• set
    09
    2013

Album
AM

Domino

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Che soddisfazione cogliere un frutto dall’albero ed accorgersi che è bello maturo. Il quinto disco degli ormai ex-enfants prodiges inglesi, che dopo l’esordio folgorante hanno in qualche modo faticato a riproporsi con un album all’altezza delle loro vere potenzialità, centra finalmente il bersaglio.

Favourite Worst Nightmare, uscito sull’onda dell’entusiasmo del primo album e nel mezzo dello sciagurato periodo nu-rave, suonava rattoppato ed affrettato, mentre Humbug era più interessato alla ricerca spasmodica di quel sound indie-heavy, che a sfornare canzoni veramente memorabili. Per non parlare dell’ultimo Suck It And See, che conteneva sì piccole gemme indiscusse (Reckless Serenade, That’s Where You’re Wrong), ma nel complesso suonava sfilacciato, spaccato a metà tra ambizioni stoner – mai realizzate – e tentativi pop nella tradizione puramente Brit. Tutti i passi di una band che sapeva dove voleva andare, ma stava cercando i giusti mezzi per arrivarci.

Ed arriviamo ad oggi, AM. Che sia l’acronimo della band, un’indicazione temporale oppure un’affermazione esistenziale, poco importa. Quel che conta è che questo nuovo lavoro suona diverso dai precedenti ma in qualche modo ha il sapore di un ritorno a casa, a quei testi impregnati di poesia urbana e romanticismo agrodolce ormai trademark di Alex Turner, a quelle percussioni ossessive e avvolgenti che hanno valso una buona reputazione a Matt Helders, alle melodie appiccicose e sature di chitarre galoppanti. Ma questa volta c’è qualcosa in più di un ritorno alle origini: l’aggressività di Whatever… è qualcosa che appartiene ai teenage years – nostri e loro –, con il focus tutto sui groove, la sensualità cocky e il sound perfetto. Josh Homme dei QOTSA, qui nelle vesti di guest vocalist in One For The Road e Knee Socks nonché di padre spirituale, l’ha definito – propriamente –  un ‘sexy after-midnight record’.

La progressiva americanizzazione della band, vuoi per l’intesa con Homme, vuoi per l’estensivo tour americano al fianco dei Black Keys nel corso degli ultimi due anni, ha portato una boccata d’aria fresca nella vena creativa dei quattro di Sheffield, e il risultato è un disco essenzialmente Brit nel sangue, ma abbastanza dosato per non sfigurare su entrambe le sponde dell’oceano. R U Mine?, primo brano a circolare già a partire dallo scorso anno, ne è probabilmente la testimonianza, con quell’incedere bluesy e quel chorus strappato ad un Marvin Gaye col giacchetto di pelle. Difficile resistere. Non solo testi sex-oriented, ma anche un crooning che diventa più rotondo, maturo, più vicino al suo role-model Scott Walker di quanto lo sia mai stato con i Last Shadow Puppets, pur mantenendo quell’incedere quasi rappato che lo contraddistingue. Ci aveva avvisato Alex, dicendo che AM avrebbe suonato come un beat di Dr.Dre, e sentendo i drum beats di Helders e il basso tenebroso di O’Malley, il paragone sembra tutto sommato calzante. Non che l’hip hop sia una novità nelle influenze del gruppo, basta riascoltare uno qualsiasi dei pezzi dell’esordio per accorgersi quanto la struttura hip hop abbia da sempre influenzato il modo di scrivere di Turner. Una svolta precisa e, possiamo dirlo, azzeccata, nell’economia di un disco del genere.

Do I Wanna Know?, dal groove quasi furtivo, suona come se volesse intrufolarsi di soppiatto tra le nostre gambe e farci battere il piedino, salendo poi all’altezza del bacino giusto in tempo per Arabella, col ritornello à la Jack White sbarazzino e le chitarre acide quanto basta per ricordare anche certi passaggi dei Foo Fighters. Occhi chiusi per la ballata morbidona che gli Arctic non si fanno mai mancare: No.1 Party Anthem, tra fantasmi lennoniani e sing-along à la Albarn, è un vezzo che stavolta gli si perdona facilmente. C’è anche spazio per l’omaggio ai Velvet Underground di Sunday Morning con Mad Sounds (e Pete Thomas alla batteria), mentre il singolo Why’d You Only Call Me When You’re High? riprende bene le atmosfere notturne ed alcoliche che permeano tutto il disco. E che dire di I Wanna Be Yours, il cui testo è tratto da una poesia dell’inconfondibile poeta punk e leggenda John Cooper Clarke? Chiusura perfetta.

Un gran bel ritorno, questo AM. L’istantanea di una band che, a spallate, si sta facendo largo tra i grandi classici dei nostri tempi, intelligente e furba quanto basta per saper piacere senza svendersi. Archiviati i brufoli e le sfuriate giovanili, questa è probabilmente la più bella sbronza mai presa in loro compagnia. 

15 settembre 2013
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