• Ott
    14
    1977

Classic

RCA

Add to Flipboard Magazine.

C’è una old wave, una new wave e poi c’è David Bowie. Per una volta tanto uno slogan diceva la verità. Pensando a Low e a Heroes che in questo 2017 che sta finendo hanno compiuto quarant’anni, celebrati per il secondo anche da un bello speciale radiofonico della BBC, è facile fissarsi su quanta influenza sui posteri ma soprattutto sui più giovani contemporanei abbia avuto quella striscia di album – la trilogia da Low a Lodger a cui si devono aggiungere i capitoli (col)laterali delle produzioni con e per Iggy Pop – con i quali, dopo aver lasciato Los Angeles da strafatto e paranoico in preda a deliri da cocaina, Bowie si è inventato una new career in a new town, oggi imboxata in un cofanetto lussuoso e costoso. Una nuova carriera e un nuovo stile che saltando o quasi con un’acrobazia il punk dal pre arrivavano direttamente al post ridisegnando il rock a uso di Bowie stesso e della generazione new wave.

Heroes è l’unico LP della cosiddetta trilogia di Berlino a essere stato davvero registrato (non tutto) agli Hansa Studios a un passo dal Muro (un solo pezzo e il mixaggio di Low erano stati lavorati lì e così Visconti e Bowie avevano scoperto quegli studi pensati per la musica classica, e il loro fantastico riverbero). Non è però l’unico disco a beneficiare del flusso continuo di innovazione e sperimentazione di un filotto di influencers a 33 giri in cui dovremmo inserire anche i lavori precedenti e successivi (Station to Station e Scary Monsters) e magari considerare un paio di album di Brian Eno, altro ex glamster la cui presenza obliqua come le sue famose strategie ha contribuito a indirizzare il sound mercuriale di Low e più ancora del nostro “Heroes”, insieme al lavoro di Tony Visconti e alla vicinanza dello stesso Iggy che nel bel mezzo di tutto si è trovato a fare un po’ da spalla e da ispiratore e un po’ volente o nolente da cavia per il sound che l’amico inglese stava macerando in testa.

L’album di mezzo della trilogia è anche il punto centrale di questa convergenza tra istanze avant-rock (la buttiamo lì: post-rock?) e canzone. Lo schema è un po’ quello di Low, con i brani ritmati sulla side A e gli esperimenti più rarefatti e ambientali (di cui è il manifesto Sense of Doubt, una nuova Warszawa perfetta per una colonna sonora di Kubrick) sul lato B. Forse è meno geniale del predecessore – se sì, solo perché è venuto dopo e si colloca nella sua scia – però “Heroes” piazza il colpo da novanta. La canzone indimenticabile. La title-track, of course. Due parole meritebbero il groove fotocopia del ritmo in battere dei Velvet Underground reso un po’ più motorik dall’incontro virtuale con i Can e i NEU! e la linea vocale; ma soprattutto le merita la chitarra di Robert Fripp in contrappunto sulla voce, filtrata dai synth di Eno. Se il testo e la melodia tengono in quota la canzone, quella linea lancinante, il suo guaito distorto e la sua scia di droni e feedback sono le ali che le fanno davvero spiccare il volo.

Dal plastic soul di Young Americans al cold-funk robotico e alla metallica eurodisco di Beauty and the Beast non c’è stato un semplice salto ma un cerebrale percorso a zigzag. Una strada obliqua e tortuosa dove sfogliando da una rosa di diverse suggestioni – il funk nero e i corrieri cosmici tedeschi, l’ambient di Eno e l’elettronica colta, i sintetizzatori ultimo grido e strumenti all’avanguardia come il famoso Harmonizer di Visconti – Bowie va a riconfigurare il suono del suo rock fin nel suo cuore pulsante dei ritmi neri, non rinnegati ma resettati: il boogie che piaceva tanto ai glamster (Joe the Lion) e il passo dell’r&b (Blackout) ritornano in versione compressa e digitalizzata, impastati con le invenzioni produttive ispirate dal coevo Conny Plank o dalle macchinazioni electro dei Kraftwerk (V-2 Schneider forse la più kraftwerkiana del lotto), distorsioni e dissonanze.

Questo disco che usciva nell’anno sacro del punk senza di fatto sentirne l’influenza era già proiettato verso il post, abbiamo detto. E suona proprio come un piccolo sussidiario per la new wave a venire. Quanto la produzione di Bowie, Eno e Visconti possa essere stata il modello per un Martin Hannett lo si può bene immaginare. È risaputo che il suono di batteria con l’Harmonizer di Low era quello che gli stessi Joy Division avevano cercato, vanamente, nel loro primo EP An Ideal for Living. Se poi immaginando “Heroes” suonata da una punk band vi sembra di sentire Transmission, bene non siete i soli. E se la canzone ha ispirato evidentemente anche gli Psychedelic Furs, lo stesso si potrebbe dire del Bowie berlinese riguardo ai Gang of Four in materia di funk bianco e dissonante, ai P.I.L., ai neoromantici come Japan o gli Ultravox per le suggestioni visive e d’atmosfera, ai darkettoni che hanno attinto dall’immaginario decadente e mitteleuropeo, e a quelle band come i Cure, Siouxsie and the Banshees, di nuovo P.I.L. e Japan, che hanno preso nota di certe inclinazioni esotiche contenute nel lato B, dal giardino giapponese di Moss Garden alle scale mediorientali di The Secret Life of Arabia.

L’attore del rock, l’eterno trasformista da flâneur e da originale fagocitatore di idee altrui oltre a fiutare lo Zeigeist con quell’attimo di anticipo si è messo a plasmarlo lui stesso con un inestricabile mix di “determinazione isolazionista e respiro popolare” per dirla con l’ottimo Stefano Solventi e l’accuratissima scheda sull’artista scritta assieme a Giulio Pasquali e Giulia Cavaliere. La old wave puff non c’era più, la new wave non c’era ancora, e in quello spazio di pochi metri tra gli Hansa Studios e il Muro, tra la Ost-Berlin e la West-Berlin c’era lui. David Bowie. Non in una terra di mezzo, bensì in un non-luogo asettico, uno spazio ulteriore che si era creato con le sue mani. Ecco perché gli slogan discografici, ogni tanto, ci azzeccano.

28 Dicembre 2017
Leggi tutto
Precedente
Minnie Riperton – Perfect Angel Minnie Riperton – Perfect Angel
Successivo
Travis Scott & Quavo – Huncho Jack, Jack Huncho Travis Scott & Quavo – Huncho Jack, Jack Huncho

album

recensione

recensione

recensione

recensione

recensione

recensione

recensione

recensione

Altre notizie suggerite