Recensioni

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Baauer chi? Ah, quello di Harlem Shake. Meglio rassegnarsi, ogni recensione su questo disco che verrà scritta inizierà grosso modo così. Smarcarsi dall’etichetta di one-hit wonder non è mai troppo facile, ma Harry Rodrigues ci prova disperatamente. Disconosciuta e definita «annoying as fuck» la traccia che lo ha portato al successo nell’ormai lontano 2012, il producer newyorkese tenta di dimostrare al mondo di avere ancora tanto da dire con un album di debutto che sembra però smentirlo già dalle premesse: annunciato, posticipato, ritardato e infine pubblicato dopo ben quattro anni di gestazione, e composto da ben 13 tracce per appena 34 minuti complessivi (con solo due pezzi oltre i tre minuti e mezzo di durata, e nessuno sopra i quattro), su tutto il disco aleggia una perenne sensazione di incompiutezza e di “non finito” (che però in questo caso non ci sentiamo di sublimare definendola “buonarrotiana”, come avevamo fatto, ad esempio, in occasione dell’ultimo Nosaj Thing).

Discontinuità e frammentarietà sono da sempre state l’incostante costante che ha caratterizzato la vita di Rodrigues: nato a Philadelphia da padre portoghese e madre ebrea con origini austriache, ha passato la sua infanzia e adolescenza tra Germania, Regno Unito e Usa, dove attualmente risiede. Questa eterogeneità cosmopolita è evidente anche nella musica di Baauer, perennemente in bilico tra Europa e America a costruire un immaginario ponte tra Glasgow Sound (sentendo il disco vedrete Hudson Mohawke salutare con la manina in più di un’occasione) e non troppo attuali strascichi di EDM d’oltreoceano. Il tutto, come prevedibile, è messo qui al servizio di un’estetica sonora tipicamente LuckyMeSophieRustie e il già citato HudMo riecheggiano spesso, ma a Baauer sembra mancare il mordente decisivo per affondare definitivamente il colpo, a differenza dei citati colleghi. Muovendosi abilmente e consapevolmente tra tanti paletti (hip hop, morbidezze più housey, grime, qualche timido sussulto EDM) ma senza voler pestare mai i piedi a nessuno, il tanto sospirato primo LP risulta un compitino ben fatto ma senza particolari scintille.

La scaletta appare nettamente bipartita tra una prima parte in proprio da producer “puro” e una seconda dove Rodrigues si traveste da beatmaker cercando di far fruttare al meglio le succulente e prestigiose ospitate che è riuscito a guadagnarsi con gli strascichi di notorietà raggiunti grazie al tormentone viral. A fronte di un paio di potenziali buoni singoli, manca sicuramente il “pezzone” che ti faccia definitivamente saltare dalla sedia. Peccato, perchè leggere M.I.A. e Pusha T tra gli ospiti presenti aveva scatenato sicuramente acquoline golose. Temple e Kung Fu sono infatti i due episodi più riusciti del lotto, ma anche a loro sembra mancare quel guizzo capace di farli assurgere a passaggi memorabili senza riserve. Grida vendetta infine il povero Rustie, relegato ad una fugace comparsata da un minuto e mezzo di outro seguìta da una brevissima title track inutile e anche un po’ molesta, giusto epilogo di un esordio che ha tutto il sapore della classica occasione sprecata, ma non del tutto. Il definitivo passo oltre Harlem Shake è stato fatto, speriamo ora in un po’ più di coraggio per la prossima volta.

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