Gli Oscar non hanno più paura?

Fine dell’imperialismo cinematografico americano? No, anzi. La 92ª edizione della notte degli Oscar ha visto il trionfo per la prima volta in assoluto di un film recitato non in lingua inglese (se state pensando a The Artist, quel film non solo era muto, ma nelle battute finali aveva dei dialoghi in lingua inglese!) e il suo regista, Bong Joon-ho, andarsene a casa con ben quattro statuette complessivamente (anche regia, sceneggiatura e film internazionale). Parasite è riuscito laddove Roma un anno fa capitolò nei confronti di un bonario Green Book che alla fine mise d’accordo tutti i membri dell’Academy. Tuttavia, Bong per questo suo trionfo capolavoro (non solo l’Oscar più ambito, ma anche la Palma d’Oro a Cannes) è tornato in Corea del Sud per confezionare probabilmente quello che è il più hollywoodiano dei suoi lavori, tanto che la stessa Academy ha saputo ben intercettare una lettura sul contemporaneo e sui mille problemi che attraversano un intero continente/mondo all’interno delle mura della casa che fa da sfondo alla vicenda narrata. Il 1917 di Sam Mendes in questo senso non aveva speranze. Partito da favorito indiscusso, nel corso delle ultime settimane è diventata sempre più evidente l’affezione dei membri per Parasite (soprattutto dopo il SAG Award per il cast). E non c’è stata mai gara nemmeno per gli altri contendenti alla statuetta numero uno.

È l’anno in cui Quentin Tarantino confeziona probabilmente il suo film più americano ma visto con occhi diversi da quelli a stelle e strisce; non a caso, il suo racconto assume i tratti caratteristici della favola e la Hollywood ritratta nel film non coincide mai con quella reale sul quale verte proprio la denuncia del regista, il suo fondamentale monito rivolto proprio all’Academy (il suo “come sarebbe potuto essere e invece”). Riconoscergli per l’ennesima volta l’Oscar alla sceneggiatura originale sarebbe stato un ulteriore schiaffo in faccia che perlomeno la notte scorsa ci ha risparmiato, benché il premio a Brad Pitt un po’ lo dica sottovoce (d’altronde Cliff Booth senza Tarantino non sarebbe mai esistito). A questo punto l’Academy dovrà decidere: riconoscere l’importanza fondamentale del cinema di Tarantino nel post-modernismo cinematografico con un Oscar a film e regia per la sua ultima fatica (la prossima, la decima) o lasciarlo a mani vuote per sempre (e sarebbe in ottima compagnia). Eppure, il premio a Bong Joon-ho ha un po’ l’eco di Tarantino, peraltro corroborato dallo stesso regista sudcoreano (che nel suo discorso ha ringraziato proprio Quentin per aver diffuso il suo nome a Hollywood).

The Irishman non è stato particolarmente amato dagli Oscar, né tantomeno da tutto lo star system che ha assegnato i premi fino a ieri (e chissà quanti dei votanti lo hanno effettivamente visto tutto). Martin Scorsese racconta un’America ancora una volta forgiata e vissuta nel sangue, che torna sempre al punto di partenza, e riscopre una saggezza sul tempo che passa, sul concetto di vecchiaia non solo dello spirito ma di una nazione intera in una seconda parte che è tra i momenti migliori partoriti dal cinema americano negli ultimi 25 anni almeno. Un gangster movie che si rifiuta di esserlo, un melodramma sulla lotta per il potere che assume i contorni di una telenovela sull’amicizia virile. Un capolavoro sul quale Netflix ha giustamente puntato, rimanendo scottata (notte infausta per il colosso, che torna a casa con zero premi su 24 nomination, ma forte della sua posizione all’interno del mercato). Su Joker, infine, poco da dire: il premio (sacrosanto) a Joaquin Phoenix è sostanzialmente un riconoscimento che si estende anche a regia e sceneggiatura, seppur non con la stessa forza, e lui bravissimo ad approfittare della sua posizione per un discorso sentito e commovente sulla mobilitazione politica attiva (altro che il banale elenco di ringraziamenti di Renée Zellweger); mentre per Storia di un matrimonio molto probabilmente non si è voluto dare il giusto riconoscimento a quello che è un Woody Allen 2.0 (Noah Baumbach), e il ruolo di Laura Dern serviva a mettere d’accordo tutti e a non lasciare a mani vuote una pellicola davvero clamorosa.

Scongiurato il pericolo #OscarSoWhite (tra i premi a Bong e quelli a Taika Waititi per la sceneggiatura di Jojo Rabbit e Hair Love per il corto animato), rimane aperta la discussione intorno agli #OscarSoMale, ma qui il problema non è da rintracciare direttamente all’interno dell’Academy (che infatti premia Hildur Guðnadóttir per la colonna sonora), quanto nei corridoi degli uffici degli executive producer, nei meandri delle sale degli studi di distribuzione; se un film come Joker ottiene 3mila sale in Nord-America e Honey Boy di Alma Har’el viene acquistato da Amazon per una distribuzione limitata a poche sale, mentre altre registe come Greta GerwigLulu Wang rimangono una minoranza, si può certo dire che ancora non viene garantito a tutti il medesimo spazio o punto di partenza, e difficilmente nei prossimi anni questa sproporzione vastissima potrà essere colmata (a questo punto perché non istituire la categoria femminile per la regia come per gli attori?).

L’abbattimento del taboo del Miglior Film a una pellicola non in lingua inglese, ricollegandoci al discorso fatto in apertura, non è affatto un’ammissione di colpa, un complesso di inferiorità degli americani in questa fondamentale tappa stagionale. Tutto il contrario. È il tentativo di assimilare anche ciò che fino a poco tempo fa rimaneva d’élite (il film sottotitolato, ossignur!). E infatti è già in cantiere la serie tratta da Parasite, firmata dallo stesso Bong in coppia con l’americanissimo Adam McKay.

P.S.: Se non altro c’è un pezzettino d’Italia anche in sud Corea (vedi sotto).

10 febbraio.Oscar 2020

Posted by Gianni Morandi on Monday, February 10, 2020