That rhythm. Not in a resonant way. Intervista a Om Unit
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Edoardo Bridda
- 8 Ottobre 2014
Om unit, ovvero Jim Coles, è uno con le idee chiare e l’accento pulito. Lo comprendi da subito, quando te lo trovi davanti. Ha i piedi piantati per terra, coerenza e curiosità. Non si vergogna di raccontarti delle sue serate epifania e di come stanno alcune cose con un piglio che va oltre il “secondo lui”. E’ un londinese doc, ma, dall’alto del suo metroenovanta, non esce una sillaba di cockney o un’inflessione troppo posh; il suo, anzi, è un distillato kentish senza troppi distintivi, un veicolo con il quale si prende gli spazi che deve in una conversazione, guardandosi bene di non scavallare o risultare inopportuno.
Lo intervistiamo una sera di luglio al Link di Bologna, dove è stato invitato per un dj set che si rivelerà una autentica sorpresa. Sapevamo della sua bravura produttiva e dei sui abili mix di generi, ma è ai piatti che il trentacinquenne che prima si faceva chiamare – non a caso – 2Tall dà un’idea chiara del mondo sonico in cui si è immerso circa quattro anni fa.
Il sound che Om Unit si è conquistato è un flusso limpido di hip hop – provienente dal suo passato produttivo – innestato in una buona dose di presente – sì presente, a lui non piace tutto questo parlare di future this and that – ovvero una grande padronanza di footwork, jungle e, facciamola breve, bass sound a 360° britannici. Nella sala al piano superiore del locale di via Fantoni la gente ha il sorriso dei bei vecchi tempi della drum’n’bass arena, e più d’uno se ne compiace e sorprende. Non par vero quanto renda bene in pista la family di Coles, ovvero le produzioni sue e dei “suoi” ragazzi recentemente oggetto di una compilation celebrativa curata dallo stesso Om Unit, Cosmology.
Nel mix non manca nulla, neanche uno dei paladini più lontani (geograficamente) dell’nu eski sound o new wave of grime, Epoch, un ragazzo che Coles ha conosciuto ai tempi di Hydraulics, un 12” in combutta con Wen. Riallaccandomi ai discorsi fatti in un articolo su eski e jungle, gli chiedo naturalmente di più. “Lui abita a Melbourne, ma è della Nuova Zelanda e a nessuno frega nulla della sua musica laggiù” sentenzia con sciolta dialettica “Ecco perché la sua attività con l’etichetta, la Egyptian Avenue, va a rilento. Andiamo molto d’accordo. E pensa che è anche uno dei migliori amici della mia ragazza. Lo abbiamo conosciuto quando siamo andati in Australia e credo si voglia muovere negli States ora. E’ sicuramente un one to watch come è innegabile che il movimento grime, rispetto al passato, è in un certo senso globale. Vedi Rabit da Houston o Sd Laika che è sempre americano. C’è un giro di producer che comunicano via internet. Stanno muovendo acque molto profonde nel loro piccolo. E’ una cosa rivoluzionaria che sta dando al movimento una ventata di aria fresca”.
Scavando più a fondo apprendiamo che Coles non è un esperto grime, ma come sa quello che gli serve delle nuove wave del genere, così se gli chiedi di Bristol perché hai la testa piena di producer di quelle parti, ecco che lui si riallaccia alla sua più grande passione, la jungle, e tutto si ricollega a uno dei possibili continuum elettronici (“Bristol è molto vivace. C’è Gorgon Sound, ovvero Kahn e Neek, e il loro dub è fantastico soprattutto live. Sono un fan di quello che succede in quella città almeno dai tempi di Full Circle, da Roni Size e Dj Die, la prima drum’n’bass, la jungle e tutto quel che c’è in mezzo. E’ musica per soundsystem in un certo senso ma con un vibe carnevalesco che soltanto Bristol ha. Con un sound spirit unico. Non conosco le ultimissime leve, in passato tenevo d’occhio Pinch e Peverelist“).
Del resto, tutto per lui viene dalla jungle, e la sua storia in questo senso è molto simile a quella di Lee Gamble; entrambi, infatti, troppo piccoli per vivere la scena, l’hanno ricreata a casa propria componendo le prime produzioni da giovanissimi e assorbendo come spugne le mitologie dei cugini più vecchi. “Ho iniziato tipo nel ’93, quando avevo 14 anni, ma delle cose che ho composto l’anno successivo non ho poi pubblicato nulla. La mia vita, a metà Novanta, era nei pub. Giocavamo a stecca e ogni tanto avevamo la fortuna di sentire qualcosa tipo garage, funky house e garage. Solo se eri veramente fortunato ti beccavi qualcosa di jungle“.
Sempre alle politirmie e ai rullanti è legato il suo passaggio all’attuale alias, ragione sociale che ha convissuto per un breve periodo con un altro travestimento fondamentale, Philip D Kick, ovvero un laboratorio di tracce bastarde ottenute mixando ritmi footwork con vecchie produzioni jungle dell’epoca d’oro, tipo Horizons di LTJ Bukem o Circles di Adam f. In pratica giusto, un passo avanti a Machinedrum, Coles aveva intuito, sempre con medesima chiara visione di campo, che entrambi i generi condividevano parecchio, dai bpm a un certo spirito tribale, fino all’uso della 808 e la scelta dei sample. “Ma quindi quando vi siete conosciuti tu e Travis Stewart?“, gli faccio, “Circa attorno al 2010. E sempre nello stesso periodo abbiamo iniziato a comporre assieme. Stewart ha passato un periodo a casa mia a Londra e così abbiamo fatto partire questo progetto, Dream Continuum su Planet Mu. Alla fine abbiamo prodotto soltanto questo EP di tre tracce che poi è molto simile alle produzioni Philip D Kick“.
La Planet Mu di Mike Paradinas, nella formazione footwork di Coles, ha un’importanza fondamentale. E’ una sera al Plastic People, sempre nel 2010, a un set dello stesso Paradinas, che gli si accende una bella lampadina. Ma non è la sola epifania, mi confessa, la seconda è ad una serata di D-Bridge: “Ho conosciuto D-Bridge attraverso le cose sotto Autonomic. Anzi, no“, mi fa, “avevo un disco di Future Forces del ’97 ma non sapevo fosse lui. Naturalmente conoscevo Bad Company e le cose che faceva ma diciamo che l’ho scoperto a dovere con Autonomic e andando a un suo set nel 2009. Lui è un maestro del ritmo. E poi c’è questo aspetto melanconico ma gioioso in splendido bilanciamento che lo caratterizza. Ha avuto una influenza massiccia su come lavoro. La gente accredita me, Machinedrum e altri per un certo tipo di ecletismo, ma è a lui che bisogna guardare. Non ha mai smesso di innovare negli ultimi 10 anni. Dalla fondazione di Exit ad oggi. Sono stato in studio con lui, è fantastico, tira fuori suoni incredibili al volo, senza pensarci. Non ho idea di come faccia ma è uno scienziato vero, un ricercatore di nuovi sound“.
La stessa libertà riferita a D-Bridge, Coles la riversa in tutti gli aspetti del fare musica. (“Uso un sacco di roba differente, un poco di analogico e un sacco di digitale al PC. Prendo tutto e non mi interessa. Poi sì, campiono ma in modo molto tattico. Non mi piace rendere le cose riconoscibili. La melodia la scrivo per intera ma diciamo che ci metto quei piccoli effetti strani presi da dischi new age, la hippy music dei ’70. Prendi i Tangerine Dream e quegli assurdi interludi che ci mettono, li prendo e converto con un approccio hip hop e o footwork“). Ma c’è una caratteristica fondamentale che il suono deve avere per essere come dice lui, “non deve essere risonante“. “Con la musica che suono live, e anche per Threads vale lo stesso discorso, ci puoi fare viaggi in macchina. E pulita e mantiene un suono naturale“, mi confessa sicuro di sé, rimarcando che se una musica è risonante gli procura dolore fisico, è il suo orecchio a rigettarla. “Ma le produzioni jungle belle sporche e cattive un po’ risonanti lo saranno no?”, gli faccio con sottile provocazione, “Non lo sono. Almeno sì, in parte, sono crude per il modo in cui sono fatte, hanno una tape compression, cose così, ma lo stesso effetto è diverso nel mondo digitale. E’ un approccio differente“.
Suoni puliti, eccletismo e orecchie sempre attente a ciò che colpisce la sua immaginazione sono le caratteristiche che più risaltano dopo una trentina di minuti di conversazione affabile e amichevole con il producer, che non manca di fornirci anche la chiave sociologica di tanta maleabilità e voracità: “Come britannico ti posso dire che non abbiamo mai avuto una cultura musicale nativa, se l’abbiamo appartiene ai gruppi etnici come Greci, Giamaicani, Turchi. La nostra cultura è stata rimossa tanto tempo fa. Non ne abbiamo una nostra. La nostra musica puoi dire che è il pop. Abbiamo una tradizione di folk, ad esempio, ma è completamente sparita. Quindi senza andar troppo oltre le ragioni di questo interessante melting pot vanno ricercate nel nostro prendere continuamente in prestito cose altrui, tipo il reggae giamaicano, il rock’n’roll americano, la techno di Detroit, la house di Chicago. Il nostro è sempre un mix. Ed è un mix in stato di salute perché in costante cambiamento e mutazione. Ed è anche per questo che i dj inglesi sembrano dominare il mondo, in un certo senso è perché respirano quest’aria“.
Il 17 novembre 2014, Coles è atteso su Metalheadz con Inversion, un EP di otto tracce che si avvale di sample provenienti direttamente dagli archivi della label forniti da Goldie. Feat. nel nuovo progetto: il rapper Jehst nel brano The War.

