• Apr
    27
    2015

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Parlophone

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In un ottavo album dei Blur ci credevano davvero in pochi, soprattutto loro quattro. Ma come spesso accade, si mette in mezzo quel destino beffardo che in pochi attimi stravolge tutte le carte ancora prima di metterle sul tavolo.

Perché sì, The Magic Whip è frutto della casualità e delle circostanze. Certamente dal quel nefasto biennio 2002/2003 in cui Graham Coxon sbatté violentemente la porta, accompagnato o meno all’uscio, ultimamente le cose sono cambiate in meglio. Tra concerti sold out e anche la chiusura dei giochi olimpici di Londra, i Blur hanno dato alle stampe un paio di nuovi singoli (Fool’s Day e Under The Westway/The Puritan) come segno evidente di un’ascia effettivamente sotterrata. Ma da qui a un nuovo album di inediti, ce ne passava. Soprattutto a sentire Damon Albarn in quel flusso di coscienza continuo con la stampa, intento ad annegare con piacere nel suo narcisismo sfrenato: «questo è l’ultimo concerto, non ci sarà un nuovo disco, forse si, anzi no, chissà vedremo…».

Nonostante tutto, The Magic Whip è stato un fulmine a ciel sereno. Tutto è accaduto il 19 febbraio, giornata che verrà ricordata per il segreto musicale peggio custodito della storia: il Sun pubblica la foto della copertina di un gelato (che alla fine si scoprirà essere un disegno di Tony Hunt) con impressa una scritta in mandarino che recita il nome della band e il titolo del disco. «Dai non può essere, non possono essere tornati davvero» avranno pensato in tanti, e invece è tutto vero. Scatta un countdown sulle pagine social dei componenti della band, e a un tratto parte la diretta streaming da un ristorante cinese (non a caso, quello è il giorno del capodanno cinese) di nome Golden Phoenix, con lo storico speaker di BBC Zane Lowe a presentare l’entrata in studio dei quattro. Il resto lo sappiamo tutti: annuncio del nuovo album e data ad Hyde Park (l’ennesima), assieme a una chiacchierata generale sul disco.

Ma torniamo all’inizio, si parlava di “fato” e di “caso”, e ad essere sinceri non si potrebbe pensare altrimenti. The Magic Whip nasce grazie a un concerto annullato durante la permanenza dei Blur ad Hong Kong. Strano ma vero, la band decide di chiudersi per cinque giorni in uno studio della città (di nome Matrix), suonando soprattutto vecchie b-sides e dando vita a qualche jam improvvisata. Figuriamoci, niente di serio. E infatti dopo il successivo concerto a Jakarta, i Blur si prendono una breve pausa da loro stessi. Quelle jam devono aver impressionato Graham Coxon, dato che inizia a lavorarci su con insistenza, chiamando in aiuto una vecchia conoscenza del gruppo, Stephen Streeth. Damon non è troppo convinto – sia di Stephen che del materiale, nonostante annunci alla folla la scrittura di quindici nuovi brani – e in un primo momento dice di no, rivedendo la sua posizione più avanti. Il problema vero, per Albarn, è la mancanza di ispirazione nella scrittura dei testi, ma basterà un nuovo viaggio in Asia nel periodo natalizio del 2014 per mettere le cose a posto.

Le attese per questo disco erano davvero alte, nonostante la band non pubblicasse un album da quel Think Tank del 2003, da molti visto come l’ultima prova d’orgoglio di una formazione rimaneggata, da altri come il primo dei tanti sfoghi musicali presenti nella discografia di Albarn. I Blur hanno fatto nuovamente centro, senza troppi giri di parole. Probabilmente non è neanche azzardato dire che la band sembra tornata a quella unione di intenti degli anni d’oro del britpop, senza battaglie fraticide sul suono da dare al gruppo. Pare che tutti si siano dati una bella calmata. Te ne accorgi già dalla partenza sprint della traccia d’apertura, Lonesome Street, un tuffo carpiato nei fasti di Modern Life Is Rubbish e Parklife, con quelle schitarrate marchio di fabbrica di Graham tanto semplici quanto immediate, che ti fanno drizzare le orecchie sin dalle prime note. Il disco suona familiare, i riferimenti sono tanti e immediatamente percepibili: d’altronde Go Out non vi sembra una figlioccia di quel Blur targato 1997? Le distorsioni di Coxon in salsa lo-fi, il cantato ciondolante di Albarn su un testo malinconico pieno di frasi concise – «Dancing with myself, I get into my bed, I do it to myself» – o il ritornello di «oh oh oh» (un po’ Girls And Boys, un po’ London Loves).

Visto l’ardito lavoro in fase di produzione e composizione di Graham Coxon con Stephen Street, sarebbe facile pensare a The Magic Whip come a una creatura legata più al chitarrista, e probabilmente lo è, ma l’impronta di Albarn è spesso presente. Lo si capisce con New World Towers (uno dei tanti riferimenti ad Hong Kong sparsi all’interno dell’opera), in bilico tra Everyday Robots, il folk pastorale di Dr Dee e il side project The Good, The Bad & The Queen, pianoforte e stile cantautorale. Anche i rapporti di forza sembrano essere cambiati, con Albarn un po’ meno deus ex machina della band e più permissivo nei confronti di Graham. Di certo le relazioni sembrano essere simili a quelle di un tempo: My Terracotta Heart è la sentitissima dedica di Damon al vecchio amico, un brano così profondo nelle intenzioni da avvicinarsi alla struggente No Distance left To Run, «When we were more like brothers, but that was years ago…Is something broke inside you, ’cause at the moment I’m lost and feeling/ that I don’t know If I’m losing you again».

In generale è presente un senso di inquietudine che trasuda da quasi tutti i brani, come la marcia scandita dalle percussioni di Dave Rowntree (preciso come sempre, idem Alex James con il suo basso pieno di groove intelligenti) su There Are too Many Of Us, ispirata alla permanenza di Albarn a Sydney nel giorno della strage avvenuta a dicembre 2014, ma anche (come intuibile dal titolo) allo sconcerto provato dall’artista britannico di fronte alla densità altissima della popolazione di Hong Kong, o lo scenario apocalittico («‘cause the desert has approached the places where we heading») raccontato nella bellissima I Thought I Was A Spaceman, una progressione che parte dalla base soulful delle drum machine per arrivare ad un synthpop plastificato che precede la coda finale.

Ancor più oscura e pesante l’atmosfera sci-fi di Pyongyang, This Is A Low degli anni ’10 ma in salsa 13, e probabilmente la traccia più ricercata del disco, il cui testo sembra rappresentare una protesta contro Kim Jong-un: «And the pink light that bathes the great leaders is fading». Lo stesso Damon si è scagliato di recente contro una nuova generazione di musicisti «troppo impegnati a parlare di loro stessi senza pensare a cosa succede intorno a loro». Trascinante, invece, il beat hip hop di Ice Cream Man prodotto da Damon – in versione Daniel Lopatin pop – con GarageBand e ripescato dal suo laptop grazie a Graham. Più deludente la critica alla tecnologia (non un tema nuovo per Damon, che ne ha parlato in lungo e in largo nel già citato Everyday Robots) e ai rapporti sociali derivanti da essa di I Broadcast, un cazzeggio ibrido tra Popscene e M.O.R. a cui manca però il frizzante e il mordente necessario, e il giro di chitarra tremolante à la Arctic Monkeys fase AM nella traccia finale Mirrorball. Al contrario, gli echi spiazzanti dei Beach Boys in Ong Ong – cugina stretta di Young And Lovely – non possono che strappare un sorriso sincero, con il classico “la la la” nel ritornello che tanta fortuna avrà ad Hyde Park. Merita invece una menzione a parte Ghost Ship, ennesima dedica ad Hong Kong («I had to get away for a little while / but then it came back much harder») ma anche una dolce ballata d’amore, un episodio riuscitissimo dall’intenso sapore di classico, estremamente avvolgente nel suo andazzo reggae/funk, ma con la morbidezza e delicatezza dei Gorillaz di Plastic Beach, e manifestazione di una certa di dose di classe ancora presente nel DNA dei quattro.

Le paure per un passo falso, dopo una carriera di massimo rispetto, sono sfumate in un lampo, ma i Blur hanno fatto di più, dando vita a un disco certamente lontano dal capolavoro, ma più che buono, con qualche spunto interessante e momenti ottimi che non sfigurerebbero neanche negli album più celebri della discografia. Il tutto a ben dodici anni di distanza dall’ultimo lavoro, come se tutti i litigi, le incomprensioni e gli insulti fossero spariti di colpo con un semplice schiocco di dita. Chi lo sa, dopo tanto speculare forse potrà davvero essere questo il canto del cigno, un’opera che a posteriori appare necessaria, volta a rimarcare ancora di più i contorni sempre un po’ indefiniti della band e della sua idea di musica. Al contrario, noi non possiamo fare altro che alzare le mani e arrenderci: anche questa volta hanno vinto loro.

27 Aprile 2015
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