la cordata capitanata da Roger Waters e Brian Eno. Le argomentazioni dell’ex Floyd riprendono quelle del movimento BDS  (Boyott, Divestment, and Sanctions), secondo il quale qualsiasi rapporto di tipo commerciale, economico o culturale con Israele significa – significherebbe – farsi strumentalizzare da Israele, contribuire cioè a rendere credibile la sua facciata democratica e multiculturale.

Anche Brian Eno appoggia esplicitamente il BDS, essendo tra l’altro uno dei 1700 artisti che hanno sottoscritto Artisti per la Palestina, un documento nel quale i firmatari invitano e si impegnano a non intrattenere rapporti con il governo dello stato ebraico e con iniziative ad esso correlate. Waters e Eno hanno invitato il collega australiano a non esibirsi in quel di Tel Aviv. Ma Cave ha tirato dritto. Non solo: in una ormai celebre conferenza stampa, ha sottolineato quanto abbia fortemente voluto le due date (il 19 e 20 novembre) nella città israeliana, dichiarando di comprendere le argomentazioni del BDS ma che queste non hanno “niente a che vedere con il censurare gli artisti”.

Nel suo appassionato discorso, Cave ha insistito sul concetto di gente. “Amo la gente di Israele”, ha sottolineato. Lette queste parole, non ho potuto fare a meno di pensare allo spirito che ha animato il suo recente tour, quel sistematico squarcio operato sulla “quarta parete”, una breccia da cui il pubblico poteva (anzi: era caldamente invitato a) impossessarsi del palco, fare parte dello spettacolo, del rito. Con questa sorprendente impostazione dello show, Cave ha detto al suo pubblico che senza il suo pubblico, e per estensione senza “la gente”, lui non potrebbe essere ciò che è. Rivolgersi alla “gente” è sempre rischioso, scivolare nel populismo è un attimo, ma Cave sembra avere focalizzato bene l’obiettivo, rivolgendosi a una pluralità di individui, a un “tu” plurimo chiamato sul palco a partecipare al (farsi del) suo spettacolo, persino a diventarne testimone (vedi il criticatissimo invito a fargli pervenire le foto scattate col cellulare da sotto il palco).

È un messaggio che investe sia la dimensione personale che quella universale, una chiave di lettura del ruolo e dell’essenza del musicista che – fatta propria da un artista in origine tanto scabro e ombroso – sembra il frutto di una maturazione profonda, di una svolta che solo esercitando una proditoria superficialità si può attribuire al recente trauma della perdita del figlio. Al contrario, pare l’approdo di un percorso di ammorbidimento espressivo e di “pacificazione con l’altro” i cui segnali sono ben leggibili almeno da The Good Son in avanti (forse già da Tender Prey), percorso divenuto eclatante e persino compiuto nello splendido docufilm 20.000 Days On Earth.

È connivente l’atteggiamento di Nick Cave nei confronti della politica del governo israeliano (qualunque cosa si pensi, di questa politica)? Se accogliamo l’angolazione di chi sostiene che l’arte (il rock) non debba curarsi dei governi, dei contrapposti interessi politici, economici e religiosi, ma debba gettare il cuore oltre questi ostacoli e scegliere come unico, legittimo interlocutore un pubblico, il proprio pubblico, ad esso rivolgersi e per esso manifestarsi, ecco, da questo punto di vista viene da rispondere che no, Cave non è connivente. No, credo che non lo sia, ma confesso di pensarlo senza una piena convinzione: ho sempre creduto che il rock non possa permettersi di ignorare la realtà da cui estrae linfa, da cui in sostanza sgorga, prende vita. L’ho sempre creduto e un po’ lo credo ancora, probabilmente perché sono cresciuto in un ordine di idee che conferiva al rock un ruolo ben più importante e centrale rispetto a quello, residuo, di oggi.

È per questo motivo che nella replica di Roger Waters a Cave – dove l’ex-Pink Floyd arriva a sostenere: “la tua musica è irrilevante se messa in relazione al problema principale, così come la mia o quella di Beethoven, non riguarda la musica, ma i diritti umani” – mi è sembrato di avvertire un ribollire di ottime ragioni in uno scenario talmente mutato che quasi non sai cosa fartene e cosa pensare, di quel ribollire.

Facciamo un (notevole) passo indietro di quasi mezzo secolo e pensiamo a Crosby, Stills, Nash e Young, autori – nel 1970 – di Ohio, una instant-song ispirata ai tragici fatti della Kent University: con quella canzone i quattro rispondevano al fuoco dei “gendarmi di Nixon” nel modo più potente possibile, eleggendosi di fatto portavoce di un’intera generazione. Se riuscirono a farlo – con quella potenza, con quel senso di ineludibile necessità e adeguatezza – fu anche perché erano pienamente consapevoli di rappresentare un tassello decisivo nel mosaico di un vasto sentire, di un codice emotivo diffuso e sedimentato, di un vero e proprio emisfero culturale e politico. Intendo dire che CSN&Y scrissero quella canzone – e che lo fecero così bene – perché sapevano che il rock aveva un popolo, un popolo che aveva bisogno di quella canzone.

Nel quadro attuale, au contraire, a quale popolo danno voce Roger Waters, Brian Eno e i 1700 artisti di Artisti per la Palestina? Non certo a un popolo rock. Le loro istanze non detengono chiavi ideologiche in grado da sole di avviare il meccanismo poetico ed espressivo del fronte del rock, semplicemente perché non esiste alcun fronte del genere. Il rock non recita più una parte significativa sullo scacchiere politico e culturale in quanto rock. Non esiste una nitida corrispondenza tra rock, schemi di pensiero o schieramenti politici e culturali. Il rock, ripeto, non ha più un popolo. Ragion per cui mi chiedo: a nome di chi il rocker Roger Waters chiede al rocker Nick Cave di non suonare a Tel Aviv? Non somiglia al tentativo di una parte (politica, ideologica) di censurare qualcosa che va contro le proprie convinzioni politiche e ideologiche?

Certo, difficile dare torto a Waters quando sostiene che non stiamo parlando di musica ma di diritti umani calpestati, argomento rispetto al quale tramonta qualsiasi discussione intorno al rock e dintorni. Il suo punto di vista tuttavia è quello di un autorevole esponente del mondo del rock che si rivolge a un altrettanto autorevole collega. Con la particolarità che Cave ritiene la propria professione, la natura stessa del rock, superiore o estranea a questioni politiche. In altre parole, Waters si rivolge a Cave in quanto Roger Waters, musicista che ha legittimamente deciso di non avere “niente a che fare” con Israele, convinto che il rock debba prendere posizione rispetto a questioni del genere. In ragione di questa convinzione, Waters e Eno rivolgono a Cave un invito che assume d’amblé i contorni di una campagna mediatica e il cui effetto, scontrandosi con una (legittima) posizione contraria, potrebbe somigliare moltissimo a una censura.

Riguardo alla situazione palestinese, ritengo naturale che il rock se ne occupi, qualora un musicista rock decida di occuparsene. Lo penso perché credo che il rock, forma artistica/espressiva matura, possa legittimamente occuparsi di qualsiasi argomento, anche dei più complessi e gravi, senza apparire inopportuno o inadeguato. Non ho difficoltà ad aggiungere che, personalmente, trovo che la politica di Israele si sia macchiata di molte colpe e responsabilità nella cronicizzazione di uno scenario umanamente inaccettabile. Posso persino spingermi a sostenere che, se fossi un musicista rock, probabilmente sceglierei di non suonare in Israele: si tratterebbe, ripeto, di una scelta personale e non in nome del rock. No, non vedo nessuna buona ragione per assumere il prendere parte in una questione come quella palestinese come conditio sine qua non al manifestarsi del rock.

Non esistendo più un popolo rock e (quindi) un orientamento culturale e politico diffuso aggettivabile come “rock”, invitare Nick Cave oggi (come i Radiohead pochi mesi fa) a non esibirsi in Israele mi sembra una forzatura ingiustificata, priva di sostanza – appunto – culturale e politica. Una forzatura in grado di generare mostriciattoli ideologici: diktat del genere oggi possono giustificare domani, ad esempio, il veto di esibirsi in alcuni stati USA per protesta contro la disgraziata politica di liberalizzazione del mercato delle armi. O, ancora, una moratoria del rock in Europa per la sua corresponsabilità politica riguardo alla strage silenziosa e quotidiana dei migranti nel mediterraneo. O infine a non programmare date in Spagna per la discutibile gestione della questione catalana. Sono tutte cause queste, come quella palestinese, meritevoli della massima attenzione e sensibilità. Cause che, in quanto cittadino, mi stanno a cuore. Ma sono convinto che embarghi culturali di questo tipo sarebbero inutili, controproducenti, forse persino ridicoli.

Lo sarebbero oggi più di ieri, perché – ripeto – il rock non ha più un popolo di cui farsi portavoce. Il rock oggi deve principalmente augurarsi di avere ancora una voce, e che ci siano orecchie, cuori e intelligenze disponibili ad ascoltarla, a sentirla. Tutto ciò Nick Cave sembra averlo capito molto bene. Spero che anche il pubblico di Tel Aviv lo abbia capito. Spero che il pubblico di Tel Aviv – come quello di Milano, di Roma, di Padova, di Zurigo, di Vienna, di Belgrado, Berlino e Stoccolma – abbia ascoltato la voce di Nick Cave, abbia sentito la sua voce (“With my voice, I am calling you”), con tutte le implicazioni del caso.

Lo spero, sì. E ne sono anche abbastanza convinto.

 

22 Novembre 2017
22 Novembre 2017
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