Recensioni
Con il concerto del 20 giugno 2015 i Blur sono diventati la prima band a suonare per ben quattro volte nello storico Hyde Park, un traguardo mica male. Ci eravamo lasciati proprio qui il 12 agosto 2012, con Damon Albarn a guardare commosso la folla oceanica cantare il finale di The Universal, come un presagio della chiusura definitiva del sipario sulla carriera della band. Non solo non finì nulla, ma iniziò un nuovo corso per i quattro, fatto di tour mondiale e The Magic Whip, primo album dopo dodici anni pubblicato lo scorso aprile (e da noi recensito positivamente).
Ogni concerto nella loro “tana” ha ormai il sapore di un evento irrinunciabile, e mai come questa volta ce ne siamo accorti, visto il prezzo del biglietto (più di 100 euro). Che poi la vera colpa per l’avvento di determinate politiche sia di chi acquista il tagliando a certe condizioni, è un’altra storia, come dimostrato da alcuni commenti registrati dopo l’annuncio della data capitolina di Björk. Il problema è che con un prezzo del genere è obbligatorio aspettarsi da tutti – organizzazione, artisti, ecc… – un certo tipo di show, cosa che non si è realizzata pienamente in questa occasione. Si potrebbe iniziare parlando dei numerosi gruppi chiamati a suonare, che sono sembrati più un modo per giustificare il prezzo del biglietto. E pensare che solo tre anni prima, con trenta euro in meno, ci siamo goduti New Order e The Specials. Oppure potremmo parlare dell’orario riservato all’esibizione degli Horrors, di certo il gruppo principale dopo i Blur e assieme ai Metronomy, previsti per le quattro del pomeriggio. Per fortuna entrambe le formazioni hanno fatto la loro figura, con gli ultimi a dare una bella mano a scaldare la folla.

Nonostante tutto, la giornata è di quelle esaltanti, che ti riempiono di adrenalina sin dalla mattina. Un classico clima britannico accompagna tutti i presenti (il London Evening Standard parla di 60.000 spettatori, cifra un po’ deludente se si ripensa ai concerti reunion del 2009 e il già citato show di chiusura delle Olimpiadi di tre anni fa), dando vita a numerosi scrosci di pioggia che faranno da cornice fino a mezzora prima dell’entrata in scena dei Blur (alle 20.15). Se nel tour mondiale del 2013 l’intro è stata affidata a Theme from Retro, stavolta è il turno di un medley in stile carillon con la famosa Green Sleeves, una nursery rhyme e addirittura ‘O Sole Mio, in pendant con la curatissima scenografia a tema ice cream, copertina e concept del nuovo album.
Il warm up tour delle settimane precedenti a questa data aveva visto una discreta sperimentazione sulla scaletta, per affrontare al meglio Hyde Park, anche se ci sarebbe forse qualcosa da ridire sulla set list del giorno. Nessuno mette in discussione il fascino di classici come Parklife, This Is A Low, Beetlebum, Out Of Time, ma in una lista di ben 23 brani la presenza di sole cinque tracce provenienti dall’ultima fatica in studio (Go Out, Lonesome Street, Thought I Was A Spaceman, I Broadcast, Ong Ong) sembra un po’ stonare. Forse i Blur, ormai coscienti della loro caratura di semi divinità (per lo meno agli occhi dei fan) hanno preferito puntare sul sicuro, piuttosto che provare qualche via traversa.

È un vero peccato, perché le nuove tracce fanno la loro bella figura, come l’apertura della “coxonianissima” Go Out, o il crescendo incalzante di Thought I Was I Spaceman (che scivola magnificamente in Trimm Trabb), per non parlare del coinvolgente sing-along di Ong Ong. La band è in forma smagliante, e per un Graham un po’ sulle sue rispetto ad altre volte, c’è comunque un Damon in versione deluxe, a cui stavolta è piaciuto più del solito fare il simpatico portando di persona coni gelato – freschi di fabbricazione dal camioncino posto nelle retrovie del palco – alla prima fila. Albarn salta come un ossesso, correndo da una parte dell’altra dello stage e dimostrandosi ancora una volta abilissimo nel trascinare le folle nei momenti più muscolari (Song 2, Girls & Boys) e negli anthem da stadio (End Of A Century, To The End, Tender, For Tomorrow).

Un bel concerto, ma si sarebbe potuto fare di qualcosa più, portando la serata ad un livello superiore, aggiungendo qualche sorpresa che purtroppo non è arrivata. Per fortuna a premere sull’acceleratore hanno pensato le chicche di turno (già suonate nei concerti precedenti): A Trouble In The Message Centre, la sempre verde Badhead (fuori dalla scalette dal 2009), l’effervescente Stereotypes e soprattutto la magnifica He Thought Of Cars, forse il momento più alto. Brillante come al solito Tender, che vede la proiezione sullo schermo della frase “Love is the greatest thing” tradotto in numerose lingue, incluso l’italiano. Tutto si conclude, come da tradizione, con The Universal.
Se celebrazione doveva essere, non è stata (d’altronde parliamo di un gradino già raggiunto nell’estate del 2012) ma, nonostante tutto, la classica sensazione di soddisfazione che si prova dopo un concerto dei Blur non ce la toglie nessuno.
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