Ovo
OvO, foto di Erica Schneider (2020)

Passato, presente e futuro a vent’anni dall’inizio. Intervista agli OvO

Parlare degli Ovo vuol dire non solo raccontare uno dei progetti più importanti e seminali della scena musicale degli ultimi vent’anni, ma anche la storia di due musicisti mossi da un’impellenza espressiva genuina e dirompente. Stefania Pedretti e Bruno Dorella non hanno mai smesso di diffondere il verbo della libertà creativa, oltre che con la loro collaborazione diretta, anche in molti altri progetti: la prima a partire dalle Allun e poi come solista a nome ?Alos, e fino alle notevoli collaborazioni con Xabier Iriondo; il secondo oltre sia in solo anche come fautore di band quali Wolfango, Ronin, Lava, Tiresia, GDG Modern Trio, e dal 2015 in pianta stabile anche negli storici Sigillum S di Eraldo Bernocchi e Paolo Bandera.

Nati nel 2000 come formazione aperta e appassionata di costumi e travestimenti, gli Ovo sono partiti mescolando improvvisazione radicale, anarco punk, sperimentazione sonora derivata dalla no wave e toni apocalittici di matrice industriale. Un mix esaltato da un sano approccio performativo che li ha fatti subito emergere come una delle realtà più interessanti di quella che era solito chiamare all’epoca “scena punk sperimentale”; ma anche uno dei linguaggi che ha saputo meglio raccontare l’inizio del millennio. Dopo due album, Bruno e Stefania hanno deciso di focalizzarsi come duo (mezza batteria il primo e chitarra e voce la seconda) proseguendo nella sperimentazione continua, tra sfuriate sludge-core, astrazioni power noise, influenze electro, e fino alla costruzione di un suono pesante e sempre più rifinito in un personale concetto di forma canzone, articolato in modo tanto originale da rivelarsi unico.

Una lunga strada che a un certo punto li ha portati a gettare via la maschera (nel vero senso della parola) per affrontare a viso scoperto e con sempre più visceralità l’assalto rumorista dei loro concerti, e nondimeno a collaborare con una miriade di amici musicisti. Un’interminabile lista in cui, solo per citarne alcuni, si va da A034 e Jacopo Andreini, passando per Carla Bozulich e Rico degli Uochi Toki, fino agli Arabrot e alla rapper Gnucci. Un insieme di nomi che mostra quanto la ricerca degli Ovo tragga linfa vitale anche dal confronto con generi e metodologie diversi.

Una scelta di vita, ma anche un bellissimo esempio di come si possa fare musica mettendo al centro di tutto la propria prospettiva senza farsi influenzare da ragionamenti contingenti e calcoli, ma al contrario puntando con impegno e decisione ad agire sullo stato delle cose. Si, perché gli Ovo sono la dimostrazione di come si possa creare infischiandosene di visibilità e successo, ma non meno dei paraocchi della propria scena di riferimento. Un approccio che li ha portati ad ottenere consensi a livello italiano e internazionale nonostante il suono contundente e difficile, e una scelta di totale libertà creativa.

Pochi mesi fa Stefania e Bruno hanno tagliato il traguardo dei vent’anni di attività, e abbiamo colto l’occasione di ripercorrere la loro carriera partendo dagli albori, dai primi concerti, passando per i vari tour internazionali e i dischi più importanti che ne hanno segnato il percorso; e fino, ovviamente, al loro ultimo album, Miasma, un macigno sonoro che si inscrive in quelle opere predittive del periodo buio che stiamo attraversando, concretizzando inoltre un’ulteriore crescita artistica del duo. Un progetto che negli ultimi due decenni non ha mai smesso di lavorare sul proprio linguaggio, capace ogni volta di andare oltre innalzando il livello concettuale dello scontro sonoro, ma sempre sostenuto con una personalità riconoscibile e guidata da saldi principi etici.

Ne fuoriesce uno spaccato decisamente interessante che mette a fuoco le prerogative che hanno spinto alla creazione e allo sviluppo della band, ma nondimeno utile per riflettere sul confronto tra presente e passato e sui cambiamenti che hanno attraversato e travolto la scena musicale in un ventennio carico di eventi. Un discorso stimolante anche per ragionare sulle derive tecnologiche odierne e sulle conseguenze provocate dalla crisi pandemica sul mondo musicale (a proposito, vedrei molto volentieri un concerto in streaming dei Limp Wrist); e, perché no, persino per cominciare a intravedere qualche bagliore di possibilità di tornare a una vita normale dopo questo periodo così socialmente devastante. Su tutto si percepisce quello spirito irriducibile che spinge a continuare a suonare, a dire la propria, ma soprattutto a viversela con un’intensità enorme.

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Ovo, Abisso live tour, foto di Natalia Saurin (2013)

Due esperienze propedeutiche agli Ovo sono state le Allun, che Stefania condivideva con Patrizia Oliva, e i Wolfango di cui Bruno è stato il “mezzo batterista”. Come hanno influito sul vostro incontro e qual è stato il momento iniziale in cui si è concretizzata l’idea di mettere su un progetto come gli Ovo?

Storie del secolo scorso… Come forse qualche lettore ricorda, noi due eravamo una coppia all’epoca. Stefania veniva in giro coi Wolfango (anche per badare al figlio di Sofia e Marco mentre suonavamo). Le Allun sono nate all’interno di un Centro Sociale di Vigevano in cui eravamo coinvolti. Le due cose in qualche modo si sono intrecciate. Bruno era già nel mondo nella musica, Stefania ha iniziato a suonare al Centro Sociale, che faceva da magnete per un sacco di band punk e noise da tutto il mondo. Per dire, anche Bugo lo frequentava e ci siamo conosciuti jammando lì. Noi due eravamo sul pezzo e i gruppi se ne accorgevano, per cui da lì a poco hanno cominciato a chiederci di accompagnarli in tour, e la cosa più facile è stata metter su un gruppo. Nella fattispecie, sono stati i leggendari Cock ESP a proporci di girare con loro e suonare. Abbiamo fatto qualche data insieme in Europa e poi in America. Gli OvO sono nati così, quasi per caso. Sono passati 20 anni e siamo ancora qui.    

Siete riusciti a mescolare alcuni concetti riuscendo a ottenere un timbro unico: un taglio politico e creativo di stampo anarco punk, che in parte rimanda ad alcune lungimiranti uscite della Crass Records, un approccio totalmente improvvisato e libero, figlio anche dell’avant jazz, e un tiro no wave portatore di un forte senso dell’apocalisse: una via di mezzo tra Teenage Jesus & The Jerks, Einstürzende Neubauten, Diamanda Galás e gli Swans. Quali di questi nomi rientrano nelle dirette influenze dei vostri inizi?

Il crust nella sua deriva più anarcopunk era una grande influenza per entrambi, politicamente ci ritroviamo tuttora molto in quella visione. Tanto coraggio politico però spesso non andava di pari passo con il coraggio musicale. Solo poche persone in quel giro erano aperte a suoni che non fossero d-beat, blast beat, eccetera. Noi invece abbiamo sempre ascoltato di tutto e abbiamo cercato di portare in quell’ambiente una vena performativa e un’apertura alla musica eterodossa. Al Centro Sociale potevi vedere un gruppo grindcore e il giorno dopo un trio free jazz. Non tutti capivano l’importanza di questa cosa, che per noi era fondamentale. I gruppi che citi sono un’influenza enorme per noi. Credo che senza di loro gli OvO, ma anche tanti altri gruppi, non esisterebbero.

Oltretutto, avete riportato in auge un certo spirito collaborativo rintracciabile soprattutto nel jazz o negli ensemble avantgarde e che all’epoca era meno diffuso nella scena indipendente italiana, più incentrata sul concetto di band.

Però è durata poco. A un certo punto anche noi abbiamo deciso di metterci a fuoco come duo. Non è facile essere un gruppo aperto. Comunque per un paio d’anni è stato divertente, i pochi che hanno assistito ai nostri concerti dell’epoca ricorderanno situazioni piuttosto bizzarre…

Tutti questi elementi sono il punto di forza di Assassine e Vae Victis, i vostri primi due album, che, oltre al particolare taglio frontale, si avvalgono appunto di diversi collaboratori, come il Capoccia dei Concrete, l’improvvisatore Jacopo Andreini, Hermit, ovvero Eric Boros dei Vialka, e lo sperimentatore elettronico Claudio Parodi. Come nascono questi due lavori, di cui ora, oltretutto, possiamo godere anche in formato vinilico grazie alla recente ristampa della label bolognese Improved Sequence?

Assassine nasce da 4 sessioni di improvvisazione con i musicisti che hai citato, tutte in situazioni abbastanza “off” e con strumentazione raccattata un po’ come potevamo. Non avevamo budget e allora registrarsi i dischi da soli non era ancora così semplice e diffusa come pratica. A posteriori ci vergogniamo un po’ del suono di Assassine, ma lo accettiamo come un’istantanea di quello che eravamo, con le nostre ingenuità musicali e un suono molto più che tremendo. Siamo quindi contenti di poter dire che la versione uscita per Improved Sequence sia stata rimasterizzata da Rico Gamondi degli Uochi Toki, che ha cercato di migliorare la situazione, per quanto possibile.

Con Assassine nel 2001 siamo andati poi in tour insieme agli NNY (che poi sarebbero diventati Vialka) in Italia, Turchia, Grecia, Bulgaria e Macedonia, portandoci anche Jacopo Andreini e il Capoccia. Uno tour leggendario, ancora oggi se ci vedi parlare di quel tour tra di noi vedrai una luce speciale negli occhi. Non è spiegabile quello che è successo in quelle settimane. Uno dei tour più duri che abbiamo mai fatto, le condizioni erano al limite del vivibile e i rapporti tra alcuni di noi tesissimi. Ma in qualche modo ci ha uniti. E ci ha fatto capire che eravamo tagliati per quella vita, lontanissima da quello che la gente si immagina quando pensa a una tournée. Appena tornati abbiamo registrato Vae Victis nel garage dei R.U.N.I., con il bobinofono 8 tracce appena comprato da Bugo. Si sente tutta la croccantezza di quel tour, di quella situazione, di quella strana famiglia che eravamo all’epoca.

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Ovo con Jacopo Andreini (2001)

La vostra casa base iniziale è stata la Bar La Muerte di Bruno, una label che rispecchiava perfettamente il vostro approccio musicale nella scelta di produrre dischi inaspettati e molto originali, penso a R.U.N.I., Bugo, Claudio Rocchetti, Christian Rainer, A034, Daniele Brusaschetto, Fuzz Orchestra, nonché il primo EP isolazionista di Ronin. Una discografia che fa emergere la vera necessità di proporre cose differenti che prima di allora sicuramente avevano meno visibilità nel panorama musicale nostrano.

Bruno: Una bella esperienza, anche perché nata a Milano in contemporanea con altre due etichette simili, la Wallace di Mirko Spino e Stereosupremo di Flavio Di Marco. Diciamo che ho dato il mio contributo alla causa. Sicuramente uno dei criteri in base ai quali ho prodotto molti di questi dischi (per inciso, pochissimi hanno anche solo ripagato le spese di stampa) è stato: «questo disco lo devo fare io, perché altrimenti non lo farà nessun altro».

Ovo e Bar La Muerte sono stati (e sono ancora) una parte importante di quella scena nostrana che nei primi Duemila veniva definita come “punk sperimentale” o in alcuni casi Ricottina Wave. Cosa mi dite di quel particolare momento artisticamente molto libero e audace, e quale eredità credete abbia lasciato? Se dovessimo ragionarne nell’ottica di pregi e difetti, quali sono le differenze rispetto all’oggi?

Bruno: Ricottina Wave fu coniata parlando di Snowdonia e della peculiare personalità di Cinzia La Fauci, quindi non allargherei questa definizione, golosa ma fuorviante, a tutta una scena. Cioè, dai, non vorrei essere ricordato come “alfiere della ricottina wave”. A parte questo, in effetti il periodo era molto fertile, l’attitudine punk accomunava musicisti di ogni estrazione, dal free jazz alla no wave, c’erano un’energia speciale e un incredibile spirito collaborativo. Il paragone con l’oggi si schianta contro un cambio di valori e di abitudini talmente enorme da stordire. Io sinceramente non saprei da dove cominciare a parlarne, anche se ho molto chiare le differenze. Sicuramente Internet è stato il punto di non ritorno, nel bene e nel male.

Riguardo a questo argomento, in una precedente intervista che vi ho fatto qualche tempo fa affermavate come i nuovi media in qualche modo abbiamo spazzato via l’etica nel campo della produzione musicale. In questo senso mi viene da pensare alle discutibili esternazioni di Daniel Ek, Ceo di Spotify, o comunque a un modo molto diffuso di concettualizzare la musica sempre più come un mero prodotto o di ragionarne in termini di visibilità, a scapito del suo lato umano e creativo. Secondo voi a che punto siamo della riflessione nel 2021? Quali sarebbero le migliori strategie per contrastare una cultura di questo tipo?

Questo è senz’altro uno degli aspetti che hanno cambiato tutto. Abbiamo immensa invidia dei musicisti già famosi e arrivati, che possono permettersi di fregarsene altamente di social, piattaforme, algoritmi e compagnia bella, perché c’è qualcuno che lo fa per loro. Abbiamo ancora più stima per i musicisti underground che rifiutano di far parte di questo sistema. Il prezzo che pagano in termini di visibilità (e quindi, per i canoni di oggi, di esistenza) è enorme, in assenza di un circuito che riesca veramente a bypassare il suddetto sistema. Noi non ci riusciamo, amiamo la nostra musica e vogliamo continuare a poterla fare, non vediamo alternative realistiche per il momento.

Eppure tra la fine degli anni ‘90 e i 2000 in Italia c’era una scena molto attiva e anche un circuito che permetteva di far girare le cose molto bene. Che fine hanno fatto tutte quelle energie e quali limiti avevano?

Veniamo da quella scena, da quel magico momento in cui il DIY funzionava davvero, l’etica punk crassiana faceva circolare sugli stessi banchetti i dischi degli OvO, dei Detestation e le fanzine vegan animaliste. Si suonava principalmente negli squat perché erano tanti, molto frequentati, vivi, ci si confrontava e talvolta ci si scontrava, ma sempre sapendo di essere una scena. Poi già allora c’erano i personaggi più business-oriented (il disco degli OvO non lo tengo perché i miei “clienti” vogliono solo d-beat, ecc), ma era comunque una cosa amatoriale, genuina. Poi è proprio cambiata la cultura, il modo di pensare della generazione successiva. Gli squat sono rimasti pochi non tanto perché sono stati sgomberati, ma perché non c’è stato un ricambio generazionale. Possiamo discutere in eterno chiedendoci se la colpa sia stata del calo di coscienza politica di generazione in generazione, o dell’incapacità dei vecchi di agevolare l’ingresso dei giovani nei collettivi. Sta di fatto che di punto in bianco si è spento l’interesse per tutta una serie di cose, ed è arrivata una nuova etica in cui visibilità sui social network, ascolti e visualizzazioni hanno spazzato via tutto. La naturale evoluzione di una vita che si svolge ormai davanti ai PC e sul web.

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Ovo, “Miasma” live tour, foto di Manuele Di Sirio (2020)

Al di là del bel paese, un elemento fondante del vostro percorso è stato il confronto con la scena internazionale, sia per quanto riguarda le collaborazioni, ma anche per i vari tour (tra cui ricorderei, tra gli altri, il sagace fest itinerante Phi Phenomena). Quanto ha contribuito tutto ciò a quello che siete oggi?

Sicuramente tantissimo. Fino al 2011 abbiamo fatto un tour americano e due tour europei ogni anno. Sono cose che ti rendono d’acciaio. Siamo in grado di farti un signor concerto su un grande palco, ma anche in una cantina, usando gli ampli come impianto e un manico di scopa come asta del microfono. Non c’è niente che un po’ di gaffa non possa risolvere. Abbiamo usato corde del basso per tenere su la marmitta del furgone, fatto viaggi interi col cambio rotto e allo stesso tempo abbiamo spartito il palco con tutti, ottenendo rispetto ovunque. Ancora oggi capita di vedere qualcuno indossare una maglietta degli OvO sul palco di un gruppo insospettabile, che alla fine ci dica «avete dormito a casa mia a Nashville nel 2004…». In questo senso l’America è stata una palestra insostituibile, ed è un vero peccato che a causa delle restrizioni assurde alle frontiere sia ormai diventato inutile e controproducente andarci. Ma è bello che tu citi il Phi Phenomena, il nostro primo tour americano, 10 band che viaggiavano su un’enorme casa mobile.  Avventure impagabili, al limite tra la leggenda e l’incoscienza.

Beh, a questo punto raccontatemi qualche aneddoto irripetibile sul Phi Phenomena. E più in generale, cosa ricordate del vostro primo tour americano?

Ci sarebbero anche i singoli aneddoti, basti da solo il fatto che l’11 settembre 2001 eravamo in America, proprio in tour col Phi Phenomena. Abbiamo vissuto tutto in diretta, sulla casa mobile su cui viaggiavamo in 20. C’erano persone di New York che cercavano di chiamare le famiglie, la nostra data alla Knitting Factory di pochi giorni dopo annullata perché in pieno Ground Zero, noi che suoniamo a Chicago la sera stessa in un clima surreale… Ma è la quotidianità di quel tour a essere leggendaria e irripetibile, la capacità di girare un continente senza soldi, con un gruppo di persone quasi ingestibile, un’idea di live che definire situazionista è dir poco…

Per chi non sapesse cosa sia il Phi Phenomena (ovvero quasi tutti, credo), si tratta di un tour-performance dove 10 gruppi si esibiscono in 1 ora, 5-6 minuti a testa senza soluzione di continuità tra un gruppo e l’altro. In alcuni casi si suonava 2 volte al giorno, anche in città diverse. In apertura c’era un tizio che montava un impianto audio e metteva su un cd degli Yes. Lo si ascoltava per intero, mentre lui sul palco fumava sigarette. Insomma, roba pensata proprio per infastidire. A volte facevamo tappa in una città, entravamo in un museo, facevamo una performance con strumenti a batterie o giocattoli, e poi ripartivamo. La nostra era un’incursione, ovunque andassimo. Non sapevamo mai se ci avrebbero cacciato, staccato la corrente, o ben accolto. In un’altra occasione in apertura c’erano Thurston Moore, Jim O’Rourke e Don Fleming dei Gumball. Avevano collegato l’impianto audio del locale col motore della loro auto parcheggiata fuori. Loro erano in macchina e producevano il suono da lì, mentre uno dei tre saltava sul tetto con dei microfoni a contatto addosso.  Sul palco, una televisione con immagini di esercizi ginnici. Tra il pubblico Kim Gordon con figlia.

Riguardo all’approccio alla musica più in generale, quali differenze avete riscontrato negli Stati Uniti rispetto all’Europa, che pure avete girato molto, e anche ovviamente all’Italia?

In generale ci è sempre parso che negli USA il pubblico fosse più disponibile a essere sfidato (vedi anche gli esempi citati prima sul Phi Phenomena). Di solito lì non vanno ai concerti per socializzare, ma solo per vedere il concerto. Sono più dedicati, non sono lì per caso, e accettano la provocazione, hanno le antenne dritte. In Europa, soprattutto nel centro-nord, spesso la provocazione, l’interazione/sfida tra gruppo e pubblico, sono poco gradite. Abbiamo avuto problemi diverse volte in Paesi come Belgio, Olanda e Germania, dove la nostra vena performativa veniva mal tollerata (parlo dei primi 10 anni di attività, quando questo era un aspetto molto presente nei nostri live). In Italia o in Francia magari la gente rispondeva rilanciando, ma senza reale ostilità. In Germania e Belgio un paio di volte siamo arrivati anche allo scontro fisico con persone del pubblico a cui evidentemente non andavamo a genio.

Alcuni snodi della vostra carriera passano appunto per l’approdo ad alcune etichette internazionali. In questo senso un passo decisivo è stato pubblicare per la Load, storica label americana che aveva nel roster band come, tra gli altri, Usa Is A Monster, Prurient, Sword Heaven, Hair Police e Yellow Swans, ovvero una parte sostanziale del noise made in Usa dei Duemila. Cosa ha significato per voi?

Essere sullo stesso catalogo di questi gruppi (e dei Lightning Bolt, anche loro pubblicati dalla Load) è senza dubbio stato importantissimo. Era una scena incredibile, quella di Providence, e la cosa pazzesca è che noi ce la siamo immaginata prima ancora di conoscerla. Cioè, abbiamo cominciato a fare questa musica tra il noise e l’impro-punk, travestiti in questo modo un po’ trash, senza aver mai sentito nominare quei gruppi. Poi siamo andati a suonare a Providence e siamo stati accolti come parte di una scena che non conoscevamo nemmeno. È stato incredibile. E quando Ben Mc Osker ci ha proposto di uscire per Load eravamo veramente al settimo cielo.

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Ovo, foto di Giulio Di Mauro (2004)

Dalla no wave totalmente improvvisata siete traghettati verso una forma canzone più stabile e allo stesso tempo avete gettato via la maschera che utilizzavate durante i concerti. Quali sono state le esigenze che vi hanno portato a questi cambiamenti così forti?

Non abbiamo mai avuto paura di cambiare. Non saremmo lì da 20 anni se non avessimo avuto il coraggio di farlo ogni volta che ne abbiamo sentito il bisogno. Abbiamo iniziato un po’ per gioco, ok, l’improvvisazione totale, la mascherata punk, il gruppo aperto, ma a un certo punto abbiamo capito che tra noi due si stava creando una sinergia che poteva portare a qualcosa di compiuto, e quindi abbiamo chiuso le porte e abbiamo cominciato a lavorare come duo, prima focalizzandoci soprattutto sull’impatto live, e poi sui dischi in studio. Bruno è stato il primo a sentire l’esigenza di gettare la maschera, perché sentiva che la forma che stavamo prendendo con Abisso andava ormai oltre quella del gruppo performativo. Per Stefania è stato sempre molto importante “diventare altro da sé” una volta sul palco, quindi abbiamo mantenuto costumi e face painting simbolici, ma non volevamo distogliere troppo l’attenzione dalla musica, che è anche il motivo per cui finora non abbiamo mai utilizzato video durante i concerti.

L’album Abisso ha poi sintetizzato questa evoluzione tramite una forma diversa di ricerca, innestando nei vostri brani un’importante componente elettronica, un forte senso del groove e anche dal punto di vista collaborativo, oltre ai featuring di Alan Dubin (Khanate) ed Evangelista, avete sviluppato un metodo diverso di utilizzare dei sample creati da altri, in questo caso specifico da Rico dei Uochi Toki.

Il cambiamento è avvenuto proprio con Abisso. Anche a livello simbolico, abbiamo tolto pubblicamente la maschera nel video di Tokoloshi (il primo singolo dell’album). Ma soprattutto c’è stato un concerto avvenuto proprio nel momento di passaggio, dopo la fine del tour di Cor Cordium e prima dell’uscita di Abisso, ed è stato al festival Hai Paura Del Buio? all’Alcatraz di Milano, quello organizzato dagli Afterhours. C’era veramente tanta gente e, dopo aver suonato alcuni pezzi di Cor Cordium, ci siamo tolti le maschere e abbiamo suonato due pezzi dell’imminente Abisso. Ovviamente se ne saranno accorti in due, la maggior parte della gente non sapeva chi fossimo, ma per noi è stato un passaggio importante, ed è stato bello farlo in un’occasione così enorme per i nostri standard. Rico è stato il nostro fonico live per tanti anni, è stato naturale chiedere a lui di guidarci nei primi passi sul terreno dell’elettronica.

Situazioni come quelle di Hai Paura del Buio? hanno sicuramente una portata molto grande. Pensate che siano davvero utili a costruire qualcosa oppure no? Che impressione vi ha fatto suonare in un fest di questo tipo?

Non sappiamo se siano utili a costruire qualcosa, non sapremmo neanche come stabilire quale sia l’utilità di un singolo festival, ma sicuramente eventi del genere possono far parte di un percorso come il nostro. Entrare in contesti più visibili può solo far bene a un gruppo estremo come gli OvO, ci hanno visti migliaia di persone quella sera. Probabilmente anche noi siamo stati utili a dare al festival un’immagine di temerarietà, quindi la cosa è stata reciproca. Non abbiamo preclusioni sul suonare in situazioni molto esposte. Aggiungiamo che l’atmosfera era di grande complicità tra artisti e pubblico, nessuno si è sognato di contestare la nostra musica estrema, e abbiamo anche venduto un sacco di dischi a fine concerto. Per noi è stata una bellissima esperienza.

Dalle “profondità incerte” di Abisso siete arrivati a un altro apice creativo, ovvero la rocciosa oscurità di Miasma, un disco che si spinge ulteriormente verso scenari tenebrosi e malati. Un titolo fortemente evocativo che suggerisce un cambio di prospettiva: dopo aver scrutato dentro di voi avete gettato uno sguardo impietoso sul mondo circostante. Cosa avete scoperto?

Non abbiamo scoperto niente di buono, ma come spesso accade la realtà ha superato l’immaginazione. Non voglio insistere troppo sull’aspetto profetico di Miasma rispetto alla pandemia che stiamo vivendo oggi, perché in realtà a tutti i gruppi pesantoni come noi piace ispirarsi a scenari apocalittici. Però ecco, se leggi il comunicato stampa, siamo andati davvero vicini a quello che poi è successo… Comunque l’evoluzione è stata più o meno questa: con Abisso abbiamo deciso di prendere la strada di una musica più compatta, più heavy, meno performativa, e abbiamo inserito l’elettronica. Per noi è stata l’esplorazione profonda di qualcosa di sconosciuto, che a tratti spaventava anche noi: l’Abisso.

Con Creatura avevamo ormai il controllo di questo nuovo metodo e abbiamo potuto comporre un album più complesso e con una sua forma precisa, appunto una Creatura. Poi ci siamo trovati davanti al bivio: proseguire come gruppo interamente elettronico o continuare il percorso tra il rock e l’elettronica? Mentre stavamo quasi per optare per la prima scelta, è arrivato il punk. Cioè, il ritorno di fiamma con qualcosa di più viscerale, veloce. Ci sé sembrato di poter esplorare ancora in quella direzione, di non aver ancora detto tutto. Volevamo fare un disco sporco, velenoso, malato. Beh, quando ha cominciato a prendere forma abbiamo capito di essere andati perfino oltre le nostre intenzioni. Da qui Miasma, un disco infetto, morboso, zozzo, ma paradossalmente cristallino nella sua chiarezza d’intenti.

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OVO, foto di Natalia Saurin (2013)

L’album vive di un mix di futurismo post industriale e primitivismo tribale, che da un lato recupera una forte componente hardcore e dall’altro mostra la vostra passione per i suoni electro che negli ultimi anni avete sviluppato anche attraverso alcuni singoli. Qual è stato il fulcro della ricerca che avete fatto sul suono stavolta?

Come dicevamo siamo partiti con l’idea di fare un disco elettronico e abbiamo finito col fare un disco punk-industrial. La sporcizia era un po’ quello che cercavamo, e ne abbiamo trovata a bizzeffe, ma il vero lavoro sul suono è stato poi fatto da Giulio Favero, che è riuscito a rendere il tutto in maniera pazzesca, al punto che non si può negare che sia un disco “sporco”, ma allo stesso tempo nemmeno che ogni elemento sia esaltato e suoni in maniera chiara, perfetta. Senza Giulio la nostra ricerca sul suono non sarebbe servita a molto.

Il disco contiene anche stavolta molte partecipazioni della vostra “famiglia musicale allargata”, a partire proprio dai sample che hanno fatto da base per alcuni brani, prodotti in questo caso da Eraldo Bernocchi, A034, Ripit, Paolo Bandera e Matteo Vallicelli dei Soft Moon.

Questo è l’altro grande elemento sul suono. Bruno ha mezza batteria. Stefania ha la voce e una chitarra. Si può già fare molto, ma si può fare ancora di più con qualche input esterno. Abbiamo la fortuna di conoscere alcuni grandi produttori di materiale campionabile, che poi Bruno può rimanipolare, e che poi Giulio Favero a sua volta rimanipolerà… Insomma, questi sample, già di per sé ben spappolati in partenza, vengono processati un bel po’ per entrare nei nostri pezzi e diventare qualcosa di organico con la nostra musica. Bernocchi e Bandera sono i Sigillum S, di cui Bruno fa parte da qualche anno, mentre A034 e Ripit sono amici di lunghissima data. Matto Vallicelli invece è una felice conoscenza recente.

Le collaborazioni contenute nel disco credo abbiamo aperto altri punti di fuga nel vostro suono, permettendovi di riflettere con maggiore decisione su altri generi. Penso a Burn De House, in cui assieme a Gabriele Lepera degli Holiday Inn tirate giù un corollario nerissimo fatto di surf punk e black metal digitale; mentre con Gnucci in Testing My Pose trascinate il rap in un vortice marziale post industriale; e infine gli Arabrot collaborano a uno dei vostri pezzi più suggestivi di sempre, il post punk minimalista di L’eremita.

Passare tanto tempo sui palchi di mezzo mondo ci permette di conoscere tanta gente con cui scopriamo affinità. Con gli Arabrot abbiamo suonato tante volte, abbiamo visto quasi tutte le loro numerose formazioni, anche nei primissimi anni, quando erano veramente pesantissimi. Con gli Holiday Inn abbiamo suonato un po’ di volte, mentre Gnucci è una conoscenza di Stefania, che l’ha chiamata a suonare al Festival di Santarcangelo quando era curatrice del programma musicale. Queste collaborazioni ci aiutano a dare sapori diversi ai nostri pezzi, a volte con spezie molto forti (non tutti hanno digerito il rap di Testing My Poise, che invece è uno dei nostri pezzi preferiti di Miasma). Ma soprattutto a dare un senso di comunità allargata. Gli OvO sono figli di nessuno, non hanno un “genere” di riferimento da reiterare all’infinito per non “tradire” dei fans che chiedono lo stesso cliché forever. Possiamo permetterci di sottolineare le nostre affinità con una heavy band (Arabrot), un duo electropunk (Holiday Inn) e una trapper (Gnucci), ed essere fedeli a noi stessi.   

Come le vostre altre produzioni, mi sembra che anche Miasma si concettualizzi per un forte senso di opposizione all’omologazione imperante, un concetto politico che travalica i risvolti squisitamente musicali, ponendosi come critica sociale. È così?

Assolutamente sì. Non omologarsi significa prima di tutto voler scegliere sempre. Trovare un percorso è solo l’inizio. Il difficile è portarlo avanti, rimanere coerenti anche quando si sente l’esigenza di cambiare. Non lasciare che le scelte ti vengano imposte (da qualcuno, o dal mercato). C’è bisogno di grande lucidità, e a volte si sbaglia lo stesso. Di grande coraggio, perché a volte sai già che la scelta più furba sarebbe un’altra.  Se ci lasciamo omologare in ciò che amiamo (in questo caso la musica), come possiamo pensare che non ci lasceremo omologare anche in tutti gli altri aspetti della vita, che sono ancora più duri e complessi?

OvO, “Miasma” live tour (2020)

Se devo pensare a un pezzo di Miasma che mette bene in luce questa componente, proponendone tutta la complessità della questione, credo sia Queer Fight, che parla proprio del riappropriarsi della propria individualità in balia dell’appiattimento culturale odierno che mortifica invece la diversità.

Bravissimo, è un esempio perfetto. Anche perché mette in luce tutti gli aspetti di cui parlavamo sopra. Stefania ha fatto una scelta molto esplicita ed è militante nella scena transfemministaqueer, mentre Bruno, pur essendo assolutamente solidale con la tematica e la cultura queer, nella vita privata ha fatto scelte diverse. Ognuno fa le sue scelte sulla propria sessualità, l’importante è non voler imporre un modello unico, anzi, è proprio un ambito in cui è necessario un diritto di scelta assoluto e totale, che è poi la quintessenza del concetto queer. Non abbiamo paura di spenderci per una tematica che riteniamo giusta.

Di solito gli OvO non hanno testi, ma in questo caso Stefania ha sentito l’urgenza di esternare attraverso uno slogan esplicito questa appartenenza, anche perché in quel momento la situazione internazionale era particolarmente tesa, con tante violenze di genere e omotransfobiche, fisiche e verbali, in tutto il mondo, Salvini al governo in Italia, Trump in USA… Volevamo portare queste tematiche anche nella nostra scena musicale. Tutto rientra nel semplice concetto di libertà, che è prima di tutto accettazione della varietà (più che della diversità). Cosa c’è di più bello della varietà?

La title track si pone in chiusura come una sorta di monito finale: mi fa pensare a uno scorcio del cabaret weilliano trapassato da tensioni à la Black Heart Procession, che alla fine, però, sprofonda in un buio pesto senza lasciare emergere alcuna nota ottimistica. Siamo in un momento in cui è difficile vedere la luce in fondo al tunnel?

Nell’ultimo pezzo il Miasma trionfa, ingloba tutto, tutto sparisce, tutto muore. Ma è comunque un trionfo. Luce, ombra, sappiamo bene che l’una non esiste senza l’altra. Spesso se vuoi trovare la luce è nell’ombra che devi cercare. Fatichiamo a capire chi rifiuta il negativo, chi cerca sempre e solo la positività. Con tutta quella luce è chiaro che a un certo si finisce per essere catturati dall’ombra. Accettare di avere un rapporto col proprio lato oscuro è fondamentale, se no non c’è equilibrio.

L’album segna il vostro ventennale di carriera, un traguardo che spinge a fare bilanci sia artistici che di vita. Gli Ovo sono stati sicuramente una sfida enorme, ben distante dalla mera ricerca di successo e tanto più da quell’omologazione culturale di cui parlavamo sopra.

A ripensarci è tutto pazzesco. Il tipo di musica che facciamo, i tour massacranti che abbiamo fatto per anni, rimanendo senza compromessi e lontanissimi dal mercato… Ma sai qual è la cosa più incredibile? Che anche nei momenti di maggiore sconforto, o di maggiore scazzo tra di noi (e ce ne sono stati tanti, te lo assicuriamo), gli OvO non sono mai stati in discussione. Non c’è mai stato un solo istante in cui uno di noi due abbia mai anche solo ipotizzato un “basta”.

Sfortunatamente l’anniversario cade in un periodo di crisi pandemica che ha bloccato la possibilità di suonare dal vivo, una componente fondamentale nella professione di un musicista. Siete stati tra i primi in Italia a utilizzare una piattaforma online per trasmettere un concerto registrato professionalmente. Com’è stato proporre in questa modalità il release show per Miasma? Al di là della situazione emergenziale, pensate che questo tipo di discorso possa aggiungere qualcosa al range espressivo di una band?

Questione complessa e spinosa. Non siamo il tipo di gruppo che vuole o può trasmettere in pigiama dalla camera da letto. Non ci interessa farlo e le poche cose che abbiamo visto durante la quarantena non ci spingono certo a pensarla diversamente. Soprattutto non ci interessa occupare spazio sul web (che è limitato e inquina) regalando una versione avvilente della nostra musica gratis, per il bel culo di Zuckerberg. Cosa che tra l’altro Guy Debord aveva già previsto nel suo La Società Dello Spettacolo, forse il testo più clamorosamente attuale della filosofia contemporanea pre-digitale.

Se lo facciamo, lo facciamo bene (per quanto possibile coi nostri budget pari a poco più che zero) e dobbiamo essere pagati, noi e chiunque altro ci lavori. Abbiamo avuto la possibilità di farlo grazie all’accordo tra Bronson e Dice TV, e l’abbiamo fatto. Per quanto sia stato strano suonare senza pubblico, ne siamo stati contenti. Sicuramente sarà un aspetto sempre più importante nel futuro. Compreremo il biglietto per vedere Björk a Rio de Janeiro, ma anche i Duma a Kinshasa o i Senyawa a Kuala Lumpur, e questo è fico. Chiaro che i soldi li farà Britney a Las Vegas, ma io e te potremo vedere i Limp Wrist nello scantinato di un ristorante cinese a Chicago o in uno squat di Lipsia. Perché no? E poi arriveranno i live PENSATI per lo streaming. In luoghi inusuali, con musica e immagini pensate ad hoc, senza cercare di ricreare la versione monca di un live tradizionale. E allora sarà nata una nuova, interessante forma d’arte.

Quello attuale è un periodo così critico che per forza di cose spinge a stare molto più tempo con se stessi portando a riflettere in modo diverso sia sulla propria interiorità che sul mondo esterno. Come ha funzionato per voi?

La prima volta abbiamo retto bene, la quarantena ci ha colto mentre eravamo in tour all’estero. Locali, città e confini ci chiudevano letteralmente alle spalle giorno dopo giorno, abbiamo suonato l’ultima sera possibile in tre stati (Italia, Francia e Belgio). Arrivare a casa in quella situazione ultra stressante è stato quasi un sollievo, per quanto frustrante fosse dover mollare un tour appena iniziato. Abbiamo anche approfittato di questa occasione unica nella “frenesia della vita moderna”. Abbiamo imparato delle cose, ne abbiamo riscoperte delle altre. Abbiamo letto quel libro che aspettava da anni, finito quel pezzo che non veniva, riscoperto le tisane…

La seconda fase è stata più dura, per tutta una serie di fattori anche difficili da capire e analizzare, visto che ci siamo ancora dentro. Sarà magari più facile capirla a posteriori, ma questa volta prevalgono l’incertezza per il futuro, la rabbia per come viene trattata la categoria dalle istituzioni, il dispiacere per i tanti locali che stanno chiudendo, eccetera.

Immagino sia decisamente impossibile provare a fare dei programmi in questo momento, ma si può immaginare che la voglia di suonare dal vivo sia ormai una questione pressante per voi. A cosa state lavorando nel frattempo e cosa farete appena si potrà tornare con più tranquillità a una vita normale?

Inutile dire che non vediamo l’ora di ricominciare a suonare, e a posteriori benediciamo quei pochi concerti che siamo riusciti a fare quest’estate. Un anno senza suonare dal vivo sarebbe stato troppo. Abbiamo fatto l’ultimo concerto in Europa (Francia) il 13 Marzo, quando l’Italia era già in quarantena da una settimana, e l’ultimo in Italia il 24 Ottobre (Stefania ne ha fatto addirittura uno il 25 come ?Alos), col semi-lockdown attuale iniziato il 26. Meglio di così non potevamo fare. Ma nonostante questo sentiamo di aver suonato così poco i pezzi di Miasma… Quando si ricomincerà a suonare ci sarà una ressa senza precedenti ai blocchi di partenza, noi siamo pronti a ricominciare sin dal primo giorno in cui si potrà. Nel frattempo ovviamente lavoriamo a materiale nuovo sia con OvO, sia con i nostri altri progetti. La nostra vita è questa.

Ovo
Ovo, live al “Krakatoa Festival” (2019)

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