Dopo aver chiuso la nostra classifica ufficiale del 2016 relativamente alla redazione e allo staff di sentireascoltare, vi presentiamo quelle dei singoli collaboratori, ognuna accompagnata da un testo di riflessioni e pensieri riguardo all’annata appena trascorsa. Di seguito quella di Fernando Rennis.
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Orfani, ma con un futuro davanti a noi. Potrebbe essere definito così questo 2016 alieno e frammentario. Populismi alla ribalta, Brexit, elezioni presidenziali statunitensi e referendum italiano hanno dato un’idea, in ambito politico, di quanto quest’anno sia stato un lungo periodo di transizione. Anche in musica abbiamo assistito ad un passaggio da una generazione a un’altra. La vecchia, quella che ha rimescolato per sempre i canoni del pop (David Bowie e George Martin, solo per citarne alcuni), ha posto come condizione al proprio testamento la necessità della memoria. La nuova, quella che si è affacciata in questi anni, raccoglie il testimone reagendo tramite due moti uguali e diversi: uno punta a preservare il ricordo e l’altro a ribaltare le regole del gioco per evitare che sia tutto un piagnisteo infecondo, una retromania vuota e fine a se stessa.
Dolore è stata una delle parole chiave dell’annata: la lunga malattia fisica di Blackstar, quella mentale di Total Depravity, così come il gravissimo lutto che permea Skeleton Tree, hanno immerso questi album nell’oceano dell’eternità, rivestendo l’enorme qualità e il racconto autobiografico con un intimismo struggente. La politica, o meglio l’impegno politico, è stato altrettanto sintomatico: il socialismo glocalizzato di The Hope Six Demolition Project, e l’ambientalismo e la “caccia alle streghe” di A Moon Shaped Pool ne sono testimonianza. La sublimazione di questo concetto, però, è certamente Sirens, dove la dimensione collettiva è permeata dalla Storia, intesa come successione di eventi importanti, e dalla storia intesa come esperienza personale. Rientra in questo ambito anche quel manifesto culturale tutto italiano ma dal respiro internazionale che è Isolation Culture. L’identità, infatti, rappresenta un altro fattore chiave attraverso il quale razionalizzare il 2016: quella sbattuta in faccia da una necessità di auto-affermazione di My Woman, quella più personale, di gender, di Hopelessness, e quella più riottosa di Adore Life. Ma la cristallizzazione è avvenuta anche in Blonde, in un Konnichiwa che ha portato il grime a riconoscimenti importanti, in un Lemonade dove visual e audio si contendono la platea e in un Love & Hate dove il discorso diventa razziale. La necessità di fermare la propria identità nel tempo rappresenta anche il lascito alla fine della propria esperienza di vita, come è accaduto nel caso di You Want It Darker.
Luci dal futuro, interessanti e affascinanti, sono quell’Utopia Defeated così policromo e ipnotico e Shine, un disco dalle tantissime sfaccettature. In Italia queste scintille portano il nome di Born In The Woods e di The Mountain Man. Nel nostro Paese, poi, il contrasto tra cantautorato ed elettronica è diventato una nuova forma di espressione che ha trovato in Aurora e in L’Ultima Festa i suoi migliori esempi, senza dimenticare quell’agrodolce diario dall’Urbe scandito da decenni che volgono al termine che è La Fine Dei Vent’Anni.
Come ogni fase di transizione si avverte più paura per il presente e si ha bisogno di più fiducia nel futuro; c’è un modo per sfuggire a questa routine: fermare il tempo, fregarlo perdendoci in quello che è stato e, per poco, ancora sarà. Sospesi tra una stella oscura e un albero di ossa.
01. David Bowie – Blackstar
02. Nick Cave & The Bad Seeds – Skeleton Tree
03. Radiohead – A Moon Shaped Pool
04. ANOHNI – Hopelessness
05. Frank Ocean – Blonde
06. Nicolas Jaar – Sirens
07. Beyoncé – Lemonade
08. PJ Harvey – The Hope Six Demolition Project
09. Savages – Adore Life
10. Leonard Cohen – You Want It Darker
11. Skepta – Konnichiwa
12. Angel Olsen – My Woman
13. His Clancyness – Isolation Culture
14. D.D Dumbo – Utopia Defeated
15. The Veils – Total Depravity
16. Money – Suicide Songs
17. The Avalanches – Wildflower
18. Michael Kiwanuka – Love & Hate
19. I Cani – I Cani, Aurora
20. James Blake – The Colour In Anything