Dopo i fasti dello scorso weekend in cui spiccavano gli album di Black Country, New Road e Puma Blue, ma anche quelli di John Carpenter e Roy Montgomery, abbiamo un weekend piuttosto risicato da un punto di vista delle uscite discografiche, ma il buono e anche l’ottimo di certo non mancano.
La produzione più importante e attesa del mazzo viene dall’universo grime, hip hop e drill, ed è quella firmata da slowthai: il rapper britannico torna a distanza di due anni dal folgorante esordio Nothing Great About Britain con il proverbiale disco pieno di collaborazioni importanti e un’apertura maggiormente improntata alle sonorità statunitensi. È un po’ il suo A Grand Don’t Come for Free – dunque un disco più pensato, prodotto e ponderato – anche se il concept da queste parti si risolve in una semplice divisione a mezzo, con un primo lato in cui trovano posto pezzi più frontali e “rappusi” e il secondo maggiormente improntato sulle riflessioni e alle emozioni. I singoli killer, come abbiamo già sentito nei brani che ne hanno preceduto la pubblicazione, non mancano: il brano con Skepta è ottimo così come quello con James Blake. Il migliore forse è nhs, che parla d’avidità, e qui torniamo appunto in un territorio The Streets, ma sempre a livello di ethos perché, come si sa, il ragazzo rappa più come un cugino dei Cypress Hill o un gemello diverso di Danny Brown, che come Mike Skinner, anche se entrambi comunque tengono alla componente parlata del flow.
Restando in UK abbiamo il ritorno dei Django Django. Il quartetto londinese arriva al suo quarto disco – Glowing In The Dark – tirando dritto verso l’art pop che gli è già valso una nomination al Mercury Prize del 2012. Fresco e rovente, vintage e futurista, tra synth, grandi melodie pop, ritmi esotici e chitarre impolverate di sabbia del deserto, il ritorno della band è più che convincente, afferma Fernando Rennis in sede recensione, e a questa vi rimandiamo per l’ascolto e l’approfondimento di rito.
Dall’Italia abbiamo il gruppo d’uscite più folte del WE: c’è Gazzelle con OK, la cui produzione a cavallo tra itpop, hip hop e un unplugged da cartolina formato 90s porta ad un’altra manciata di pop song peterpanesche dal residuo fisso Oasis. Niente di nuovo sotto il sole. Le preferiamo il romanticismo intinto nel soul e un pizzico di trip hop di Carota, il capitolo numero 3 del progetto ad personam de Lo Stato Sociale. Protagonista assoluto qui è Enrico Roberto, che si è avvalso delle rime di Willie Peyote in un brano e della produzione del duo Mamakass. E se l’è cavata più che bene.
Di tutt’altra e variegata pasta – fate conto che nell’attacco la chitarra sembra omaggiare Brain Damage dei Pink Floyd e più avanti c’è anche del beat / r’n’r – è fatto Un sogno di Maila, il disco di Amerigo Verardi. Ad ascolto concluso – scrive Zampighi – ciò che si apprezza non è solo il brano singolo, bensì il modo in cui il musicista riesce a condurti con grazia e cura in un mondo a prima vista esotico e nostalgico, ma che dopo un paio di ascolti trovi confortevole e nutriente. Anche Paolo Benvegnù ha un disco in uscita: dodici tracce in acustico registrate interamente dal vivo in un giorno d’inverno. S’intitola Delle inutili premonizioni Vol.1. Interessante anche il duo piemontese FLeUR che mescola droning, ambient e beat IDM in frantumi, chitarre e tastiere, in sette brani composti per opere teatrali e performance in gallerie d’arte durante il lockdown del 2020. Caring About Something Utterly Useless – questo il suo titolo – è dedicato alla memoria del cantautore Gwydion Destefanis, in arte Nebbiolo.
Nell’ambito di un rétro-soul che s’incunea bene nella contemporaneità che quest’anno ha già regalato il bel Introducing… di Aaron Frazer abbiamo Three Little Words, il nuovo album della musicista canadese Dominique Fils Aimè, un lavoro emotivamente ricco e altrettanto generosamente prodotto e mixato da Jacques Roy, che si avvale anche di una cover di Stand By Me di Ben E. King. E sempre da queste parti – anche se dobbiamo fare un salto temporale di trent’anni – abbiamo Straight Outta 1991, l’EP d’esordio come solista di Casta, ovvero Alessandro Castagnoli, ex Two Hicks One Cityman. Il suo nuovo progetto, ispirato da un viaggio a New York e portato avanti in compagnia del batterista Giorgio Caiazzo è un tuffo nelle rilassate produzioni r’n’b e (electro) funky dei 90s. L’unica uscita indie del mazzo è rappresentata da New Fragility dei Clap Your Hands Say Yeah, che tornano esattamente come ce li ricordavamo.
Lato singoli: Luca Roncoroni ha parlato della nuova produzione di Neffa con il feat. di Coez, Condor è il nuovo singolo di Roberto Angelini, Serpentine è il brano di Richard Barbieri, We’re Good di Dua Lipa, Atto I – Memoria del Futuro di Joan Thiele, Alieno è tratto dal nuovo album in uscita a marzo de La Rappresentante di Lista, che scalda i motori in vista di Sanremo 2021, mentre la cover di I Believe in You è stata pensata da Hand Habits.