Recensioni

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Terzo anno consecutivo per l’A Night Like This a Chiaverano, il festival di musica indie a due passi da Ivrea. La macchina organizzativa è oliata, i media ne parlano come di uno dei festival estivi da seguire (e alla fine si conteranno circa 2000 presenze), il bilanciamento del cartellone è in equilibrio tra nomi di richiamo internazionale e promozione di realtà emergenti e locali. La location è splendida e ha sicuramente larga parte nel successo della cosa, cinta da una parte – il campeggio – dal lago Sirio (sul pontile si tengono i concertini acustici del day after) e dall’altra dalla Serra, il boscoso trapezio morenico che fa da sfondo alle esibizioni sul palco – appunto – “delle Colline”.

Qualche problema tecnico nella zona concerti più piccola, il “Palco del Quieto Vivere” (salta la corrente mentre suonano i giovanissimi Yellow Traffic Light, da Torino), e un caldo bestiale (si sta come canditi in un panettone di vapore, orde di zanzare tigre Autan-proof incluse) non intaccano lo scorrere rilassato della manifestazione, che alla misura d’uomo addosso a cui è disegnata deve la sua specificità. Un amico commenta: “Sa un po’ di sagra di pase”. Ed è vero, ma nel senso buono. Lo spazio a disposizione è tanto, si può stare in piedi, ci si può sedere o sdraiare sul prato, si può stare nelle retrovie (l’amplificazione è ottima) o si può raggiungere tranquillamente la transenna del main stage, l’incastro tra i concerti sui tre palchi (l’altro è quello “dell’Esploratore”, all’interno del Pluriuso comunale) prevede qualche sovrapposizione, ma senza affanno (i palchi sono vicinissimi e non bisticciano l’uno con l’audio dell’altro). Non è difficile poi incrociare i musicisti, anche di edizioni passate (per esempio l’indigeno Cosmo e altri Drink to Me), in coda agli stand enograstronomici e scambiarci quattro chiacchiere.

Causa precoce senescenza, riusciamo a seguire solo una piccola fetta dell’offerta totale (le band sono più di venti, le ore di musica più di dieci). Del palco minore, postazione raccolta e accogliente assolutamente da non sottovalutare, seguiamo scampoli della one man band chillwave HRTBRK (losangelino di stanza a milano), dell’indie-roots dei lombardi Pocket Chestnut (ormai di casa ad ANLT) e del robusto blues del torinese Johnny Fishbone (al secolo Gionatan Scali). Del palco mezzano, i coloratissimi torinesi electro-psych Niagara e – in chiusura di giornata – il set dell’attesissimo Slow Magic, armato di laptop, mixer e pad, che attacca a effetto con Say My Name e prosegue con Girls (una specie di versione balearica di Guuurl di Lapalux), Hold Still (su corde più mountkimbieane), singoli che anticipano il secondo album (How to Run Away, in uscita a settembre), Corvette Cassette e Youths (dal primo disco, [Triangle], del 2012). Le produzioni di Slow Magic, downtempo chillwave/glo-fi andante con in testa Washed Out e Casa del Mirto, non sono particolarmente nuove, nuova non è la maschera alla SBTRKT, né l’anonimato primo-Burial, ma il suo set è efficace e trascinante – vedere i video che girano su Facebook – e bypassa l’acustica un po’ ottusa del Pluriuso.

Slow Magic @ANLT2014, ph. Ilaria Falli
Slow Magic @ANLT2014, ph. Ilaria Falli

Il palco grande attacca con l’indie chitarristico degli Wemen di Carlo Pastore, che ci avevano sempre dipinto come poco meno che infami e che invece sono stati dei buoni opener, e prosegue con i torinesi Nadàr Solo di Matteo De Simone (basso e voce), possibile incontro a metà strada – con i Muse come orizzonte massimo di un rock melodico e muscoloso – tra Teatro degli Orrori e Negramaro.

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Jonathan Clancy e compagni fanno quello che sanno fare meglio: canzoni pop agrodolci e sognanti, nutrite di indie della prima (tra le altre cose, Pixies) e seconda ora (tra gli altri, Strokes); sono ben scritte, ben arrangiate, ben interpretate, e il set scorre che è un piacere, riscaldando il pubblico per il filotto centrale della giornata.

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Anche i pesaresi Soviet Soviet fanno per bene le loro cose, ovvero un post-punk plasmato da mille riferimenti più o meno classici (dai Joy Division ai Placebo), evidenti ma mai sulla soglia della derivatività, con una sensibilità forte per il dancefloor, leggi chitarre secche e funkeggianti con il basso di Andrea Giometti a trainare il tutto.

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Gli Austra sono l’altro act internazionale più atteso. Sotto contratto con Domino, i Nostri sono sbocciati con Feel It Break nel 2011, esplosi nel 2013 con Olympia e freschi dell’EP Habitat. Guidato dalla voce di Katie Stelmanis, un po’ Karin Dreijer Andersson, un po’ Björk, ma senza asperità sperimentali, il loro pop electro e glitterato, con in testa e negli occhi gli anni Ottanta, un po’ Bat for Lashes, un po’ Florence and the Machine, è ben condotto, teatrale e gioioso.

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Chiudono i Soft Moon, ovvero Luis Vasquez e aiutanti, da Oakland. Accasati su Captured Tracks, basta questo dato per inquadrarne riferimenti e suono, ovvero un post-punk denso, scuramente psichedelico, screziato da spigolosità industrial. Dal vivo Vasquez sottolinea molto la componente ritmica e percussiva – a tratti tribale – e cinematica dei suoi quadretti claustrofobici.

Si chiude, stanchi, appiccicaticci, ma contenti, con i tre dj set dei torinesi Mobbing Party, degli eporediesi Game On e dei milanesi No Problems.

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