Recensioni

7.4

Blurse = blessing + curse. Benedizione + maledizione, croce e delizia. Per il giovane saggio Chevel la vita non è bianca o nera, così come la techno non è solo corpo o testa.

Il primo album di Dario Tronchin pubblicato da Stroboscopic Artefacts (il sesto long playing per la label, il terzo per il trevigiano dopo Apply Within del 2012 per la sua Enklav e Air Is Freedom del 2013 per la spagnola Non Series) suggella ulteriormente la comunanza d’intenti tra l’artista e l’etichetta di Lucy (Tronchin e Mortellaro si conoscono da epoca pre-berlinese), testimoniata già nel 2010 con il primo EP della serie digitale Monad, e più recentemente con il 12” One Month Off (marzo 2014) e la traccia Alicia, ottima partecipazione alle celebrazioni per i cinque anni della label (nel Chapter IV dei cinque EP di Five Years of Artefacts – gennaio 2015), e già segnale degli sviluppi delle ricerche sonore del Nostro.

Nei quarantasette minuti di Blurse la cassa in quattro è presupposta ma non sbandierata, spesso e volentieri trascesa da intrecci di ritmiche provenienti da una delle più ampie tavolozze timbriche mai utilizzate in un album techno. Il lavoro sulle percussioni, ovviamente digitali ma con forti connotazioni organiche, di volta in volta più legnose (The Windrunner, Down And Out), metalliche (Flippant Remark) o acquose (Watery Drumming, Loop #33) emerge come elemento distintivo. Con questo disco Chevel dimostra una cultura elettronica da veterano, frutto di tante giornate passate a studiare all’Hardwax di giorno e a sperimentare sulle macchine di notte.

Gli accordi dei pad conclusivi di The Windrunner richiamano i Plaid; tra le pseudo-tabla mozzate di Down And Out occhieggiano i frammenti house già triturati e serializzati da Mark Fell/Snd; in Low Roof memorie millsiane si perdono in una nebbiosa UK; la melodia detuned della nostalgica Heimweh (a 2’50” si può notare un solitario rintocco di campana: un personale ricordo?) è evidente retaggio di passioni aphexiane. Identity Switch e Loop #33 virano verso territori deep house, mentre Stranded – la ciliegina sulla torta – destruttura e rende glitch un incedere à la Kraftwerk. La sequenza circolare di A Form Of Love chiude un album potenzialmente fruibile e godibile sia fuori che dentro il club, in zona Ben UFO e Pearson Sound, ma con un coté più privato e pensivo.

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