Modest Mouse (US)

Biografia

Formati nel 1993 ad Issaquah per volere di Isaac Brock, i Modest Mouse hanno prima portato la lezione dei Treepeople di Doug Martsch a un nuovo livello marchiando a fuoco la scena indie rock della Nord-Ovest Pacific Coast degli Stati Uniti per poi diventare, svoltato il decennio, il gruppo di maggior successo di critica e pubblico quando il genere, grazie a band come Death Cab For Cutie e Postal Service di D.C. e Decemberists da Portland, è scoppiato a livello nazionale e mainstream. Firmando per una major, a partire da un album cruciale come Moon & Antarctica, che apre il ventaglio delle influenze e accentua la sperimentazione di nuove soluzioni d’arrangiamento e produzione, la band sposta il baricentro sul pop senza snaturare la propria natura arrivando a firmare brani che segnano la storia della decade come Float On e svettando al primo posto della classifica di Billboard con We Were Dead Before the Ship Even Sank, disco che vede la stretta collaborazione di un fan d’eccezione, Johnny Marr.

Nati come un trio di adolescenti formato dal batterista Jeremiah Green, dal bassista Eric Judy e dal cantante e chitarrista Isaac Brock in una città di 30.000 abitanti nello stato di Washington a circa 20 miglia da Seattle, i Modest Mouse prendono il nome dalla storia di Virginia Woolf, The Mark on the Wall. Green è nato nelle Hawaii per via degli impegni del padre nell’esercito e, tra i suoi spostamenti, si contano la città di Moxee ed, infine, a Seattle, Judy viene sempre da fuori Seattle mentre Isaac Brock nasce ad Helena, nel Montana, per poi spostarsi con la famiglia varie volte prima di trasferirsi in pianta stabile a Issaquah.

«Eric e io vivevamo nella stessa città fuori Seattle», ci ha raccontato Brock raggiunto telefonicamente una sera di febbraio 2015. «Un giorno lui passò al noleggio video dove lavorava mia madre a Brookland Stand indossando una maglietta degli Econochrist. Non vedevi molta gente indossare cose del genere da quelle parti. Così ho attaccato bottone con lui. Eravamo entrambi bassisti e abbiamo deciso di far musica assieme. Poi è arrivato Green. Aveva 13 anni quando l’ho conosciuto e anche lui viveva fuori città. Abbiamo iniziato a disegnare quest’idea di band e deciso che io sarei dovuto passare alla chitarra. All’epoca c’erano circa 150 ragazzi che vivevano in quei sobborghi che facevano il punk rock che facevamo noi».

I trascorsi di Brock sono cruciali per comprendere gli sviluppi e le tematiche della band negli anni a venire. Negli anni ’80, tra i vari spostamenti della madre, si conta anche un periodo nell’Oregon dove il ragazzo è costretto a frequentare comuni hippie e, in particoare, la setta Grace Gospel Church, esperienza che radica in lui una profonda diffidenza verso la religione, a cui s’aggiungeranno, strada facendo, anche quelle per la scienza e le multinazionali. Arrivato a Issaquah all’età di 11 anni, trascorre un’adolescenza tutto sommato tranquilla, nonostante i continui allagamenti della abitazione di famiglia e un tempo scolastico occupato perlopiù a casa. Quando la madre si trasferisce nella casa-camper del suo futuro marito, Brock decide di rimanere nell’abitazione da solo (salvo qualche ospitata nello scantinato di un amico) per poi prendere residenza nello Shed, un capannone che funge anche da prima base e sala prove per la band. Quando nascono i Modest Mouse Brock ha 17 anni e due anni prima ha lasciato la High School. Viene da un turbolento anno dove riesce a diplomarsi mentre contemporaneamente fa spola tra D.C e l’East Village di New York (dove risiede la sua fidanzata) grazie ai soldi guadagnati con i lavori di fortuna.

La band incide un paio di cassette prima di firmare un contratto discografico, ovvero Uncle Bunny Faces’ Useless Anology Involving Distance, Freight Trains, And Half Ripe Limes (It Doesn’t Matter, Limes Are Sour Either Way) e Tube-Fruit, All Smiles And Chocolate, a cui seguono A Mouthful Of Lost Thoughts e Sad Sappy Sucker (Chokin’ On A Mouthful Of Lost Thoughts) nel 1994, con quest’ultima che in verità era destinata a diventare un album (e vedrà la luce soltanto nel 2001).

Dei Modest Mouse si accorge per primo Calvin Johnson della K Records, che nel 1994, ai suoi Dub Narcotic Studios, incide il 7” di sei brani Blue Cadet-3, Do You Connect? (materiale che poi finirà nella versione ufficiale di Sad Sappy Sucker). A ruota segue un singolo, Broke, registrato da Seasick Steve (Steve Wold) ai Moon Studios di Olympia per Sub Pop, che verrà poi incluso nell’album di rarità Building Nothing Out of Something. Problemi legati al continuo slittamento nella pubblicazione di Sad Sappy Sucker porteranno la band a spostarsi sulla neonata etichetta Up Records di Chris Takino e Rich Jensen, il cui ufficio è giusto un paio di piani sotto quello della sede storica della Sub Pop. La label è la stessa che pubblicherà, sempre nel 1994, There’s Nothing Wrong With Love dei Built To Spill.

«Doug Martsch era nei Treepeople, probabilmente la migliore – e più sottovalutata – band che Seattle abbia mai avuto a quel tempo, e nei Built To Spill, altra band che considero tra le mie influenze principali assieme a David Byrne, Frank Black e una band chiamata Pitchfork».

L’esordio sulla lunga distanza dei Modest Mouse è dell’anno successivo, This Is a Long Drive For Someone With Nothing to Think About, un disco, prodotto sempre dal bluesman Seasick Steve, caratterizzato da un mood solitario, agreste, strattonato alla bisogna dagli sporadici strappi emozionali di Brock. I testi, ampiamente autobiografici, parlano di viaggi e disillusione in un linguaggio sonico adolescenziale, slabbrato, ma per nulla sbadato nei gestire spazi, ritmiche e arpeggi. Merito dell’affiatamento dei tre: Brock può espettorare e trattenere una poetica tanto dolce quanto feroce che colpisce fin dalle note dell’opener Dramamine. Accompagnato dal flessibile ma serrato drumming di Green, e dal basso fluido di Judy, il ragazzo colpisce innanzitutto per la sua capacità di passare con identica spontaneità da registri delicati per voce e arpeggi con la sua Westone Corsair XA1420, a partiture più energiche (da lì gli accostamenti della stampa con i Pixies). Attraverso il suo spontaneo songwriting di provincia, si scopre una nuova angolazione dalla quale osservare una generazione disillusa dal sogno americano.

Il sound dei Modest Mouse, ben calato nel tessuto sonico degli stati americani del Nord-Ovest, è decisamente più vicino a D.C come attitudine (Dischord, Ian MacKaye, Fugazi fino alla più sperimentale scena di Olympia) rispetto alla più quadrata scena di Seattle, eppure in bilico tra le due città. Gli arrangiamenti masticano l’inquieto intimismo post-hc dei quegli anni (vedi anche gli Slint) ma fanno quadrato attorno ad una febbrile emotività à la Rites Of Spring o Pitchfork, tuttavia stemperata degli spigoli sul versante dei Treepeople prima e dei Built To Spill poi. A livello di riferimenti di perimetro esterno, c’è gente come Dinosaur Jr, Pavement e Frank Black dei Pixies, ma la band è soprattutto il veicolo di un songwriter con la chitarra che, come il Kurt Cobain dei Nirvana, ha un gran bagaglio di ascolti, rabbia da vendere e molto da dire ed esprimere in un modo assolutamente originale (Mark Kozelek dirà di lui: «Brock mi ha insegnato che non ci sono regole nel songwriting»).

Se il primo disco è una sorta di indispensabile introduzione alla poetica della band, il vero breakthrough del trio arriva nel 1997, con un secondo album, The Lonesome Crowded West, più compatto e robusto. Prodotto Calvin Johnson, lo stesso Brock, Scott Swayze e da Phil Ek (in soli tre brani), il disco, il cui tema principale riguarda il mutamento (materializzatosi nella costruzione massiccia dei centri commerciali, nel cambiamento delle abitudini delle persone e dei rapporti interpersonali), verrà considerato da molta stampa specializzata americana come uno dei migliori dischi degli anni ’90 e, a posteriori, in pieno revivalismo, come uno degli ultimi gloriosi momenti vissuti dalla generazione pre-internet. Di fatto, le sue 15 canzoni influenzeranno decine di band a venire (Wolf Parade, il caso più emblematico) imponendo un nuovo format per quanto riguarda l’articolazione delle emozioni su basi indie-rock.

«In quel disco ho voluto mettere a fuoco tutto ciò che girava attorno a me in quel tempo. Ero io che mi confrontavo con questo grande tema della globalizzazione in lungo e largo. L’album – si sente – è stato composto in una specifica area geografica ma ciò che ho cercato di fare era usarla come esempio di ciò che stava cambiando nel mondo e del fatto che non mi sembrava una cosa buona».

Con un titolo rubato a Blade Runner, che fa pandant con alcune forti correnti del cambio decennio (vedi il Ágætis byrjun dei Sigur Rós prima e il Kid A dei Radiohead dopo), The Moon & Antarctica, pubblicato il 13 giugno del 2000 dopo 5 mesi di session ai Clava Studios di Chicago, è l’album successivo e un ulteriore, epocale, passaggio per la band. Grazie agli amici Built To Spill, ad aprire la strada con l’avventuroso Perfect from Now On, pubblicato da Warner tre anni prima, i Modest Mouse su Epic sono chiamati a loro volta a siglare un altro importante capitolo nell’evoluzione (anche emancipazione) dell’indie rock, genere che nel frattempo ha superato abbondantemente i confini delle scene locali statunitensi entrando nelle mire delle major con il malcontento di non pochi fan della prima ora.

Con l’aiuto di Brian Deck dei Califone / Red Red Meat alla produzione, Brock e co. si apprestano così ad aprire il nuovo decennio con lo stesso impatto che ebbero nel precedente con The Lonesome Crowded West. Utilizzeranno sporadici ritmi in levare e cadenze disco che faranno gridare allo scandalo i puristi, ma il grosso del disco si reggerà sulle sonorità che da sempre costituiscono il DNA della band soltanto mutuate su un nuovo set di soluzioni arrangiative spesso per nulla facili o scontate. D’altro canto il songwriting autobiografico/filosofico di Brock è al massimo della forma, sia sul fronte dell’hit making che su quello della profondità della scrittura, quadrando un cerchio su un disco che soltanto negli anni successivi troverà una sua collocazione tra i classici, al riparo cioé da oziosi dibattiti sul sell out della band (anche in risposta alla concessione del brano Gravity Rides Everything per una pubblicità della Nissan per il minivan Quest).

«Uno dei fattori chiave che ha influenzato il sound del disco è stato che nelle due settimane di session a Chicago, ragazzi del vicinato mi hanno rotto la mandibola senza apparente ragione, se non che non ero uno dei residenti del quartiere. Ho avuto la mascella fasciata per due mesi, che ho trascorso a nascondermi nello studio mentre il resto della band era tornata a casa. Quei ragazzi avevano circondato l’edificio e volevamo uccidermi. Ero terrorizzato… …Brian Deck mi ha ricordato, durante le session di Strangers To Ourselves, di avermi lasciato li per due mesi e di avermi ritrovato con il disco finito».

Nel 2001, dopo il grande successo riscosso dal disco, viene pubblicato l’EP Everywhere and His Nasty Parlour Tricks, una collezione di outtake incise durante quelle session ma di fatto escluse dall’album definitivo più le tracce dell’EP Night on the Sun (pubblicato nel 1999 per il solo mercato giapponese e poi ristampato in vinile l’anno successivo per il mercato statunitense e britannico) contenente i demo che la band presentò alla Epic prima della firma del contratto. Il disco cattura la polpa del Modest Mouse sound, in bilico tra passato e futuro.

Il passo successivo per la band è Good News for People Who Love Bad News, un nuovo capitolo nell’evoluzione della band. Durante la gestazione del disco Green lascia il gruppo (al suo posto entrerà Benjamin Weikel), mentre la band riguadagna il suo storico quarto membro aggiunto, ovvero il chitarrista (anche organista) Dann Gallucci. Quello che viene registrato ai Sweet Tea Studio ad Oxford, e ai Easley Recording a Memphis dal settembre all’ottobre 2003 sotto la produzione di Dennis Herring è un disco meno avventuroso del precedente, con le chitarre suonate anche con l’e-bow, dunque un disco in parte più rifinito, anestetizzato a livello di suoni e arrangiamenti, anche bucolico, eppure ancora una volta un nuovo potente affondo, sia a livello di fascino evocativo delle trame, sia a livello di scrittura dei pezzi. La parte più energica del suono Modest Mouse non manca ed esplora territori inediti quali le waitsiane Dance Hall e The Devil’s Workday (dove è evidente l’impronta del Memphis sound); infine, da segnalare c’è la presenza dei Flaming Lips nella traccia conclusiva, The Good Times Are Killing Me, di un brano dedicato a Charles Bukowski, oltre a un classico come Float On.

Sempre del 2004 è Baron von Bullshit Rides Again, un live bootleg album registrato al Social di Orlando, in Florida tra il 14 e il 15 febbraio 2004 e inizialmente distribuito gratuitamente su internet.

Il seguito di Good News… arriva tre anni più tardi – nel 2007 – ed è l’album di maggior successo della formazione. Pensato come un concept album a tema nautico dove l’equipaggio della fittiza nave muore al termine di ogni canzone, We Were Dead Before the Ship Even Sank è il solo disco ad annoverare Johnny Marr (ex Smiths) alla chitarra e a raggiungere il primo posto nella classifica album di Billboard. Alla produzione ritroviamo Herring, che ha seguito la band per la seconda volta consecuitiva ai Sweet Tea Studio, mentre in organico è tornato lo storico batterista Jeremiah Green, per un album decisamente funky e uptempo che si avvale dell’aiuto di un altro ospite di lusso, James Mercer degli The Shins (ai cori nelle tracce We’ve Got Everything, Missed The Boat e Florida) e di una serie di trovate ritmico melodiche che non possono che richiamare alla mente gli Smiths e la sapienza del chitarrista britannico.

Finito il tour di We Were Dead…, per un nuovo album dei Modest Mouse bisognerà aspettare otto anni, intervallati da una nuova serie di date live  (che vengono annullate in corsa proprio per esigenze di session), l’allestimento di un nuovo studio, la produzione di due band da parte di Brock, la cura della sua label (Glacial Pace) e di due colonne sonore (il documentario 80 Degrees South: Conquerors of the Useless Soundtrack del 2010), e l’avvicendamento di vari produttori tra cui lo stesso Brock, l’amico e ingegnere del suono Clay Jones e accreditati produttori come Brian Deck, Tucker Martine e Andrew Weiss.

«Tecnicamente le session sono iniziate tre anni fa [nel 2012]. Abbiamo registrato per un totale di due anni e mezzo lavorandoci – quando ci lavoravamo e non eravamo fuori a bere con lo staff – per 14 ore al giorno», racconta Brock, raggiunto al telefono a casa sua, a Portland. «Lavoravamo con produttori che avevano a disposizione un periodo limitato di tempo e non avevano idea di quanto lungo sarebbe stato il disco… …Clay era troppo meticoloso, così abbiamo chiamato Brian Deck e ci raccontavamo [questa balla] che in tre mesi avremmo fatto tutto… …finito questo periodo Deck ha dovuto mollare per sopraggiunti impegni suoi e a quel punto siamo andati in tour, tour che abbiamo cancellato dicendoci che in 6 settimane avremmo finito il disco (raccontandoci dunque una doppia balla)… …a quel punto è arrivato Tucker Martine che è stato di grande aiuto. Doveva darci qualche consiglio per un paio di giorni ma si è poi fermato tre mesi, finiti i quali sono dovuto rientrare io come producer, ruolo dal quale sono entrato e uscito durante l’intero processo… …dunque mancavano ancora 5 canzoni che volevo registrare e nessuno le voleva produrre, così è arrivato uno bravo come Andrew Weiss, il tipo dei Ween ma anche il produttore dei Butthole Surfers, Boredoms e molti altri… …mettici che ci sono voluti altri tre mesi di lavoro con Matt Clark [che mi aveva già aiutato per Good News] per la copertina e la scelta del titolo e puoi capire come possa volare il tempo. Mi stresso molto a pensare ai titoli degli album e a queste cose. Ma davvero tanto».

Strangers To Ourselves esce finalmente il 17 marzo 2015. In formazione troviamo: turnisti e membri di lungo corso della band come Dann Gallucci e Jeremiah Green, componenti meno storici (Tom Peloso, che è entrato ai tempi di Good News, e Jim Fairchild, chitarrista dei Grandaddy, entrato e uscito dalla formazione dal 2006) e un ingresso recente (Lisa Molinaro, cori, armonica e viola), ma non il bassista che ha accompagnato la band fin dagli esordi, Eric Judy (che ha mollato la band all’inizio delle recording session). Similmente a Good News… e differentemente dal pimpante mood di We Were Dead…, l’album sceglie un mix di umori, situazioni e arrangiamenti per esprimere il concetto/tema unificante del suo titolo. Da una parte ci sono canzoni più d’atmosfera à la Moon & Antarctica come Of Course We Know (ispirata dagli avvistamenti UFO noti come Phoenix Lights) o ballad agrodolci come Coyote, scritta sei anni prima, e ispirata a uno short film girato da Matt Clark (poi videoclip); dall’altra troviamo le classiche cavalcate dei Modest Mouse con Brock, affabulatorio e nel tipico registro impastato, ad alternare narrazione e riff chitarristici a presa rapida, magari stemperando sulle strofe e calcando la mano sugli altrettanto riconoscibili ritornelli. Lampshades On Fire, il brano che li ha rilanciati per primo ai soliti consueti, alti, livelli, è un ottimo testimone di quanto la stratificazione arrangiativa di cui un brano dei Modest Mouse può vantare possa convivere dentro a una energica griglia indie-rock, mentre The Ground Walks, with Time in a Box è un altro classico esempio di ballabile sul versante à la David Byrne della produzione del nostro. Non mancano neanche i fuori programma e i tiri più avant – dove il nome da spendere è quello di Waits – come accade in una Pistol ispirata tanto dalla vicenda di Andrew Cunanan quanto alla serie televisiva Miami Vice.

In tanta varietà e soluzioni di arrangiamento Strangers To Ourselves potrebbe essere considerato un best of della produzione su major della band, ma anche come l’ennesima infornata di qualità, con almeno una mezza dozzina di pezzi da antologia a raccontare di una vena creativa che non ha sofferto la lunga gestazione.

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