Disappears

Dal post-punk teso, chitarristico e venato di reiterazioni kraut alle smaterializzazioni ectoplasmiche di matrice avant-rock il passo è breve, almeno per i chicagoani Disappears. Formati sul finire del decennio scorso da Brian Case, già perno della scena cittadina coi debordanti The Ponys e con quell’ipotesi di band di culto che furono i sottovalutati 90 Day Men, i Disappears, nella loro prima incarnazione, vedono a completare il quadrilatero, Graeme Gibson, Jonathan Van Herik e Damon Carruesco.

Un paio di 7”con artwork che rimanda al 1968 Delay dei Can a segnare le traiettorie della formazione, e nel 2009 arriva la firma con la storica Touch’n’Go, che appronta l’album di debutto, prima di dover rinunciare a causa di un ridimensionamento. Lux esce così per la concittadina Kranky nella primavera del 2010, così come il successivo Guider nel febbraio del 2011. Una doppietta che mette subito in chiaro come tra le stelle polari del quartetto vi siano ovviamente i Can, specie del primo periodo, le derive più dilatate del kraut cosmico, la psichedelia dura inglese di Spacemen 3 e Loop, quella più nuova, di qua e di là dell’oceano, di Moon Duo, Wooden Shjips e Warlocks: in una battuta, quaranta e passa anni di tendenze psych trasversali per geografia e modalità esecutive, elaborate con l’insano gusto per «ripetizioni strumentali ossessive, ritmiche quadrate e reiterate allo sfinimento, voci catacombali e una sensibilità oscura che spesso se non sempre ammanta i brevi pezzi di una coltre dark piuttosto evidente».

Una fitta attività live certifica l’apprezzamento per le sonorità del quartetto e, soprattutto, l’ingresso dapprima in tour e poi in pianta stabile di uno Steve Shelley di sonicyouthiana memoria, che attira l’attenzione di un pubblico più ampio, prossimo all’essere orfano della storica band newyorchese. Pre-Language, registrato proprio all’Echo Canyon West Studio dei Sonic Youth con missaggio di John Congleton e pubblicato nel 2012 sempre per Kranky, continua sulla falsariga dei precedenti, ma “inasprisce e screzia di asperità post-punk metronomiche e marziali”, un sound che comincia a mostrare più evidenti tratti personali. La permanenza di Shelley dietro le pelli dura però lo spazio di un disco e un paio di tour, dato che alla fine del 2012 il batterista newyorchese lascia la band per imprecisati dissidi e viene sostituito da Noah Leger.

Il 2013 diviene così l’anno chiave per i Disappears. Da un lato si chiude un cerchio e dall’altro si inaugura una seconda, eccitante vita. A testimoniare questo spartiacque sono due “singoli”, pezzi minori che però finiscono con l’assumere molta importanza, se messi a sistema con le produzioni maggiori. Il primo è un 7” doppio lato A edito dall’inglese Sonic Cathedral – estensione del club inglese devoto a shoegaze e psychedelie varie – e condiviso coi Cloudland Canyon, formazione americana d’area simile e con album su Kranky, Tee Pee e Holy Mountain. Kraftwerk? Ya Bitte! lascia poco spazio all’immaginazione, essendo formato da due cover della band tedesca: Trans Europe Express per i Disappears, Radioaktivität per i sodali. L’altro pezzo piccolo del 2013 è Kone, 12” autoprodotto su Disappears Records, e segna ciò che di lì a poco saranno i Disappears del secondo periodo: nella title-track (riproposta anche in modalità edit) e in Kontakt assistiamo ad una disidratazione del suono, a dilatazioni abnormi di bassi dub, a stratificazioni di riverberi e materializzazioni di oscure profondità post-industriali su cui probabilmente hanno influito i traffici con la “nuova elettronica” compiuti nel mentre da Case con gli splendidi Acteurs.

Era (Kranky, 2013) riprende il discorso dei precedenti, ma non è immune dal morbo di Kone: le strutture restano ancorate alle coordinate post-punk e kraut-rock (l’ossessività monocorde di Power), ma le sonorità cominciano a sfaldarsi, le atmosfere a farsi caliginose e il groove oscuro, a metà tra il dub più cavernoso e il grigio più industrial, a prendere il sopravvento. I 9 e passa minuti di Ultra sono più che un architrave per il disco in questione e per le svolte future del quartetto, così come la conclusiva, scarnificata e indolente New House è più di un presagio.

Viste queste premesse e passati due anni a perfezionare un sound che è quasi antitesi degli elementi iniziali della band, che Irreal (Kranky, 2015) rasenti la perfezione del capolavoro è quasi automatico. Come si dice in sede di recensione, sembra quasi che «l’anima ‘Kranky’ finora celata dietro quella più corposa e chitarristica, prenda il sopravvento sullo spessore, essiccando le sonorità» di un disco nero-pece che vede in This Heat e Cabaret Voltaire, nelle sperimentazioni di outsider come i Liars, nel funk bianco di fine settanta e nel dub più amato da certa grey area inglese (si pensi a Broadrick o Mick Harris per fare due nomi), i termini di riferimento.

Il 20 novembre 2015, la band dà alle stampe Low, Live In Chicago un live album pubblicato su cassetta in edizione limitata e realizzato dalla Maple Death di Jonathan Clancy e in collaborazione con Sonic Cathedral. Il disco contiene l’esecuzione integrale dell’iconico album di David Bowie al Museum Of Contemporary Art di Chicago dalle registrazioni avvenute a novembre del 2014 all’interno della rassegna Bowie Changes nella quale alcuni musicisti hanno reinterpretato la discografia del Duca Bianco in occasione dell’apertura della mostra David Bowie Is.

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