• Feb
    04
    2014

Album

We Were Never Being Boring Collective

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Il primo disco si chiamava Cold e aveva i suoni secchi e gelidi della steppa del nord; aveva gli echi di decenni lontani della musica wave, sfumati di shoegaze e velatamente misterici. Il secondo disco – che è sempre il più difficile della carriera di un artista – si chiama invece Earthbeat e ha il cuore caldo e il ritmo scandito dal battito della terra; e su quella desolata terra ha i piedi piantati fino all’osso, con un gusto più esotico, fatto di riti tribali e, soprattutto, di una raggiunta maturità.

È giusto sottolineare questo contrasto, che, si badi bene, non segna una svolta nel sound dei Be Forest (sempre giocato su chitarre riverberate e ritmi tra wave e shoegaze), ma evidenzia – fin dalla copertina, fatta di un colore opposto a quella del disco d’esordio – il cammino artistico dei quattro (al trio si è aggiunto Lorenzo Badioli ai synth). Un cammino che li ha visti attraversare dignitosamente la dark wave di marca 4AD (Cocteau Twins e Dead Can Dance), il revivalismo 80s (Editors, Interpol), il punk rock di matrice più scura (Siouxsie, Christian Death), le tendenze rumoristiche dei 90s (My Bloody Valentine, Slowdive), sempre con un occhio alle ultime tendenze (The XX, Purity Ring, Grimes, Is Tropical ma anche Bon Iver, Devendra Banhart o Lykke Li). Ed proprio quest’occhio pretestuoso e tendenzioso verso i trend più in voga nel mondo indie – che ad alcuni potrà apparire un po’ para-cool – che, in fin dei conti, fa della giovanissima band pesarese un radar attento e preciso, un crocevia interessante, un credo potenziale del gusto italiano, finalmente pronto – come si dice già da tempo – a fare il salto nel panorama internazionale. 

Se Cold era costruito su tracce di esistenza, Earthbeat è incentrato sulla coesistenza (solo per citare il disco degli XX, forse il più palese referente nelle tracce di Earthbeat). La coesistenza equilibrata dei livelli di scrittura, ad esempio. Per la prima volta si dà agli arrangiamenti il peso che meritano: certo, è sempre un sound minimale e del tutto interiorizzato, ma è gustoso scorgere alcuni brani strumentali o alcune parti delle canzoni in cui l’arrangiamento è veramente la base stessa della creazione estetica. Già, estetica. Perché ancora una volta, con i Be Forest, i conti tocca farli con la pancia e con tutti gli altri sensi, oltre che con l’udito.

Coesistenza sciamanica, appunto. Quella che fa incentrare il disco su un totem (Totem I e II), che evoca spettri e presenze (Ghost Dance) da far inabissare le inibizioni e stimolare danze tribali. Ma non solo questo. C’è anche coesistenza lucida: di ritmi e melodia, che in alcuni punti (Capured Heart) si fanno persino orecchiabili e soleggiati, complici forse un uso degli effetti più spensierato e un gusto tropicale (l’effetto flauto-traverso è gustoso) che sta prendendo piede un po’ ovunque (ricordiamo il caso M+A).

La dimensione del quartetto pare proprio la più adatta alle finalità di una band, che, diciamolo pure, avrebbe fatto un disco identico al primo, se quella chitarra fosse rimasta sola. Invece ci sono i synth al loro posto, un songwriting eccellente (in alcuni punti è difficile non pensare ai Mazzy Star), una voce – quella di Costanza – come al solito accennata e sensuale che tira in ballo, con lo stesso piglio, Nico e i Daughter. Resta un giudizio che è un po’ lo stesso che fu ai tempi di Cold: è difficile non rimanere ingolositi e affascinati, sia che si valuti Earthbeat un’esperienza di continuità con il panorama internazionale (con inequivocabile carenza di originalità), sia che si prenda la forza stratosferica e viscerale di questa operazione artistica.  

4 Febbraio 2014
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