• set
    22
    2014

Album

Warp Records

Add to Flipboard Magazine.

Dove eravamo rimasti? Risolte le vertenze economiche con l’ex moglie (ma sì, facciamo finta che sia questa la causa della lunga attesa: quel tocco di sordidezza che, mischiato alla nerdiness – gli annunci criptici via deep web, la lista delle 137 apparecchiature utilizzate, elencate ad uso ed abuso dei fan ossessivo-compulsivi – e all’ironia ghignante – elemento fondamentale della brand equity del “most celebrated and influential electronic fartist”, citando la più spassosa press release di tutti i tempi – definisce i tratti caricaturali del personaggio, così come dipinto dalla vulgata mediatica), Richard D. James può finalmente tornare a pubblicare utilizzando il suo moniker principale.

Lasciamo da parte la campagna di lancio imponente e creativa, gestita in maniera impeccabile da Warp sia strategicamente che a livello di implementazione, che ha ingigantito le già grandi aspettative (e generando come naturale side effect fastidi e risentimenti a priori), ma che ha rappresentato il giusto investimento per il ritorno sul mercato dell’artista/marchio più importante della label di Sheffield, a tredici anni da Drukqs. Non soffermiamoci troppo neppure sul preciso concept paratestuale incentrato sulla trasparenza (fisica e informativa) dei codici, anzi cogliamone il suggerimento: andiamo dritti e concentriamoci sulla musica, che basta e avanza.

C’è chi per SYRO ha già parlato di mancanza di innovazione: è vero, ma ciò non toglie che siamo di fronte ad un album maiuscolo. La musica contenuta in SYRO è assolutamente sulla stessa lunghezza d’onda di quella pubblicata da James nel periodo 2004-2007 per la sua Rephlex: sono tante le risonanze recuperabili andando a scavare tra le oltre quattro ore e mezza della serie Analord, ma soprattutto nelle due uscite del 2007 a nome The Tuss (l’LP Rushup Edge scritto e prodotto da una fantomatica “Karen Tregaskin” e l’EP Confederation Trough del “fratello gemello” Brian), che proprio per il fatto di non aver voluto/potuto essere firmate Aphex Twin non hanno mai ricevuto l’attenzione che avrebbero meritato al di fuori della cerchia degli iniziati (ah, il potere del brand!).

L’arroccamento nell’analogico non rappresenta peraltro un limite, tutt’altro. Questi sessantaquattro minuti e rotti suonano come autorevole endorsement dell’attuale ritorno retromaniaco alle sonorità faticosamente ricavate dal fai-da-te sull’hardware e sugli effect box, reazione più che giustificata di fronte all’usa-e-getta dell’imperante EDM contemporaneo. Ma soprattutto permette a James di flettere i muscoli del fuoriclasse e di confermare il titolo di Signore delle Macchine: la padronanza dei mezzi è totale e del tutto asservita allo sviluppo di idee musicali inventive e talentuose (ma spendiamolo pure, l’aggettivo più aphexiano di Aphex: geniali), caratterizzate da una accessibilità melodica e allo stesso tempo da una complessità architetturale che promettono piacevoli scoperte ad ogni ulteriore ascolto. Se si deve trovare un difetto a SYRO, lo si trova in ciò che di solito viene visto come pregio: una compattezza di intenti, di mondi evocati, di private effusioni ma anche di trucchi e ammiccamenti tirati tutti fuori dallo stesso armadio, nonostante la sterminata strumentazione impiegata (come diceva sua madre, ovviamente nel Mummy Mix di Come to Daddy: “You’ve got so many machines, Richard“. E comunque nella lista non compare la 303!). Malgrado l’accorta costruzione della tracklist (con i bpm che tendono a salire dai 120 delle prime tracce ai 164 della penultima, prima del bucolico finale a 102), la consistency dell’album rischia di lasciare per strada gli incauti. Non è un disco da fast food: pretende attenzione ma restituisce emozione. Astenersi perditempo.

Le prime due tracce erano già note, reperti non ufficiali suonati live e finora conosciuti con i nomi delle location dei loro primi ritrovamenti: ora, “debootlegizzate”, possono sprigionare tutta la loro complessa bellezza, tra linee acide e vocoder. Di Minipops 67 [source field mix], il singolo apripista svelato prima dell’uscita ufficiale (e finora conosciuto come Manchester Track, datata 2007, e suonata almeno anche a Singapore nel 2011), si è già detto tanto. Per ricchezza di spunti e personalità la traccia è sinopsi perfetta dell’album, micromondo armonico che contiene il suo contenitore: i “gemelli Tregaskin” che escono con i Boards Of Canada in un pub fuori mano della Cornovaglia. XMAS_EVET10 [thanaton3 mix] è la Metz Track (2010): circa dieci minuti di tastiere “pitchbendate” e bassi zigrinati per una (in)quieta vigilia di Natale, dove svisate eighties alla Ian Hammer si sovrappongono ad un lavoro ambient non selezionato proveniente dal mondo SAW2, e a cui si aggiungono voci provenienti da vari mondi, bellchimes, il ticchettio del pendolo di casa, liquide tin drum.

Con produk 29 prosegue il trip fusion, con atmosfere afrofuturistiche frammiste a visioni psichedeliche acid funk: Aphlying Lotus! Un sample vocale rubato galleggia nello spazio, aggiungendo non-senso: “…like, we were in that club… fu**ing house… disgusting… fu**ing whore…”. 4 bit 9d api+e+6 (traccia anch’essa già precedentemente comparsa in un live set aphexiano: dicembre 2007, All Tomorrow’s Parties, Minehead) cortocircuita tre decenni di musica elettronica: melodie euromantik à la Kraftwerk (seventies), hip hop hancockiano (eighties) e memorie IDM (nineties). Gli anni Novanta, stavolta nel loro assetto rave, sono presi a pretesto anche in 180db_ , l’anello debole dell’album, dove l’hoover sound viene rallentato, sezionato, de- e ri-strutturato sopra un dritto breakbeat a 130 bpm. CIRCLONT6A [syrobonkus mix] ci ricorda da dove necessariamente vengono le nuove leve grime 2.0 e PC Music, ma con una tessitura sonora così complessa e densa da rendere improponibile ogni paragone. Dopo fz pseudotimestretch+e+3, giochino di prestigio geek di un minuto, CIRCLONT14 [shrymoming mix] è acid drill nervoso ma non nichilista, con giri melodici che non si bagnano mai due volte nello stesso fiume, assoli di tastiere che il wah wah rende espressive, canti ipnotici, e master finale in drum programming. Con syro u473t8+e [piezoluminescence mix] torniamo in territorio funky fusion. Una voce femminile (l’attuale moglie?) pronuncia un incantesimo (in russo?), e James si trasforma nello Stevie Wonder del periodo synth T.O.N.T.O. anni Settanta, ma in piena crisi di iperattività: una trentina di bpm in meno e ci troveremmo a casa di Todd Terje.

PAPAT4 [pineal mix] (già annotata in un live del 2011 a Singapore) e s950tx16wasr10 [earth portal mix] portano SYRO in ambiti già battuti (dagli Hangable Auto Bulb del 1995 in avanti): drill’n’bass e melodia, niente di nuovo ma niente di cui lamentarsi, con così tante idee dentro che altri ci avrebbero costruito un album intero. La traccia finale si accosta alle precedenti in puro stile Druqkschizofrenico: dopo la frenesia drill, la forza tranquilla di aisatsana (Anastasia allo specchio, riferimento personale come lo era Nanou 2). La finestra aperta sul giardino, il Disklavier che riproduce una minimalistica e risonante progressione armonica (la stessa utilizzata nella performance al Barbican Theatre nell’ottobre del 2012), Brian Eno annuisce e approva.

Con la pubblicazione di SYRO James tira una linea sul suo (recente) passato, prima, si auspica, di ripartire.  Come fare le pulizie di primavera in un’ala del castello di Xanadu. Ciao Richard, piacere di riconoscerti.

14 settembre 2014
Leggi tutto
Precedente
Karen O – Crush Songs Karen O – Crush Songs
Successivo
LV & Josh Idehen – Islands LV & Josh Idehen – Islands

album

album

recensione

recensione

artista

Altre notizie suggerite