I Would Tell You Many Things. Intervista a Go Dugong

Un periodo davvero impegnativo per Giulio Fonseca, in arte Go Dugong. Due album pubblicati nel giro di pochi mesi, tante date live in giro per il Paese – tra cui l’atteso show al Better Days Festival di Milano tra pochi giorni assieme a Kode9, Aucan e Clap! Clap! – e una buona risposta da parte di pubblico e critica ne fanno uno dei producer più apprezzati del giro hip hop e afro-futuristico italiano. Si parte a febbraio 2015 con la pubblicazione dell’album di debutto A Love Explosion, un quadretto pastellato dall’intenso sapore retrò, immerso in beat profondi regolati da campionamenti in bianco e nero provenienti dall’immaginario ’60-’70, quasi avessimo tra le mani una folktronica in chiave 2.0. Passano pochi mesi, ed è il turno del secondo disco sulla lunga distanza, Novanta, che vira verso tutt’altra direzione, concentrandosi su ritmi e sound esotici ed etnici che descrivono uno spaccato importante della metropoli milanese, raccontata attraverso la metafora della famosa linea di bus che dà il nome all’opera.

Così una sera, dopo cena, mentre il producer è ad una mostra in città, lo abbiamo contattato via Skype per farci raccontare il suo percorso passato e le traiettorie future. Lo abbiamo interrogato sullo stato di forma della scena musicale (la classica domanda da giornalisti), sul ruolo del digitale (altro must) e su tante altre cose, comprese alcune riflessioni sulla morte di David Bowie. Fonseca è un tipo cordiale e gentile, che pondera le risposte con cautela concedendosi ampi respiri; al momento di prendere la telefonata si allontana rapidamente dal luogo dell’evento e attacca a parlare, come un vero fiume in piena.

Partiamo dall’inizio, per dare una panoramica sui tuoi primi passi nel mondo della musica. Come nasce il progetto Go Dugong?

Il progetto nasce nel 2011, e le prime cose escono nel 2012. Prima facevo parte di una band di nome Kobenhavn Store e suonavo musica a metà tra indie e post-rock, quindi completamente diversa rispetto a ciò che faccio adesso. A dir la verità inizialmente si trattava di un mio progetto solista, che era più sul glitch-hop, successivamente si è allargato ad altri elementi come chitarra, voce, batteria percussioni, ecc., per poi diventare una band in toto, abbracciando una musica più suonata. C’è stato però un momento in cui le cose con questa band, a livello artistico, non andavano più bene, e così ho deciso di prendermi una pausa e di tornare all’elettronica con cui avevo cominciato a muovere i primi passi nel mondo della musica. Il tutto con un nuovo nome, che è appunto Go Dugong. Ho dovuto ricominciare tutto da capo perché le tecnologie erano cambiate nel corso degli anni: ho iniziato a fare elettronica quando avevo 16 anni, con l’AMIGA 500, per poi ritrovarmi di colpo con strumenti tipo Ableton, controller, e tante cose in più che ti facilitano la vita. Approfittando quindi di queste nuovo tecnologie, ho ripreso in mano la situazione. Inizialmente ho fatto quello che mi veniva, con l’idea di fondo di riprodurre atmosfere sottomarine e beat molto filtrati; per questo ho scelto il nome di un animale marino, mettendo il “Go” davanti, che mi ricordava il suono di una percussione. Go Dugong infatti mi suonava molto onomatopeico. Visto il tipo di sound, sono stato subito etichettato come chill wave e seapunk, tag sviluppatesi con la rinascita dell’elettronica che abbiamo avuto in questi ultimi anni. Ho sempre evitato di seguire la moda, tanto che ho iniziato il progetto Go Dugong quando il genere seapunk non l’avevo ancora mai sentito nominare, ritrovandomici dentro un po’ per caso – e forse neanche c’entra tanto con ciò che facevo allora. Nel 2012 ho messo assieme il primo EP White Sun, uscito con un’etichetta ceca di nome AMDISCS. Dopodiché sono iniziati i primi live set, e nel frattempo ho continuato sempre a cercare nuove cose, e il mio stile si è molto evoluto distaccandosi dal materiale iniziale. In più ho ampliato i miei contatti andando anche all’estero e conoscendo altre realtà, tra cui una molto importante come Sun Glitters, con cui ho collaborato diverse volte: grazie a lui e Slow Magic ho conosciuto l’etichetta portoghese LebensStrasse – ormai defunta; loro pubblicarono un mio 7” che feci in collaborazione con Life & Limb, vecchio progetto di Populous. Successivamente sono arrivate tante altre cose: remix, date, un altro EP uscito a sorpresa nel periodo natalizio del 2013 (Was, ndSA), e da allora ho iniziato a lavorare sulla mia musica attuale.

Raccontaci la genesi dell’album A Love Explosion

Ero a Firenze, dove avevo concluso nel Natale del 2014 i missaggi di Novanta, che avevo pensato di far uscire da lì a breve. Ho incontrato però una persona che ha ispirato un altro disco (A Love Explosion). In quel periodo…è un po’ difficile da raccontare ‘sta cosa (sorride, ndSA)…diciamo che ho sentito la necessità di raccontare e tradurre in musica quella che è la prima fase dell’innamoramento, che personalmente ho accostato molto a un’esperienza psichedelica. Per cui mi sono chiuso in casa per due settimane, registrando il disco ispiratissimo da quel determinato tipo di emozione che provavo in quel momento, sentendo la necessità di far uscire subito l’album, dopo neanche un mese. Tutto questo perché volevo che arrivasse a quella persona, con cui sto attualmente da circa un anno. Quindi è andata bene, anche se non penso sia stato merito dell’album (ride, ndSA). È stata una cosa molto grossa, ma il discorso era: ‘se va male, ho un disco. Se la cosa va bene, bellissimo tutto!’. Inoltre mi faceva piacere far uscire prima l’album, perché in quel momento particolare stavano venendo fuori i vari Populous, Clap! Clap! e DJ Khalab, che pur facendo roba abbastanza diversa dalla mia, attingono dalle mie stesse fonti. C’era stato un boom per queste sonorità un po’ etniche e, anche se in prima persona ci stavo lavorando da tanto tempo, avevo un po’ paura che venisse recepito come un ‘ok, seguiamo l’ondata’ e quindi come una certa mancanza di personalità. Per cui ho deciso di accantonare momentaneamente Novanta per farlo riposare un po’ – anche perché ne avevo le orecchie sature – facendo invece uscire A Love Explosion, che si discostava totalmente da ciò che stava uscendo in questo momento in Italia.

Buona parte dello scheletro delle tue opere si basa su una grande e variegata quantità di campionamenti: quando inizi a lavorare su un disco conosci già il materiale esterno che maneggerai o trovi sample in maniera casuale con il procedere della produzione?

C’è una ricerca primaria durante la quale scelgo il materiale da cui attingere, recuperando tutto ciò di cui necessito. Poi c’è la fase d’ascolto, in cui passo sul PC tutto ciò che mi interessa e inizio a lavorare così sui singoli pezzi. Mi creo grandi archivi di sample e successivamente comincio a comporre. Poi è normale, magari strada facendo ascolti un pezzo mai sentito e ti viene l’ispirazione. In generale non c’è una regola fissa, ma di solito questi sono i miei passi.

Il titolo del nuovo album fa riferimento alla linea 90 di Milano, descritta in numerosi articoli come caotica e a tratti violenta, mentre tu la utilizzi come metafora di festosità e multiculturalità: parliamo di un paradosso o si tratta del rovescio della medaglia?

La Linea 90 la vedo come un contenitore in cui vi sono numerose realtà provenienti da diverse parti del mondo con culture e tradizioni differenti, costrette a convivere all’interno di un bus che fa il giro di Milano. Per cui, dato che il succo del disco è rappresentare la metropoli come un melting pot, la linea 90 mi sembra appunto una metafora e un simbolo perfetto per descrivere questo tipo di mood. L’obiettivo del disco era anche quello di far convivere armonicamente all’interno di ogni singolo pezzo diverse influenze e musiche provenienti da culture differenti. Un po’ come se fosse un sogno, in cui le persone e le diverse popolazioni convivono bene assieme. Volevo dare questo messaggio, preferendo atmosfere più festose e positive, piuttosto che raccontare la vita dura e difficile nella metropoli. Spero di essere riuscito a farmi capire.

Nelle nostre recensioni si fa riferimento al breve minutaggio dei tuoi lavori, una caratteristica che a nostro avviso conferisce compattezza ed elimina eventuali dispersioni nella trama dei dischi: è una precisa scelta artistica? Allo stesso modo, parlando sempre di brevità, qual è la motivazione dietro alla pubblicazione di due album nel giro di pochi mesi, indipendentemente dal fatto che A Love Explosion è nato all’improvviso quando Novanta era già pronto?

Per quanto riguarda il minutaggio, non si tratta assolutamente di una scelta artistica, anche se personalmente mi annoiano un po’ i dischi lunghi, quelli con i pezzi riempitivo messi là per far numero. Ecco, quelli tendo ad eliminarli tutti, e se intendi questa come scelta artistica, allora sì, sono stati scartati molti pezzi da Novanta. In A Love Explosion invece li ho messi tutti. Quando non hai più nulla da dire è inutile dilungarsi, e quindi credo che sia necessario essere coincisi e diretti. Per quanto riguarda l’uscita di due dischi in un anno, come detto prima, è stata un’esigenza. A Love Explosion doveva arrivare subito a quella persona e non mi interessava di tutto il resto, neanche del fatto che non ci fosse tempo sufficente per effettuare una promozione adeguata; Novanta invece era pronto da un po’ e non volevo tenerlo fermo ancora, perché avrebbe perso freschezza, e anch’io lo avrei suonato con un po’ di noia e senza l’entusiasmo con cui lo sto portando in giro ora.

Ovviamente i due album nascono da dinamiche e sentimenti differenti, quindi immagino che sia complicato per te fare un paragone obiettivo, se ti chiedessi di scegliere il tuo disco preferito. A livello di composizione e tecnica qual è tra i due quello che ha richiesto più impegno?

Beh, assolutamente Novanta. È un collage certosino pieno zeppo di piccoli frammenti di sample, e anche la fase di ricerca è durata di più, perché venivo da una cosa completamente diversa e quindi ho dovuto capire come suonare questo disco e quale direzione fargli prendere. In A Love Explosion invece è stato tutto più diretto e di pancia. In più, tante cose già le conoscevo, ovvero tutta la roba italiana anni ’60-’70, con sample meno lavorati rispetto a Novanta e molto più riconoscibili e lunghi. In Novanta si fa molta più fatica a riconoscere i campionamenti.

In un recente articolo, il Guardian parla di una fiorente scena italiana elettronica, con Daniele Mana/Vaghe Stelle che si riferisce a quest’ultima parlando di “attitudine”. Sei d’accordo? Trovi precisi motivi di fondo in merito ai problemi d’esportazione del modello italiano all’estero?

Bah, per quanto riguarda l’attitudine, non te lo so dire. Penso che ognuno ne abbia una, senza stare a generalizzare. Ci sono grossi problemi di fondo, sicuramente: l’Italia è un Paese chiuso in se stesso, in cui gli addetti ai lavori operano con band italiane, e solo sul nostro territorio. Ci sono pochissime realtà che prendono gli artisti italiani e cercano di farli conoscere all’estero, o magari, al contrario, prendono artisti dall’estero per farli conoscere in Italia. Parlo principalmente di etichette e agenzie di management, booking, ecc… Poi è ovvio che gli artisti stranieri vengono da noi a suonare e sono ben trattati, mettiamola così. Io, da artista italiano che lavora con la musica, faccio veramente fatica, perché non riesco a trovare nessuno che riesca ad aiutarmi concretamente a esportare non solo la mia musica, ma anche quella degli altri. Per lavorare con altre realtà presenti al di fuori dei nostri confini noi dobbiamo mandare fuori la nostra roba e sperare di avere tanta fortuna che qualcuno ci ascolti. Ci proviamo, ma all’estero poi vai a confrontarti con realtà e ambienti già saturi, dove trovi scene fiorenti che influenzano mezzo mondo. Per cui, quando arriva la nostra musica lì, è difficilissimo farsi ascoltare. Si fa molta fatica, e la leggenda che in questo campo sono molto importanti i rapporti umani – tipo a Londra dove di certe cose si parla davanti una birra al pub – purtroppo è vera. Gli addetti ai lavori italiani dovrebbero andare all’estero, farsi un’esperienza e conoscere direttamente queste persone, e se poi pensano che in Italia si possano trovare progetti importanti, provare ad investire. Però sai, la musica qua forse non è neanche recepita come un lavoro vero, in bilico tra l’amatorialità e la professionalità, e quindi spesso anche gli addetti ai lavori non vengono pagati, con etichette che spesso non guadagnano, anzi ci perdono. Secondo me, se iniziassimo a guardare al di fuori della nostra nazione, potremmo cercare di aumentare il pubblico a disposizione, perché quello italiano è molto limitato, sia culturalmente che numericamente. È indispensabile, a meno che non si voglia affossare tutto ciò che di bello si è creato in questi anni. Anche perché rispetto a qualche tempo fa, oggi è meno difficile viaggiare, andare ai concerti, conoscere le persone giuste che possono darti una mano.

ph: Piotr Niepsuj

ph: Piotr Niepsuj

Qual è la tua opinione sui servizi streaming (Spotify, ecc.) odierni?

Non mi piacciono, non li uso. Non mi piace ascoltare musica su internet e sono anti-web (sorride, ndSA)… da ascoltatore ovviamente, in quanto sono anche totalmente a favore del web per la facilità con cui permette di diffondere informazioni e di reperirle. Quindi per me, che faccio molta ricerca per la mia musica, il web è fondamentale. Per produrre le mie cose non attingo solo dai dischi che compro, ma anche dalla rete, però non amo ascoltare musica da Spotify, YouTube, ecc… Se devo ascoltare bene, preferisco comprarmi il disco e godermelo a casa. Poi se parliamo del fatto che questi servizi pagano poco o nulla gli artisti, devo dire che non mi interessa, dato che ho fatto uscire la mia musica gratuitamente. La musica mi piace ascoltarla in modo diverso, su due belle casse, avere il supporto fisico, leggermi chi ha lavorato al disco, guardare le grafiche ed esplorare tutto il lavoro che c’è dietro a un album. Io infatti ascolto pochissima musica, e oltre a quella che sento per ricerca personale, per il resto ascolto quei tre dischi all’anno, ma con la massima attenzione.

Sempre parlando del ruolo del digitale, anche la dimensione del djing – nell’era di software come Traktor – sembra prendere strade completamente nuove rispetto al passato. Evoluzione positiva o negativa?

Come detto nel discorso precedente sul digitale, preferisco prendere il disco, scartarlo e metterlo su. L’idea di suonare materiale scaricato da internet, tutto in digitale, non mi fa impazzire. In realtà ci sono bravi dj che usano Traktor e fanno divertire e ballare la gente, ma se devo scegliere, mi diverto di più a fare dj set in un’altra maniera, ovvero “alla vecchia”, con due piatti e i vinili. Poi ovvio, non critico chi usa Traktor o i controller: in varie serate ho visto dj suonare con questi strumenti e mi sono divertito. Guardo molto alla selezione, e non voglio rompere le palle o chiedermi se abbiano preso questi pezzi da internet o se li abbiano reperiti nei mercatini, non importa. Se una selezione è bella, è bella. Poi da dj… tra virgolette, non posso neanche definirmi tale… da uno che ogni tanto fa dj set, ti posso dire che mi diverto di più a farlo in un altro modo.

Qualcuno vede nello sviluppo di certi software un modo per avvicinare molta più gente a certe pratiche, data la difficoltà di utilizzo dell’analogico…

Certamente, ma è proprio lì che torna l’attitudine. È ovvio che chi fa il dj per “poserismo”, ne fa un uso sbagliato, e le persone sono avvantaggiate perché in un niente possono imparare. Ma li scopri subito. Per chi invece è veramente appassionato di musica e magari non ha mezzi o capacità per fare un dj set “alla vecchia”, e non ha neanche il tempo di mettersi a imparare tutto quanto, certi software possono essere davvero utili per esprimersi e condividere con gli altri i propri ascolti e la propria ricerca.

Qual è la tua opinione sulla scena hip hop italiana?

È una domanda molto difficile… sono parecchio al di fuori della scena che citi, e mi è difficile al momento darti un giudizio. Le cose che sento, difficilmente mi piacciono, ma ascolto quello che mi arriva indirettamente, non è che mi metto a cercare l’hip hop italiano nuovo. Tuttavia c’è un sottobosco di gente – che un mio amico chiamerebbe “i talebani dell’hip hop” – che si discosta dal tipo di produzioni che vanno adesso, e punta sulla tecnica e sul saper scrivere bene, raccontare storie diverse dai soliti contenuti dell’hip hop “che vende”. Ho vissuto tutta l’ondata dell’hip hop anni ’90 perché c’ero dentro fino al collo, ero un writer e grazie ai graffiti in quegli anni ho girato tutte le Jam possibili: la musica che ascoltavi era diversa, divertente e con un’attitudine diversa, e a parte Articolo 31 e Sottotono, per la gente il resto non esisteva. Se devo ascoltarmi hip hop italiano, mi rivolgo a quell’epoca…

Forse la più fiorente, con i vari Colle Der Fomento, Sangue Misto, ecc…

Esattamente. Non mi affido di certo a… dai non farmi fare nomi (ride, ndSA). Quindi, ecco, quello che mi arriva non mi piace, ma la mia ricerca non si basa su quello. Per Novanta, ad esempio, mi sono focalizzato sull’hip hop brasiliano e turco, cercando anche qualcosa sul rap cinese, e non riuscendo purtroppo a quagliare collaborazioni. Se dovessi fare una cosa per l’hip hop italiano, mi metterei ad ascoltare cose nuove per capire come funziona, ma per ora non ne ho avuto modo e non l’ho preso in considerazione.

Quali sono gli artisti da cui trai più ispirazione e che hanno dato vita alla tua ossatura artistica?

Come attitudine, forse i Beach Boys, Brian Wilson, i Beatles, la psichedelia anni ’60. Per quanto riguarda il modo di concepire la musica di Brian Wilson, non riesco nemmeno a trovare le parole: è completamente fuori di testa, geniale ed innovativo per quell’epoca, quindi lui l’ho sempre preso come un modello di riferimento. Un altro artista che mi ha ispirato tantissimo in passato è stato Damon Albarn: mi ha completamente spiazzato; quando ho capito cosa stesse facendo con i Gorillaz, non potevo crederci. Mi ha influenzato molto, lui ha messo insieme tante cose in un unico progetto, un po’ come ho fatto io in Novanta. Quindi le ispirazioni sono quelle, anche se poi ovviamente c’è quel particolare artista che fa musica elettronica che può piacermi di più.

Si è concluso un nuovo anno, con le ultime settimane dedicate soprattutto a liste e classifiche dei migliori lavori dell’annata. Qual è l’opera del 2015 che ti ha colpito di più?

Oddio… Non lo so… (ride, ndSA)… Cioè, ho ascoltato qualcosa, ma niente che mi abbia sconvolto la vita, sono sincero. Poi ecco, non vorrei che qualcuno interpretasse male questa cosa, quindi cerco di chiarire: per lavoro tocca dividermi tra la musica e la grafica pubblicitaria (ho uno studio di comunicazione a Piacenza), quindi è molto difficile organizzare il mio tempo. Una delle cose che mi piace fare di più in musica è la ricerca, che si basa principalmente sulle cose vecchie e poco sulle nuove. Anzi, queste ultime cerco di ascoltarle il meno possibile per non essere influenzato; per questo non mi trovo quasi mai ad avere a che fare con i dischi di oggi, ma non perché non voglio farlo, bensì per mancanza di tempo. O scelgo di fare musica con questo approccio, oppure smetto, tenendomi l’altro lavoro da pubblicitario e ascoltandomi tutti i dischi nuovi. Tutto non riesco a fare. Prima riuscivo meglio, avendo molto più tempo a disposizione… e poi esce così tanta roba che è quasi impossibile. O ascolto qualcosa che mi colpisce e mi folgora, e…. anzi no, aspetta, forse mi è venuto in mente adesso uno dei pochi dischi che ho ascoltato quest’anno e che mi è piaciuto tantissimo, cioè Currents dei Tame Impala.

Nei tuoi piani c’è un terzo album. Puoi darci qualche indizio al riguardo?

Si, ho già iniziato le registrazioni e posso dirti che l’input è nato da un viaggio in Giappone, a Tokyo. Mi sono ritrovato in questa metropoli incasinatissima, super rumorosa e piena di stimoli visivi che mi hanno fatto dire “basta, non ne posso più”. Mi è venuta improvvisamente voglia di natura e di riscoprire i suoi suoni, e quindi il disco ne è fortemente influenzato. Ovviamente non sono né il primo né l’ultimo a fare un concept album su questo tema, ma lo lavorerò a modo mio: al momento è molto tribale e ipnotico; è stato definito da chi l’ha ascoltato come post rave, roba che ti ascolti alle 4-5 del mattino.

Gli ultimi giorni sono stati particolarmente toccanti per il mondo della musica – e non solo – a causa della morte improvvisa di David Bowie. Hai qualche aneddoto, pensiero o ricordo del tuo rapporto con la sua musica?

Sì, però sono molto personali e non mi va di raccontarli all’interno di un’intervista, scusami… (Fonseca smette di parlare per qualche secondo, ndSA). La morte di David Bowie l’ho presa veramente male, anche se non ho scritto niente, se si esclude un piccolo post veloce sul mio profilo. Ha fatto quello che doveva fare ed è tornato da dove era venuto.

Hai già ascoltato Blackstar?

Sì. È una bomba. David ha fatto un disco pazzesco, conoscendo anche tutto il suo percorso e le mille facce che ha avuto, i personaggi che ha rappresentato. Poi sapendo anche come l’ha fatto uscire, il contesto in cui l’ha pubblicato… non si limita ad essere solo un album, è qualcosa di più. Il disco l’ho ascoltato il giorno prima che venisse annunciata la notizia della sua scomparsa, ed ho subito capito che era un album assurdo. Poi è successo quello che è successo, e mi sono tornate in mente cose del disco che avevo sentito. In Blackstar avevo già percepito qualcosa, un’emozione legata in qualche modo alla morte. Anche dal video [Lazarus, ndSA] si percepisce, ma nessuno avrebbe mai potuto immaginare che tutto sarebbe stato così vero.

25 Gennaio 2016
25 Gennaio 2016
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