• Giu
    22
    2018

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Third Worlds

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I Death Grips ce l’avevano già somministrato a piccole dosi quasi per metà, questo loro nuovo lavoro, come a volerci preparare. Sei tracce (su tredici) di Year Of The Snitch sono state infatti condivise in anticipo sull’uscita dell’album negli ultimi mesi, vuoi mai che restassimo troppo scioccati dal loro ascolto. Iniziativa lodevole la loro, li ringraziamo, ma a conti fatti potevano anche risparmiarsi la fatica, dato che tutta questa sorpresa, il nuovo disco non è. Si resta tutto sommato indifferenti, anche nell’improbabile casistica in cui ci fossimo evitati ogni spoiler e avessimo affrontato la nuova prova così, d’emblée. La formula è sempre la stessa, vale a dire il consueto mix di elementi presi dai secchioni della spazzatura (sonora) differenziata e mischiati per puro spirito distruttivo a mo’ di rumoroso sberleffo anarchico. La solita, malsana base synth-punk del trio si mischia a incazzosi echi black/grind, minacciose zaffate grime, stupefacenti fumi electroclash, isterici spasmi trap, il tutto accompagnato da ritmiche compulsive e suoni distorti di matrice industrial che rimbombano da ogni lato. Se è questo ciò che vogliamo da loro, questo loro ci danno.

Già nel precedente Bottomless Pit i segni di stanchezza iniziavano ad affiorare. C’è stata sì la stagione in cui MC Ride, Zach Hill e Andy Morin se la ridevano dissotterrando i maleodoranti lezzi dell’underground più estremo e mietendo plausi illustri da gente come David Bowie (il quale si ispirò alle loro prodezze per Blackstar), Björk (la quale affidò loro un paio di remix di brani tratti da Biophilia, il suo album del 2011, che confluirono nella raccolta Bastards), oltre a Iggy Pop, Tom Morello e una schiera di altre firme più o meno nobili, ma poi – come tutte le stagioni – è finita pure la loro (proprio come quella di M.I.A.). E quella miscela brutta, sporca e cattiva a base di noise, techno e hip-hop oggi fa paura come un vecchio doberman zoppo, ciecato e pure senza voce. Eccesso e trasgressione non sono più di casa, e nonostante il terzetto di Sacramento continui a fare ciò che gli pare a livello artistico, la sua incazzatissima verve iconoclasta s’è un po’ annacquata finendo col trasformarsi nell’ottusità di chi, per incutere timore, prende a capocciate le pareti. Ma davvero c’è chi si fa ancora impressionare?

Poi c’è il già accennato capitolo promozione, che non è solo forma ma anche sostanza. La normalizzazione sul piano dei contenuti va a braccetto con quello della strategia promozionale, e anche qui la band dimostra di essersi uniformata alle regole del gioco, abusando di strategie di comunicazione ormai usate dai più, come la copertina svelata in un momento, la tracklist in un altro, la data di uscita in un altro ancora, le tracce a spizzichi e bocconi, i video e non ultimi gli autogossip dallo studio via Instagram con scatti del regista di Shrek e di Justin Chancellor, bassista dei Tool. Per la serie, tanto fumo e niente arrosto.

25 Giugno 2018
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