Recensioni

6.5

Il norvegese Magnus August Høiberg è un altro che ha fatto il saltino da Soundcloud producer a remixer e smanettone di lusso: uno che ora per il suo album d’esordio può cavalcarsi featurings con – per dirne due – The Weeknd e Ariana Grande, e che ha lavorato con Kanye West (ha co-prodotto Wolves), Charlie XCX e Tinashe. Autore di una miscela smaccatamente anni’10, il nome Cashmere Cat è ormai sinonimo di sintesi e sincresi di massimalismi pop; il piglio è quello del nerd consumato da ore di navigazione su siti di streaming dalle interfacce patinate, dove lo scimmiottamento iniziale degli stilemi mainstream è diventato oramai una cosa terribilmente seria, seppur nata come divertissement celato dietro a un sorriso travestito da emoji. La soluzione è data buttando nel calderone una marea di roba: scorie EDM, i bassoni di Girl Unit e giro Night Slugs, vocoderizzazioni post-kanyane, un po’ del Glasgow Sound  di HudMo e della LuckyMe (ma anche Rustie) a formare un ponte con la scena UK, il post-r&b di Ryan Hemsworth e del primo Shlohmo, la furberia di Diplo & company (Major Lazer), ammiccamenti nipponeggianti, un pizzico di Far Side Virtual, tanta proto new age zona Purity Ring, e potremmo andare avanti ancora molto.

L’altro grande riferimento, anche se il rispettivo primato temporale è sfumato, è il giro Pc Music con il suo hyper real pop zuccheroso e sintetico (e infatti tra le ospitate ecco Sophie). Laddove come detto qualche rimasuglio giappo rimane, Cashmere Cat sposta però il target dal k-pop al mainstream USA. Una direzione certificata già scorrendo la lista degli ospiti, tanti e altisonanti, anche se la paventabile ricerca della hit raffazzonata e pre-confezionata è scansata. Nessuno scivolone, un apprezzabile strumentale (Victoria’s Veil), qualche risaputa fumosità future r&b (il brano con Ty Dolla $ign); tutto sommato funzionano bene i flauti liofilizzati di Quit con Ariana Grande, così come il giuro muramaseggiante di Trust Nobody con Selena Gomez e Tory Lanez: singoli riusciti senza essere troppo paraculo, pop senza essere bangerz da grosso festival ed heavy rotation. Tutto qui. Høiberg ha ben chiare le sue coordinate di riferimento, i suoi mezzi e la sua direzione: si muove col pilota automatico, scintillante sì ma mai troppo necessario. Il disco scorre bene ma conquista pochino, ed ha il sapore del proverbiale compitino di rito senza infamia e senza nessuna particolare lode. Abbastanza per intrattenere, magari non per farsi ricordare molto.

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